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venerdì, Giugno 14, 2024

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La paranza dei bambini: il nuovo romanzo “sotto scorta” di Saviano

di Paola Pellai

E’ uscito il 10 Novembre per Feltrinelli con un titolo spietatamente attuale: ”La paranza dei bambini”. E’ il nuovo romanzo di Roberto Saviano: racconta la storia di dieci ragazzini che in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Sono quindicenni con le scarpe firmate, famiglie normali, il nome della ragazza tatuato sulla pelle. Rifiutano genitori e scuola, non temono né il carcere né la morte, “come i jihadisti” ha sottolineato un giudice un mese fa. Vogliono tutto e subito. Uno spaccato della criminalità giovanile che a Napoli ha percentuali incontrollabili.

Come succede per ogni “uscita” che riguarda Saviano, ci sarà chi lo critica a prescindere (c’è chi ha già scritto maliziosamente che questo libro e il suo autore non potranno mai puntare al Nobel, ma al massimo a uno Strega) e chi lo esalterà a costo zero. E’ il destino di Saviano: spaccare e dividere su temi che, invece, dovrebbero aprire ad una coscienza comune.

Di Saviano non vanno giù le wikipediate, il furbo uso della televisione che gli regala audience da primato, il tono spesso arrogante delle sue risposte, le prese di posizione nette come la sua ultima firma per la legalizzazione della cannabis.

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Saviano sembra “un grande vecchio”, eppure ha solo 37 anni. Gli ultimi 10 li ha trascorsi sotto scorta che è poi come mettere della carta stagnola intorno alla propria libertà, ma per lui ogni giorno poteva essere quello buono per essere fatto fuori dalla camorra. E’ arrivata la scorta, ma anche le critiche aspre di chi ha sempre pensato che altri ne avrebbero avuto più bisogno di lui. Non credo che avere una scorta sia un privilegio, ma piuttosto una necessità “obbligata”. Non deve essere facile trascorrere gli anni più “giovani” nella solitudine di aver sempre qualcuno vicino e quel qualcuno quasi mai è chi vorresti.

Con quella scorta e con quel Saviano mi sono imbattuta anch’io: il 28 giugno di un anno fa. Era domenica, l’ora della colazione in un hotel di Udine. C’era il sole, pallido ma c’era. Il pomeriggio prima invece era sceso il diluvio sulla piazza di San Daniele, in festa per il prosciutto, simbolo di quel territorio. Tanta gente, tanti incontri e in cartellone anche una lezione sulla libertà tenuta da Saviano.

Lo scrittore dominava il palco in mezzo a due uomini della scorta. Parlava, senza farsi fermare neppure dall’improvvisa pioggia scrosciante. Fradicio non si arrende fino a quando lo fanno arrendere. Io avevo trovato riparo all’interno della chiesa che aveva riaperto i battenti proprio quando doveva chiuderli. Ed è stato il primo miracolo di una lezione di libertà.

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Poi sbuca la luna ed è il secondo miracolo che mi riaccompagna all’hotel di Udine. Al risveglio mi aspetta una sala colazione ampia e un buffet di quelli che si fanno ricordare. Un tavolo immenso circolare, dove dolce e salato se la giocano in fatto di calorie. Un solo giro, per chi è goloso come me, non basta. Ed è la mia fortuna. Perché è proprio al bis che mi accorgo di quel tavolino a due posti. E in due sono seduti. Uno ha davanti una tazza di caffè e un cornetto alla marmellata. L’altro non ha nulla davanti a sé. Il primo ha un berretto da baseball nero calato basso, è giovane, ha gli auricolari e fa scorrere veloce lo schermo di uno smartphone. Il secondo gli è seduto di fianco, ha almeno una decina d’anni in più, una polo blu e pantaloni scuri. Non ha nulla tra le mani, non scambia una parola, ma ha gli occhi che si muovono senza interruzione: il suo sguardo naviga ovunque senza che nessuno se ne accorga.

Io guardo il ragazzo, non vedo gli occhi, ma riconosco la barba incolta e anche quelle dita esili che tormentano lo smartphone, in maniera quasi meccanica.

Avanzo di qualche passo e non ho più dubbi. Lui è Roberto Saviano e l’altro un componente della sua scorta. Voglio salutarlo, stringergli mano, guardare dentro quegli occhi che hanno visto il marcio e non lo hanno nascosto. Mi avvicino all’uomo della scorta per chiedere se è possibile farlo. Roberto se ne accorge e agisce prima del suo angelo custode. Si toglie gli auricolari, allarga il sorriso e i suoi occhi mi sembrano improvvisamente felici.

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Ci parliamo. Anzi, io domando e lui mi risponde. Mi racconta come alla fine ci si abitui a non essere più uno ma uno con uno o due o tre accanto. Mi spiega quanto sia importante per lui raccontare senza paura per vincere le paure. Mi dice come la sua vita ormai sia molto a New York e come i social lo aiutino a parlare e a rapportarsi anche con chi non può vedere. Non tocca più lo smartphone nei nostri minuti insieme.

L’uomo della scorta sta lì ma è come se non ci fosse. Roberto non si toglie il cappellino ma la visiera non fa più ombra a quello sguardo. Tante altre cose vorrei chiedergli e forse mi risponderebbe. Ma non voglio prendermi tutto. Ci lasciamo con una promessa. Se un giorno volessi intervistarlo, per mettermi in contatto con lui dovrò usare una parola in codice: “Udine”. La “nostra” città.

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