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“La meccanica del pane” e la poetica di Michele Caccamo – RECENSIONE

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di Giuseppe Cerbino

Michele Caccamo (classe 1959) è un “esiliato moderno” che crede ancora nella capacità apotropaica della parola, nel suo combinarsi esorcistico che ci libera dal male che assorbiamo in dosi omeopatiche senza rendercene più conto. E’ la poesia di un ribelle che vuole emergere come un giusto, toccato da quella giustizia divina a cui questo mondo è diventato se non cieco quanto meno orbo: la scorge, la incontra, ma non la riconosce.

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Dice Roberto Carifi che in una epoca dominata dalla morte di Dio il poeta è l’unico a portarne il lutto. Caccamo sembra  invece, resistere alla rassegnazione della morte di Dio che per definizione non può mai morire. E non muore grazie a una testimonianza umana che tenacemente, testardamente, pronuncia la sua irrinunciabile liturgia in cui divino e umano sembrano quasi incontrarsi e in cui l’uno non può fare a meno dell’altro. In questo chiasmo tra lo slancio e la catabasi, Caccamo sembra intravvedere uno spiraglio di riscatto che non è né divino né umano ma che non potrà fare a meno né dell’uno né dell’altro.

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Soprattutto nel suo ultimo libro La meccanica del pane, la risorsa etica  è rappresentata dalla parola e quindi dalla poesia, intesa non in un senso autoerotico di una ricerca lessicale asfittica ma nella dimensione per cui solo nella parola avvengono i miracoli dell’accoglienza, della dedizione, della responsabilità declinate nella forma spirituale più alta. La parola ci fa toccare sofferenza odio, disagio, reclusione… il tutto in un cosmo  onnicomprensivo in cui non si può scindere la persona di Caccamo dalla sua poesia. La nettezza di quest’ultima ripete la trasparenza del coraggio di dire le cose senza freni. Riconoscere questo significa riconoscere la profondità e la potenza di una grande scrittura che fanno di Caccamo uno dei importanti poeti contemporanei. Ogni cerebralismo è bandito dalla versificazione; le parole si accostano tra di loro quasi per un richiamo semantico nascosto che svela al lettore consuetudini inaudite. Tutto diventa chiaro laddove questa chiarezza è evento della parola.

 

 

 

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