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Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2016…e finalmente adesso le canzoni diventano anche cultura

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di Athos Enrile

Per trovare un altro cittadino americano considerato degno di tale onorificenza, il Nobel Prize, occorre ritornare con la memoria al 1993, anno in cui veniva premiata la scrittrice afroamericana Toni Morrisonche in racconti caratterizzati da forza visionaria e rilevanza poetica dà vita ad un aspetto essenziale della realtà statunitense”.

E Bob Dylan? Perché proprio a lui? Andiamo con ordine.

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La sua vittoria sarà per molti sorprendente (eufemismo!). Il Premio Nobel viene assegnato dall’Accademia Svedese che, in base al regolamento, mantiene le sue liste segretissime, alimentando un rimbalzo tra analisti e scommettitori, alla ricerca dell’anticipazione dei tempi: anche in questo caso il businnes non manca.

Dylan era di casa nel pool dei papabili, ma ancora una volta sembrava oggetto di nomination obbligata, ma priva di seguito positivo, tanto da far urlare ai suoi sostenitori più scaramantici: “Smettiamola di dire Bob Dylan dovrebbe vincere il premio Nobel!”.

Ma ora è fatta e, ironia della sorte, al nuovo vincitore si contrappone una dolorosa dipartita, non solo per noi italiani, quella di Dario Fo.

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Il comitato ha dichiarato nelle sue motivazioni: “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”.

Ma chissà quali sono realmente i meccanismi che conducono al premio, chissà perché solo ora, dopo più di venti anni di continue proposte, la commissione suprema decide che è il momento giusto: eppure il Dylan innovatore è quello della sua prima parte di vita, caratterizzata dal coraggio, dalla forza di imporre un nuovo modo di urlare verità con una voce non certo brillante, incurante del successo facile e pronto a cambiare una rotta comoda per intraprendere, ad esempio, un percorso elettrico, quello sì un vero shock per i suoi fan.

In fondo un uomo in continua evoluzione, di identità e di assetto vocale, ma con un comune denominatore, la sensibilità poetica unita alla coerenza lirica.

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Nato come Robert Allen Zimmerman, Dylan trasforma il suo nome senza che risulti chiara la motivazione (dalla sua biografia ufficiale emerge come l’accostamento al poeta gallese Dylan Thomas sia una leggenda).

La sua presenza all’interno del movimento folk revival americano del 1960 lo porta immediatamente alla ribalta, grazie a canzoni di protesta contro la guerra, come “Blowin ‘in the Wind” e “The Times They Are A-Changin”, ma ciò non gli impedisce di cercare svolte a lui più congeniali, andando controcorrente (chi ricorda il Newport Folk Festival del 1965 e la sua “Like a Rolling Stone“?).

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Bob Dylan ha esplorato i sentieri del gospel, del country, della musica pop britannica, registrando album su album, realizzando tour su tour, sempre con qualcosa di nuovo da proporre, senza strafare, meglio se lontano dai riflettori, perché il rapporto con i vari riconoscimenti non è mai stato semplice.

Nella biografia del 2004 è descritta la sua incredulità per l’ottenimento di una Laurea Ad Honorem: “Non potevo crederci… ancora una volta ingannato… stavo perdendo ogni tipo di credibilità!”

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E adesso siamo curiosi di vedere come reagirà al Nobel, che verrà consegnato il 10 dicembre a Stoccolma.

Fa effetto pensare che il Premio Nobel per la Letteratura venga assegnato ad un’anima creatrice di canzoni, arte per molti secondaria, magari nemmeno degna di essere chiamata tale, lontana dal pensiero di qualsiasi scuola – se non di quelle specifiche -, tenuta idealmente a debita distanza da ogni immagine culturale, forse non con il verbo, ma certamente con l’esempio (quello sì che conta).

Qui di seguito un video in cui Sara Danius, segretario permanente dell’accademia svedese, parla del conferimento a Bob Dylan per il Premio Nobel per la letteratura 2016.

Il nostro amico Bob sembrava un visionario, con la pretesa di cambiare la parte peggiore di ognuno di noi, con poche e semplici note in sequenza accompagnate da testi di spessore, pesanti come macigni ma… come si smuove il mondo? Urlando? Suonando? Cantando un disagio comune e cercando una pacifica rivoluzione?

Sono in difficoltà nel comprendere la reale incidenza del geniale Dylan, spesso amato superficialmente per le sue canzoni (e questo non è certo un male!) e per l’icona che è diventata, ma per molti vera luce che illumina il percorso della vita, pieno zeppo di momenti d’ombra.

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Resta la felicità di veder messo nero su bianco che anche la forma canzone, nella sua essenza, sia da oggi ufficialmente entrata nel “team cultura”, sfatando l’immagine del “sono solo canzonette”.

La  notizia del giorno, quella positiva intendo, è stata accolta con sapienza da chi conosce perfettamente la forza d’urto della parola applicata a melodia e atmosfera sonora.

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Ha dichiarato Francesco De Gregori, che non è un segreto, a Dylan si è ispirato:

“È una notizia che mi riempie di gioia, vorrei dire non è mai troppo tardi. Il Nobel assegnato a Dylan non è solo un premio al più grande scrittore di canzoni di tutti i tempi ma anche il riconoscimento definitivo che le canzoni fanno parte a pieno titolo della letteratura di oggi e possono raccontare, alla pari  della scrittura, del cinema e del teatro,  il mondo e le storie degli uomini. Bob Dylan incarna l’essenza di tutto questo, nessuno come lui ha saputo mettere in musica e  parole l’epica dell’esistenza, le sue contraddizioni, la sua bellezza”.

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