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Quel cappotto e io…Un bel patatrac: così ho perso il mio ultimo incontro con Dario Fo

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di Paola Pellai

Il 13 maggio scorso. Un cappotto di troppo lui. Qualche minuto di troppo io. Così ho perso il mio ultimo incontro con Dario Fo, in via Brera, a Milano, dove inaugurava la sua mostra “Razza di zingaro”.

Locali troppo piccoli per la folla di amici e troppo caldi per lui, che nonostante la primavera estiva, non aveva rinunciato al suo cappotto pesante di lana grossa.

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In quella galleria Dario arrivò in anticipo, si strinse nell’affetto di chi lo aspettava, ma se ne scappò veloce perché ancora a 90 anni il suo concetto di vita era basato sull’essere più che sull’apparire.

Non a caso la sua è stata un’estate di lavoro e il 20 settembre, sempre a Milano, aveva presentato il suo ultimo libro “Darwin”.

Quel 13 maggio la mia idea che i Vip si fanno sempre attendere mi ha fregato. E dovevo intuirlo. Dario del Vip non aveva nulla.

Nel 1997 vinse il Premio Nobel, dimenticandoselo presto. Perché per lui, giullare dell’esistenza, stringere tra le mani quello che è il riconoscimento letterario per eccellenza qualche imbarazzo glielo ha sempre creato.

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Se non sai da dove vieni, non saprai mai dove arrivare” era solito raccontare, aggrappandosi alle radici di quel paesello, Sangiano, 1500 anime sulle sponde del lago Maggiore, dove già da bambini esistevano talmente tanti idiomi che bisognava cavarsela interagendo in qualche modo con tutti. Usando la parola come se fosse un gesto. E mai il contrario. “Non serve gesticolare – dirà riguardo al teatro – ma gestire. E’ quello che ho fatto. Ho assecondato il linguaggio onomatopeico. Messo il gesto nella parola. Patatrac…c’è dentro tutto”.

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Un uomo che ha avuto e difeso le sue convinzioni politiche. Dario è sempre stato Dario, affamato del teatro della vita e sempre così attaccato all’esistenza da riderci sopra. Anche parlando di morte, lui ateo rigoroso, senza “alcuna fiducia né nell’eterno né nel Paradiso”, anche se ultimamente aveva espresso ammirazione per Papa Bergoglio.

La vita mi esalta – aveva raccontato a marzo, alla festa dei 90 anni -, alla morte non ci penso. Anzi l’ammazzo io con una risata”. E’ proprio così. Le sue parole sorridevano sempre. Diventavano di una dolcezza malinconica solo legate al ricordo di Franca Rame, sposata nel 1954 e inseparabili fino alla sua morte, nel 2013. Raccontava: “Bastava guardarla per innamorarsene. Ma io mi ero messo da parte. Pensavo fosse troppo bella per me. Poi, un giorno, dietro le quinte mi prese alle spalle e mi baciò. E fu lei a chiedermi se volevo diventare il suo uomo. Sì, il suo uomo. Non ci siamo più lasciati. Un rapporto ricco di attenzioni e di dialoghi. La Franca la sogno spesso di notte, ed è sempre giovane. Come se, insieme, dovessimo avere ancora una lunga vita davanti”.

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Da oggi questo genio della genialità popolare diventerà patrimonio anche di chi lo ha bastonato ed etichettato con arroganza. Succede sempre quando muore qualcuno che ha scritto storie che hanno aiutato la Storia ad essere più libera. E’ il consueto “mistero buffo” (e pure sconcio) di chi cerca una briciola di potere in più.

 

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