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Le canzoni della mia generazione: The Alan Parsons Project

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di Gianfranco Giacomo D’Amato

Due artisti, quelli dell’ ‘”Occhio nel cielo”, che per il sottoscritto sono dei veri miti. Molto meno noti di quello che meriterebbero, Alan e Eric sono stati frequentatori degli studi più che dei palcoscenici, ma hanno popolato gli anni 80 con decine di capolavori senza tempo per i quali un’intera generazione non smetterà mai di ringraziarli.

La gavetta di Alan Parsons, londinese, fu di quelle d’eccezione: ingegnere del suono per i Beatles agli Abbey Road studios (dove iniziò come fattorino !) e collaboratore dei Pink Floyd per uno dei dischi più celebri della storia moderna: The Dark Side of the Moon. Già questo sarebbe stato sufficiente a collocarlo di diritto nell’olimpo della musica mondiale. Insomma un predestinato, ma pur sempre un tecnico del suono, che suona le tastiere e che comincia a scrivere musica. A metà anni settanta Alan incontra un avvocato scozzese che compone musica e fa il produttore. Si chiama Eric Woolfson. Alan gli chiede di diventare il suo manager. Nascono The Alan Parsons Project. Non è un duo, non è un gruppo, è una cosa diversa: un vero e proprio progetto che nel tempo si avvarrà di molte collaborazioni e che porterà all’attenzione degli appassionati di mezzo mondo il rock sinfonico-progressivo.

Eric, co-autore e voce fantastica, considerata dal sottoscritto una delle migliori di sempre, non farà soltanto il manager ma sarà l’anima del progetto insieme ad Alan. Dalla collaborazione nascono pezzi che tra la fine degli anni settanta e la metà degli ottanta (e siamo sempre li !) fanno il giro del mondo. Musica della libertà che scorre a volte lieve, a volte potente e fa pensare al vento. Musica che resta la bandiera di un’epoca. Due i marchi di fabbrica assolutamente inequivocabili: le introduzioni e i lunghi passi strumentali e la voce di Eric, almeno nei brani interpretati da lui.

Gli LP sono dei concept-album, nel rispetto dello spirito di quegli anni. Un disco corre lungo fil rouge dei componimenti di Edgar Allan Poe, uno si dipana seguendo il mondo del gioco d’azzardo, e così via. L’elenco dei capolavori di Alan Parsons Project è infinito: Eye in the sky, Silence and I, Ammonia Avenue, Old and Wise, Time, The Turn of Friendly Card, The Gold Bug, Don’t Answer Me, Mammagamma, Shadow of a Lonely Man, Nothing Left to Lose. Si può continuare per un paio di pagine.

Intorno ad Alan Parsons Project negli anni 80 si diffusero mille voci, che a volte assunsero la valenza di semi-leggenda, principalmente perchè loro non apparivano mai in pubblico. Ad esempio circolava la voce che l’intera produzione musicale fosse frutto di computer e sintetizzatori. Non era vero, ma era certamente vero che il massiccio uso di tecnologia all’avanguardia rendeva difficile replicare dal vivo le sonorità progressive che Alan ed Eric mettevano a punto in studio. Inoltre non ci fu mai una formazione stabile del gruppo: molti musicisti e molti interpreti di volta in volta si alternarono negli anni per la registrazione dei brani di Alan ed Eric.

Nel giugno del 1982 esce il loro pezzo più celebre: Eye in the Sky, introdotto dal brano strumentale Sirius. Il collegamento al Grande Fratello di Orwell, che molti ipotizzarono all’uscita del disco non fu mai confermato dai due autori. “L’occhio nel cielo” non era altro che quello delle telecamere a soffitto che si trovano nei casinò. Woolfson li frequentava assiduamente in quel periodo a Las Vegas ed era affascinato proprio da quelle spie silenziose che osservavano i giocatori. Con tutta probabilità fu quella la molla ispiratrice. Incredibilmente Alan non credeva affatto in Eye in the Sky, al punto da non volerla includere nell’album (che invece prese proprio quel nome e gli procurò un disco di platino) e di scommettere con un chitarrista impegnato nell’incisione che non avrebbe avuto successo. Si sbagliava. Noi ragazzi nell’82 non ci sbagliammo. Il primo ascolto fu folgorante. Credo che ringrazierò sempre il mio amico Carmine che nella sua casa sopra Vietri sul Mare mise un giorno quel 33 giri sul piatto e mi fece scoprire due geni della musica.

Ho letto di recente che un’italiano si è preso la briga di scrivere un libro su questo artista immenso.
Due considerazioni:
1) Ma che vergogna ! Ci sono centinaia di libri su nullità musicali assolute e nessuno, nemmeno in Inghilterra ha mai pensato di tributare il giusto omaggio ad Alan Parsons
2) Gli italiani alla fine hanno sempre una marcia in più.
Leggerò certamente questo libro.

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