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QUANDO MUORE UN ARTISTA

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di Renato de Rosa

Quando muore un artista se ne sentono di tutti i colori.

Ma per la maggior parte sono cose che non si vorrebbero sentire perché quelli veramente dispiaciuti di solito hanno poca voglia di commentare e osservano un dignitoso silenzio.

Invece sui social network i messaggi appartengono per lo più a due categorie:

–           I disperati

–           I menefreghisti

Prendiamo un esempio recente: muore (purtroppo) Umberto Eco.

Fioccano in rete messaggi che piangono la dolorosa perdita e citano le sue acute frasi.

Ora va detta una cosa: Umberto Eco non è un autore per tutti.

I suoi saggi di semiotica, estetica medioevale e linguistica possono essere compresi e apprezzati da un’elite assai ristretta di studiosi. I suoi romanzi non sono per tutti: Il nome della rosa e Il pendolo di Focault, con le loro digressioni storiche e filosofiche, costituiscono un ostacolo insormontabile per le masse di lettori (le classifiche dei libri più venduti parlano chiaro) abituate alle scontate banalità di Coelho e Moccia. I suoi divertissement letterari strizzano l’occhio a una minoranza di esteti colti e raffinati.

No, Eco non è un autore per tutti e sono pochi quelli che hanno veramente letto Eco.

Eppure nei giorni della sua morte sulle bacheche di Facebook si trovavano citazioni a iosa, sempre le stesse, di Umberto Eco. Gente che di Eco non era mai riuscita a terminare neppure la lettura del cognome spargeva a piene mani lacrime di commozione, riportando profondi passaggi della sua opera e parlando del defunto come se fossero soliti trascorrere il sabato sera mangiando polenta con lui e disquisendo dell’estetica di Tommaso D’Acquino o delle misteriose correlazioni che legano Kant all’ornitorinco.

E come per Eco, spaziando nello scibile della cultura, abbiamo trovato i nostri ineffabili amici di facebook, sempre gli stessi, commiserare disperati le scomparse ad esempio di Pino Daniele (cantante), Georges Wolinski (fumettista), Francesco Rosi (regista), Omar Sharif (attore), Laura Antonelli (attrice), John Nash (matematico) e persino di Leonard Nimoy (il dottor Spock).

Insomma, siamo circondati da pozzi di scienza, da enciclopedici virtuosi dello scibile umano, da mirabolanti Pico-de-Paperis onniscienti e… non ce ne eravamo mai accorti prima!

A questa prima categoria di commentatori si affianca la seconda e più perniciosa: quella dei menefreghisti.

E’ morto Umberto Eco? Il loro commento tipo è: “E chi se ne frega? In fondo era solo uno scrittore.”

Ora, a parte che Umberto Eco non era culturalmente solo uno scrittore, ma anche ad esempio un filosofo e un semiologo. Ma comunque è stato un essere umano, è un essere umano importante e della scomparsa di una persona ci se deve sempre dispiacere o, al massimo, serbare un onesto silenzio.

E come per Eco, così per Wolinski (chissenefrega è stato solo un fumettista), per Rosi (chissenefrega è stato solo un regista), per Nash (chissenefrega è stato solo un matematico).

Forse che per dispiacersi della morte di qualcuno occorre che costui abbia svolto dodici attività diverse?

“Effettivamente Eco è stato scrittore, filosofo, semiologo, giocatore di burraco, sommelier, presidente del collegio dei geometri, allevatore di struzzi, farmacista e campione di tiro al piattello e quindi un po’ comincia a dispiacermi della sua morte.”

Ma che razza di discorsi a bischero!

E infine ci sono quelli che: “E’ morto Eco ma tanto a me non piaceva e quindi chissenefrega.”

Per costoro e per il loro modo di pensare evito qualsiasi commento.

Vi invito solo ad appuntarvi su un taccuino il loro nome e quando sulla loro bacheca apparirà la ferale notizia: “Sono disperato, ieri il mio adorato gattino Fuffi è rimasto spiaccicato sotto una schiacciasassi che lo ha ridotto a una polpetta”, siate pronti a commentare in perfetto toscano: “M’importa ‘na sega!”

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