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Per una volta non scrivo di musica: riflessioni a seguito caso Varani

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di Athos Enrile

Qualcosa di pesante, accaduto in questi giorni, mi ha toccato profondamente e ho voglia di sfogarmi un po’, di dire la mia, senza indossare i panni di chi la sa lunga, senza agitare la bandiera del moralismo, senza dare consigli e puntare il dito contro il prossimo.

Ciò che ho letto, ascoltato e visto attraverso i media, mi ha anche spaventato, più delle tante guerre che, nonostante ciò che si dice, sembrano sempre un fatto che riguarda altri: non è così, ovviamente, ma voglio forzare il concetto. Anche questa è guerra, con i nostri giovani in prima linea.

Il delitto di Luca Varani ha il contorno più nero possibile.

Ero rimasto scioccato da Pietro Maso – di nuovo sulle pagine di cronaca in questi giorni -, capace di uccidere i genitori e andare subito dopo in discoteca; ero rimasto allibito dalla ferocia dimostrata da Erika De Nardo, che assieme al compagno Omar aveva lucidamente ucciso madre e fratellino; ma il contesto che ha favorito l’azione folle dei due assassini romani credo sia trabordante nella sua drammaticità.

E’ un caso che mi ha portato all’immedesimazione, alla comparazione di cosa io ero e a ciò che ho creato nel tempo, alla mia famiglia, ai miei bambini.

Mio figlio, maschio diciottenne, mi dice: “Papà, ma tu non immagini nemmeno cosa c’è in giro!”. Santo figliolo… ma tu non sai cosa ho visto… quanta gente mi è morta accanto! Accanto!

E’ il 1972, ho sedici anni, gli echi di un mondo lontano arrivano a noi, tra musica e velata trasgressione. I festival, i concerti, i figli dei fiori.

Sono da subito molto attratto da quel mondo, in un periodo della vita in cui l’emulazione e il conformarsi agli standard appare vitale, elementi utili per avere un ruolo.

Le droghe iniziano a girare, l’eroina appare necessaria per coltivare la cultura dello sballo e… i nostri genitori non sanno nulla, non immaginano nulla, non hanno mai visto niente alla tv, e noi, come tutti i “bambini” dell’epoca, viviamo sulla strada, perché i rischi non esistono, almeno nell’immaginario comune.

Tutto questo mi passa vicino, mi sfiora senza mai toccarmi.

Non so da dove venisse il mio spirito di conservazione, ma già in quei giorni avevo chiaro in mente che, col passare del tempo, avrei pagato i miei eventuali errori, e, chissà quanto ero strano, pensavo che la mia vita doveva durare il più a lungo possibile! Capelli lunghi, tuniche bianche, musica alternativa e borse ricamante, ecco dove risiedeva la mia diversità e la mia voglia di trasgressione. Non ho mai superato alcun limite.

Mi chiedo: perché ai nostri giovani qualcuno ha inculcato che la vita va vissuta sempre a 100 all’ora, magari un percorso breve, ma sicuramente intenso?

Pochi giorni fa ho ascoltato un medico autorevole, uno scienziato della materia, raccontare quali siano gli effetti devastanti delle droghe sul nostre cervello e, dopo un servizio  dedicato a dimostrare la facilità con cui chiunque possa servirsi al mercatino degli stupefacenti, la sua domanda finale, certamente condivisibile, era la seguente: “Ma lo stato dov’è?”.

Ne pongo un’altra: “ Ma i genitori dove sono?”.

Possibile non conoscere niente dei propri prolungamenti, andare in televisione a chiosare che il pargolo è un buono, un esempio di ragazzo che forse ha perso la testa, salvo poi essere smentiti dal figlio stesso,  che punta il dito sul proprio genitore, che sarebbe il vero obiettivo da eliminare?

Quando il frutto della nostra semina fa capolino, costruiamo i binari su cui collocarlo.

La sua natura lo porterà ad uscire dalle linee guida, la sua immaturità gli consiglierà di aumentare i ritmi, e il compito della famiglia, qualunque sia la sua composizione, sarà quello di riportarlo sul set point ogni volta che tenderà ad allontanarsi, e le occasioni saranno tante.

E si continua così, per anni, sino a che le correzioni diventeranno minime, e poi nulle, perché l’oggetto delle nostre continue e faticose cure avrà assunto il ruolo che compete ad ogni essere umano pensante, pezzo del puzzle della società. Se si è lavorato bene.

Eh sì, il mestiere del genitore è duro, pesante, si sbaglia sempre perché nessuno te lo insegna.

Mia figlia ha 21 anni, mio figlio 18: a me sembrano due bravi ragazzi, e se tali si dimostreranno nel tempo, se non avrò delusioni, potrò di certo ringraziare il Signore, ma con la quasi certezza che il lavoro di mamma e papà, in tutto questo, c’entra qualcosa.

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Athos Enrile
Da sempre immerso nella musica, coltiva la passione per la scrittura, con un’attenzione particolare alla descrizione dei concerti e alle interviste. Gestore di numerosi spazi in rete e collaboratore con diverse riviste specializzate, è coautore del libro “Cosa resterà di me” e dell’e-book “Le ali della musica”. Appassionato di strumenti - che utilizza in modo mediocre - ha avuto la possibilità di condividere pillole di palco con leggende del rock e di partecipare ad un album (in un brano) in qualità di mandolinista… elettrico! Presentatore in numerosi eventi, conduttore in molteplici presentazioni, condivide orgogliosamente con i compagni di viaggio di MusicArTeam (associazione di cui è presidente) il web magazine MAT2020.

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