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Cosa pensa l’italiano della condizione che lo affligge?

di Angela Paonessa

Una volta illusi con grandi progetti, oggi progetti di grandi illusioni, siamo luci che si aggregano per la rinascita del paese, siamo quelli del futuro non quelli del passato, siamo quelli diversi pieni di colori, siamo quelli che vivono di colori.

Una volta sapere scrivere forse era troppo, non saperlo fare era semplicemente X, oggi, sapere scrivere è una colpa, non saperlo fare è un suicidio anti culturale.

Abbiamo più vecchi al governo che nelle case di riposo, preferiscono addormentarsi sulle poltrone sociali piuttosto che cedere ai giovani il loro posto.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma quello riservato all’italiano è in fase d’aggiornamento, ci stanno privando di tutto e un giorno vedremo tassarci anche l’aria che respiriamo.

Mangiamo cibi tossici e beviamo cloro, siamo marionette delle grandi distribuzioni, siamo spugne che assorbono gli stessi monologhi perenni ‘‘L’Italia sarà un posto migliore’’, migliore per loro.

L’italiano ha una percezione extrasensoriale, dice una cosa e ne fa un’altra, è il costume di compiacenza del sistema, entra in uno stadio e cerca vendetta.

L’italiano medio è vittima dei media, segue la corrente delle testate ma non quella della propria testa. Credono a una sfilza di numeri che non hanno senso. La verità è che noi un senso lo stiamo ancora cercando. Non troviamo il nostro punto d’ordine su nessuna mappa, siamo superstiti programmati da un macello nazionale, siamo un gregge senza censure, siamo quelli chiamati fratelli, con un dna diverso.

L’Italia è il paese dei furbi, l’evasione fiscale non è reato, la sanità pubblica è privata, tutto il contrario. Perdiamo tasselli da ogni voragine, siamo genitori di figli che non conosceranno mai il sapore della libertà, scriviamo lettere che non spediamo, riceviamo cartelle esattoriali con la stessa leggerezza delle cartoline.

Siamo ricercati e ricercatori di un futuro che non esiste, siamo quelli che credono nella ripresa, siamo il paese che resiste. E se resistere non è sbagliato, se provocare non è un attacco ma una difesa, se scrivere è un segno di vita e l’opinione dei cittadini è un diritto, dopo aver scritto questo articolo, la domanda sorge spontanea: Cosa pensa l’italiano della condizione che lo affligge?

 

 

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