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Le canzoni della mia generazione: Supertramp

Voto Autore

di Gianfranco Giacomo D’Amato

Nonostante sia famosa in tutto il mondo, “nobody quite gets it like the british” spiega Roger Hodgson. Parla della celebre “colazione in America”.

Roger era un ragazzo dell’alta borghesia inglese, cresciuto con una chitarra perennemente in mano nell’area verdissima e austera di Oxford. Era evidentemente un predestinato, visto che il primo disco lo pubblicò nel 1969 insieme ad un ragazzo di tre anni più grande, anche lui sconosciuto, che si chiamava Reginald (Reg) Dwight. Qualche tempo dopo Reg si sarebbe fatto conoscere nei quattro angoli del pianeta con il nome di Elton John.

Roger invece mantenne il suo nome e l’anno dopo si unì al tastierista Rick Davies. Quasi aristocratico e votato al rock progressivo il primo, proletario e amante del blues il secondo. Il dualismo continuava anche nel modo di cantare, cosa che avrebbero fatto entrambi con le canzoni del loro gruppo, alternandosi.

Con un annuncio su un giornale i due trovarono un chitarrista e un batterista. Si chiamavano “Daddy” ma durò. Scelsero presto un altro nome: Supertramp.

Gli inizi non furono facili e la gavetta durò parecchio. Le prime soddisfazioni arrivarono solo a metà anni 70 mentre nella formazione, sotto la salda guida dei due fondatori Roger e Rick, si alternavano vari musicisti.

Dopo qualche altro anno e cinque dischi, l’esplosione. Preceduto da otto mesi di lavoro a Los Angeles arriva il successo, quello vero. Il numero di questo successo fu 18, cioè i milioni di copie vendute in tutto il mondo dal nuovo LP dei Supetramp.

Nel 1979 impazzivamo tutti per “Breakfast in America”, “The Logical Song”, “Take the Long Way Home”, di Roger e per “Goodbye Strangers” di Rick, tutti capolavori contenuti in un unico disco irripetibile, una pietra miliare della muisca moderna: “Breakfast in America” appunto.

Ricordo che in quell’estate le canzoni si sentivano letteralmente dappertutto e qualsiasi negozio di dischi aveva in vetrina l’LP dei Supertramp. La gente ascoltava e riascoltava e si chideva da dove fossero spuntati questi Supertramp.

A metà anni 80 mi capitò tra le mani una vecchia copia di un settimanale per ragazzi molto noto a quei tempi, “Il Monello”, datato 1979. Il Monello era un classico degli anni 70, insieme a “L’Intrepido” un vero e proprio must dell’epoca con strisce, fumetti e articoli sulla musica.

Nella rubrica musicale di quel giornaletto c’era la recensione di “Breakfast in America”, appena uscito. Mi ci fiondai incuriosito.

A proposito del disco, il critico musicale così sentenziava sicuro: “Non c’è davvero niente di eccezionale in questo album. Non ne rimarranno particolari tracce”.

Lessi l’articolo e guardai l’immagine della copertina del disco, quella con la cameriera con grembiule giallo nella posa della Statua della Libertà e Manhattan sullo sfondo e mi feci una risata.

Tendo a giustificare i critici che valutano un disco appena uscito, però insomma, tutto ha un limite. No ?

Roger oggi ha 65 anni e canta ancora in giro per il mondo quelle canzoni che continuiamo ad ascoltare dovunque dopo quasi 40 anni.

Noi, pur non essendo britannici e preferendo cappuccino e brioche, quella colazione in America invece la comprendemmo benissimo fin dal primo momento.

E il tizio de “Il Monello” ? Farà ancora il critico musicale ?

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