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Le canzoni della mia generazione: Kate Bush

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di Gianfranco Giacomo D’Amato

Cos’è per ognuno di noi una canzone simbolo della propria generazione?

Per me è una canzone arrivata in un momento della nostra vita (adolescenza, gioventù), in cui eravamo particolarmente ricettivi e che abbiamo ascoltato migliaia di volte, che non ci stancherà mai e che continueremo ad ascoltare per tutta la vita. Ogni generazione ha le sue, ovviamente.

Io ero bambino all’inizio degli anni 70 e adolescente tra la fine di quel decennio e l’inizio degli anni 80. Quei due decenni li ho vissuti con una colonna sonora che considero eccezionale. Si dice che ognuno ricorda particolarmente le canzoni della sua gioventù per questioni affettive più per effettiva qualità musicale. Certamente c’è anche questa componente. Ma, come ho più volte sottolineato, è anche possibile fare un’analisi un po’ approfondita e confrontare con un minimo di oggettività diverse epoche musicali. E dopo decenni, più analizzo e confronto e più mi convinco che appartengo ad una generazione musicalmente molto, ma molto fortunata.

Inizio con oggi una carrellata attraverso canzoni che nella mia memoria hanno un posto speciale, e che considero emblemi proprio di quella generazione fortunata a cui appartengo. Saranno articoletti brevi, con qualche curiosità o particolare poco conosciuto a proposito di pezzi notissimi e meno noti, soprattutto stranieri, e di chi li ha portati al successo. Chi era ragazzo (o anche più maturo) in quegli anni, li ricorderà volentieri.

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Erano cime tempestose nel romanzo di Emily Bronte, divennero vette musicali irraggiungibili grazie a una ragazzina minuta che non era miss universo ma che nella mia mente sarà per sempre una delle donne più belle mai viste. La ragazzina vide il film e ne fu rapita. Quindi lesse il libro. Pare che scrisse musica e testo della canzone di notte, in poche ore. Aveva solo diciotto anni. Di lei si accorse un tizio che strimpellava musica piuttosto benino. Di nome si chiamava David, di cognome Gilmour e faceva il chitarrista. Non se la fece scappare.

La ragazzina diventò un’artista eccezionale: autrice, compositrice, arrangiatrice, polistrumentista (piano, violino, basso, chitarra), regista, mimo, coreografa, ballerina. E ovviamente interprete, dotata di una voce dall’estensione prodigiosa di quattro ottave.

La canzone spopolò in Italia ma fu un fenomeno planetario, capace addirittura di far innalzare le vendite del romanzo, pubblicato 130 anni prima. Il video, con lei che balla in un gioco di immagini a specchio sul finale strumentale, è storia della musica.

Comprai il disco nel 1978, appena uscito, e lo consumai fisicamente. Registrai la canzone su vari nastri che mi consentirono a fatica di arrivare fino all’epoca dei CD. Poi arrivarono i file. Tra vent’ anni l’ascolterò tramite flussi di neutrini che trasporteranno direttamente alla mente musica e immagini o con qualsiasi altra diavoleria che verrà fuori.

Sempre lei. Irripetibile, bellissima, fantastica Kate.

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