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Frank Sinatra, un talentuoso precursore dei tempi

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di Athos Enrile

Le celebrazioni musicali arrivano copiose, giorno dopo giorno, perché c’è sempre un grande artista da ricordare, ed è quasi doveroso accendere periodicamente piccole luci capaci di focalizzarsi su chi ha creato ciò che prima non esisteva, nella speranza che anche i più giovani trovino lo spunto per approfondire.

Pochi giorni fa ho fornito pillole di Edith Piaf e oggi mi soffermo su un altro grande, perché… prima di Michael Jackson, prima di Bob Dylan, prima di Elvis Presley, c’era Frank Sinatra: e questa non è un’opinione.

Non vorrei scrivere delle sue mogli/amanti o dei sui legami imbarazzanti con la malavita, ma provo rapidamente disegnare la sua sinossi artistica, ancorchè impossibile da condensare in poche righe.

Photo by Hulton Archive/Getty Images

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Eppure… se penso a Frank – mi piace il piglio confidenziale! – mi viene in mente Sid Vicious che si appropria di “My Way”, una canzone meravigliosa diventata, verso la fine degli anni ’70, un’icona della subcultura punk. Ma non basta, mi compaiono davanti agli occhi i suoi film, i suoi sguardi di ghiaccio capaci di influenzare anche aldilà dello schermo, tutti gli stereotipi americani e una certa e rassicurante vicinanza, visto le origini italiane.

Ma ritorno a bomba, alle celebrazioni, perché nel continuo fluire dei tributi appare doveroso ricordare un artista che ha saputo fondere la canzone popolare con l’intima emozione personale.

La casa al 415 Monroe Street, a Hoboken, dove Frank Sinatra nacque cento anni fa, esattamente il 12 dicembre, non esiste più, così come gran parte di quello spazio  circoscritto in cui  crebbe  durante gli anni della grande depressione.

Hoboken è oggi una città costituita da condomini e negozi costosi, ristoranti di lusso, parchi ben restaurati, e nulla riporta al vecchio sito portuale dominato da squallidi bar e fatiscenti locali etnici, rannicchiati lungo il lato ovest del fiume Hudson.

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E è proprio in questi club e bar – uno dei quali di proprietà di suo padre Marty, vigile del fuoco – che un giovane Sinatra comincia a cantare per il pubblico, un inizio musicale che per tutta la vita lo porterà ad autodefinirsi un semplice “saloon singer“.

Mr. Occhi Blu” è sempre stato orgoglioso di questo titolo, e giustamente. E ‘stato il migliore cantante del genere – fatto in origine di paghe da fame e ritmi impossibili –  che lui riuscì ad elevare ad una forma d’arte tipicamente americana, riconosciuta in tutto il mondo.

Il personaggio “Sinatra” si fortifica anche grazie all’immagine creata ad arte, quella di un protagonista solitario da film noire, protetto dal cappello di feltro, con l’immancabile sigaretta e un drink in mano; e poi… belle donne e party con gli amici sino all’alba, mentre le sue interpretazioni, vissute intensamente, danno nuova vita agli standard musicali più conosciuti, diventando quasi confessioni autobiografiche.

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E così, mentre nasceva il primo esempio di canzone d’autore, gli uomini comuni, puntando Frank, superavano lo stato di ammirazione prolungandolo verso la personificazione, per via di quella ridefinizione della mascolinità diventata una virtù da sottolineare con forza, e a più riprese.

A partire dal suo album “In the Wee Small Hours”, del 1955 – canzoni d’amore stimolate dalla rottura con Ava Gardner – che alcuni giudicano come il suo più grande disco, Sinatra ha donato agli uomini la licenza di piangere senza vergogna.

Prima di allora la musica meno impegnata era giudicata – e respinta – dai più acculturati, ed esisteva una rigida distinzione tra musica “alta” e popolare.

Rivestendo la tradizione con abiti eleganti, e utilizzando arrangiamenti pop-jazz, Sinatra incomincia a sciogliere lentamente i paletti intellettuali, inventando un genere che gli resterà appiccicato addosso per sempre.

Image by John Bryson/Sygma/Corbis
Image by John Bryson/Sygma/Corbis

Quasi da solo canonizza il songbook americano, un lavoro creato soprattutto per Broadway e utilizzato nei film di cui è stato protagonista.

Canzoni come “Night and Day“, “I’ve Got You Under My Skin“, “One for My Baby” e “Laura” diventano sue e di nessun altro, e spesso quando si pensa ai vari refrain che contraddistinguono i brani, la voce di Sinatra è la prima cosa che arriva, e  l’impressione è che dietro non ci sia il lavoro di un autore, ma che le parole sgorghino spontanee, senza quel tipo di razionalizzazione e organizzazione che erano al contrario il suo primo scrupolo.

Il progredire della tecnologia favorisce la sua ascesa: se non fosse stato inventato il  microfono non sarebbe mai nata la figura del “crooner” – di cui Sinatra si può considerare l’archetipo – e non avremmo mai potuto godere del tipico tono colloquiale e rilassato caratterizzante del ruolo, utilizzato da Frank per trasmettere intimità fusa ad un tenero erotismo, diventato sempre più amaro con il passare degli anni.

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A partire dalla metà degli anni 1960 la sua carriera,  vista dall’alto, diventa  la storia di un monarca che rimira quanto realizzato nella vita, battagliando con quel demone che è il passaggio incessante del tempo.

Nel suo ultimo grande album, “Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim” del 1967, Frank canta tristi ballate, fatte di bossanova e profumo brasiliano, che sottolineano la nostalgia per la giovinezza perduta. E dopo ciò… la sua carriera galleggia senza grandi acuti.

Il suo ultimo tentativo di realizzare una produzione importante risale al 1981, quando rilascia l’album, “She Shot Me Down“, definito dai critici il migliore degli ultimi 25 anni, nonostante una pesante decadenza vocale legata, soprattutto, ad un utilizzo smodato – nella quantità e nei tempi – del tabacco.

Personalmente il simbolo della sua produzione resta il brano “New York New York”: il fumo che fuoriesce dai tombini, la Minelli e De Niro, i grattaceli della città americana che più mi ha colpito e che Sinatra ha la capacità di farmi apparire davanti con la sua appassionata versione, ogni volta che riascolto il brano.
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Il vecchio Frank è ora sepolto a Palm Springs, dove ha vissuto i suoi ultimi giorni. Con lui nella bara i suoi “superstiti”: Tootsie Rolls, Life Savers e una bottiglia di Jack Daniels.

Dimenticavo… la cravatta del Genoa Football Club. Un tocco italiano non poteva mancare!

 

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