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martedì, Ottobre 27, 2020

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Atri, notte di fuoco antico e la musica moderna degli Après la Classe

Voto Autore

 

di Tiziana Pavone

Si. Vi parlerò del gruppo musicale Après la Classe. Aprono i concerti del primo maggio. E ora sono a un metro da me. Ma prima seguitemi.
Vi devo parlare delle feste legate sulla carta alla tradizione. Che ne pensate? Gli eventi “attraenti per Umanità” sembrano una rarità.

Giro in alcune città e mi accorgo della concentrazione massiva di gambe che allungano il passo per via della felicità: una pedonale! E va bene, d’accordo: tra parentesi smetto subito di divertirmi facendo rime città-realtà- crudeltà. Ma credetemi: è lì che brucia la movida festaiola. Ci sono luminarie importanti e ci sono negozi spalancati. Le persone si sentono felici se comprano sotto i fari intermittenti che danno luce al viso. E chi vende si sente ancora più felice. Non mi arrendo all’evidenza secondo cui consumatori e mercanti pare vadano a nozze. Non può essere tutto qui. Infatti non è tutto qui. C’è la musica di sottofondo in prigione al megafono.

No. Non suonano gli Après la Classe. E’ un Jingle Bells di Billy Idol, una ballad rock che va in loop. Solo quella. Frank Sinatra non è più in pole position. Chissà se lo sentirò anche in aereoporto. Cerco di saltare da un negozio all’altro canticchiandola, sulle tracce di chi girovaga con l’obbligo di comprare qualcosa per sentirsi alla pari col mondo. Mi piace guardare in faccia le persone che non cantano. Mi fanno immaginare biografie mai scritte.

Mi domando se fare o no un minuto di silenzio per quei posti che hanno deciso di risparmiare sulle luminarie, posti dei quali non sapresti niente se non fosse per quei gruppi di facebook dove cittadini si lamentano del buio. Che pena ancora più grande, il buio! Il buio di chi ha perso lavoro, e si addolora. Non per la guerra, non per la religione, non per la fame nel mondo, non per il freddo, ma per i regali. Questo, si un dramma. Niente regali! Quasi alla pari di quei neri che sono sbarcati dal mare per stare all’uscita del supermercato. Occhi bianchi, sguardo triste.

Mi domando: che possiamo offrire ai turisti, della nostra Italia, se i turisti sono loro? Dove sono finiti i posti dove la gente ti guarda e ti riempie la vita con il sorriso? Anche io sono tornata all’uscita del supermercato. Voglio entrare a comprare una focaccia griffata Ogm, per quel nero che nessuno vede al buio. Anche noi mangiamo quella. Ma ci sono due tipi fermi col piede scattante sull’acceleratore e lo sguardo cattivo sul volante. Potrebbero farsi un selfie con quelle facce, belle da guardarsi poi. Invece non ci pensano proprio. Né alle loro facce né allo psicologo. Sanno solo che non vedono l’ora di salire sulle scale mobili per andarsi a dopare di scontrini.

Quello che tiene famiglia vorrebbe il mio posto auto, appena conquistato al parcheggio del centro commerciale. Pardon. Si chiama Parco, lo so. Proprio come il parco giochi, si!  Io ho aspettato tanto, che si liberasse un posto al parco commerciale. Ma lui non lo sa. Non si accorge nemmeno che sono donna. Ma del resto, non si accorge nemmeno della moglie che ha a fianco. Sai che c’è? – dico tra me e me – Io il posto non lo prendo, non lo voglio. C’è terrorismo in giro. Ma soprattutto, c’è il terrore di disordine in viabilità. Gli uomini della security dai giacconi fosforescenti più delle luci di Natale, pala alla mano, mi fanno cenno di sparire al volo. Non amano ciò che annusano lungo il giorno: clacson e fumo di motori.

Pazienza mio fratello nero che guardi il mondo, e il mondo non ti guarda. Me ne vado. Quello che tiene famiglia sarà pure contento ma è destinato a perdere e non lo sa. A vantaggio della coppietta: giovane, quindi più aggressiva. Se la prenderà con la moglie, per non aver avuto il suo momento di gloria. Ma non subito. Aspetterà di entrare dentro. Dopo il primo corridoio di cestini. Agirà non appena il carrello si fermerà. Ci scommetto fino a che non li vedo più dallo specchietto retrovisore. Auguri!

Davanti allo stradone delle grandi rotatorie non mi resta che me. Mi guardo negli occhi e mi vedo che ho già tutto. Non saprei dove comprare quello che già ho. Non ho nemmeno amici che vogliono regali. Ho amici che vogliono me e i miei difetti. E sono proprio loro quelli che mi mancano, adesso. Me li sarò scelti male?

Accendo la radio. Anche lì c’è Jingle Bells. Questa volta cantano i bambini. Difficilmente passeranno gli Après  la Classe. Devo proprio ascoltarli dal vivo. Non li avevo in programma. In programma ho di ascoltare una corale da brivido, che sarà prossimamente da queste parti. Spero di farvela conoscere  presto.

Del gruppo, proveniente dalla provincia di Lecce, me ne ha parlato chi una decina di anni fa ebbe l’idea di dare un posto caldo ai turisti aprendo le porte dei locali, il giornalista Luciano Alonzo.

Sto per lasciare la scia di fari abbaglianti in coda sulla statale adriatica verso Pescara. L’indicazione blu per il paese è giusta, e io svolto. Né montagna né mare. Salgo su. In collina. Per un luogo che stanotte, tra il 7 e l’8 dicembre rispetta un rituale magico antico e perciò non ha fretta. Non chiude. Là mi dicono che le luci siano fatte di fuoco, durano tutta la notte fino al mattino.

Il paese è medioevale, la vista super panoramica, da capogiro. I dolci spettacolari. Bocconotti, cagionetti. Sfogliatelle. Gli abitanti ospitali. Si conoscono tutti, tra di loro. E così hanno tempo per guardare meglio lo straniero. Ci fanno amicizia. I miei amici sono tutti lì, a mangiare pasta alla chitarra e spiedini. Hanno ragione. Da nessuna altra parte si vede una festa così unica. Tanto che le genti ci vengono da lontano. Gli inglesi si stanno comprando le colline, i romani ci vengono nei week end. La Rai ci fa diversi servizi, che si tratti di percorsi automobilistici, di arte culinaria o di storia e geografia. Mai stati ad Atri?

Come al solito, esserci è diverso che toccare il mondo sullo schermo. I tacchi sulle vie rimbombano come zoccoli di cavalli a zonzo. I mattoni riflettono spiriti e ombre rosse, anche se nei servizi trasmessi dalla Rai non si vedevano. E’ pieno di anime. Di mani che accarezzarono cavalli, mucche, pecore e oggi vivono da signori. Questa notte si va in pari col passato.

Ogni persona ha in corredo una torcia. Deve portarla in piazza perché tutti insieme accenderanno il fuoco benedetto. Se qualcuno dormisse, verrebbe svegliato, dal momento che tutti bussano ai portoni chiusi di ogni casa. Aperti sono i locali.  I bar sono colmi come le case dai tetti rossi. E così i ristoranti, le taverne, le osterie, le locande, i bed&breakfast.  Proprio come mi aspettavo, fatti di palati e voci. Aliti di cani in piazza e vini novelli in terrazza. Traboccanti. Olio, vino, pane, olive e di tutto quello che è tradizione, si riempie ogni tavola.

I frantoi, uno per collina, hanno chiuso da poco, e sul pane c’è la prova salume. Porchette e forchette liberano suoni. Si beve si mangia al caldo. Nulla a che vedere con la notte bianca. Devo trovare anche io una torcia. Questa è la notte del fuoco che arde da millenni, La Notte dei Faugni.

E’ qui la festa? – non servirebbe chiederlo, ma lo faccio solo per sentire la cadenza del parlato sulla pronuncia impossibile. Si scrive Faugni, si pronuncia Faegne. Mi va male perché trovo un gruppo che viene dalla Toscana. Sono quei momenti in cui non vedi l’ora di lasciare le tue abitudini, il tuo accento, il tuo stile, e di mescolarti alle regole del mondo, col gusto di incrociare le origini.

Che ci fate qui? – chiedo. Mi dicono che sono partiti apposta per vedere la festa. Credevo di essere la sola, per caso? Fuori dal centro è pieno di camper. C’è un intero pullman venuto da lontano. Se c’è un Presepe vivente è questo, proprio intorno ai Calanchi. I toscani non mi hanno dato la torcia.

Nessuno vuole dormire questa notte, e non è per gli spettacoli e i concerti. Si. C’è tanta musica dal vivo. E continuerà ancora. In questo paese i programmi di musica sono tanti, così come le rappresentazioni teatrali. Quelli in dialetto vanno in scena grazie alle fervide compagnie del posto. Musica si, ma la musica questa volta è la protagonista assoluta dell’attesa. No. Non è ancora tempo, per gli Après la Classe. Sono anche loro in taverna.

In piazza Duchi d’Acquaviva ci andranno ma non prima delle due. Secondo me sono venuti apposta per i Faugni. E io davanti al falò più grande del mondo li fotograferò. In Piazza Duomo. Qualcuno si alza apposta alle cinque. Qualcuno non va proprio a dormire. Io sono tra questi ultimi.

Senza motori, senza ogm, senza fretta. Nel paese più pulito che abbia mai visitato, cerco cassonetti. Mi hanno detto che non ce ne sono. Ecco perché non li trovo. Semplicemente, a chi non volesse differenziare, rimane il sacco dentro al portone. Il mio sacchetto dove stavano le sfogliatelle più buone dell’universo, me lo tengo in borsa. Alzo lo sguardo. Le stelle osservano e ci proteggono. Non fa freddo, infatti.

Buon dicembre a chi ama il calore del fuoco umano. I borghi medioevali e le persone che li sanno conservare.

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