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Intervista ad Oriana Civile, mente e voce di “Canto di una vita qualunque”

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di Corrado Salemi

Mi imbatto spesso sui social network in polemiche e lamentele (soprattutto dei non addetti ai lavori) sulla bassa qualità artistica delle nuove proposte musicali italiane.
E sistematicamente la colpa è attribuita ai Talent Show e alla cecità dell’industria discografica. Non sono convito che sia tutto vero, ed ho una personale interpretazione del fenomeno.

Sono convinto che la fortuna di pubblico ottenuta da molti artisti italiani negli decenni passati, indipendentemente se con canzoni “leggere” o “d’autore”, fosse legata alla capacità di raccontare, con brevi fotogrammi, la società e la realtà circostante, evidenziandone vizi e virtù. E soprattutto di averlo saputo fare meglio di altre forme d’arte.

All’opposto, trovo la musica delle nuove leve monotematica (sesso, sesso, sesso), autoreferenziale (io, io, io) e disconnessa dal vissuto reale. Tranne qualche eccezione, ovviamente. Così facendo vengono a mancare, però, gli ingredienti necessari a rendere universale ed “evergreen” un brano, generando un vuoto nella cultura (e memoria) musicale collettiva.

Ultimamente trovo sempre più attuale, paradossalmente, la musica di tradizione popolare in quanto capace ancora di parlare al cuore della gente, rifacendosi a valori “universali” ed a temi del vissuto concreto e quotidiano. Ivano Fossati nel 1992 cantava “Alzati, che si sta alzando la canzone popolare”: non so se si riferisse a questo specifico senso, ma trovo quel testo perfettamente calzante con la mia idea.

Ne ho avuto l’ennesima conferma lo scorso fine settimana grazie allo “Canto di una Vita Qualunque”, spettacolo in forma di teatro-canzone, ideato e scritto da Oriana Civile, artista nativa di Naso (in provincia di Messina). Una delle voci più cristalline e potenti che il cielo ha voluto regalare alla terra sicula. All’attivo un disco con Maurizio Curcio,  “Arie di Sicilia” del 2011, ed una esperienza ormai decennale nei folk festival in giro per il mondo.

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Andato in scena venerdì 30 ottobre al Teatro Ditirammu di Palermo (piccola e splendida culla di cultura), lo spettacolo narra la vicenda umana di Don Ciccino (un contadino “qualunque” dell’entroterra siciliano) testimone inconsapevole del brusco trascorrere degli eventi del XX secolo e delle conseguenti ricadute sociali.

Se ne racconta la nascita, la spensieratezza della fanciullezza, i primi amori, la chiamata alla guerra, l’emigrazione, il ritorno in un paese notevolmente cambiato, l’amore vero, la dedizione alla famiglia ed ai figli, la morte. In sottofondo alla vicenda si affrontano il disgregamento delle abitudini sociali, l’abbandono della terra da parte delle nuove generazione, l’eccessiva invasione della tecnologia, la liquefazione dei sentimenti.

In questa opera Oriana Civile mette in mostra non solo l’eccelsa qualità della sua voce e la sua consolidata capacità attoriale (maturata in una carriera decennale nei circuiti dei festival folk internazionali), ma anche una scrittura sorprendente capace di ricamare una storia universale, rendendo epica ed “etica” la vicenda di un personaggio semplice, attraverso le sue vicende quotidiane e senza nulla aggiungere.

Il tutto è condotto attraverso l’alternanza tra i canti della tradizione siciliana e i monologhi, passando in rassegna tutte le gradazioni emotive che dalla frivolezza erotica dei canti licenziosi (“Me mugghieri unn’avi pila”, “A pinnula”) arrivano alla straziante tristezza di canti di lamentazione funebre (“O Nici, Nici”).

Ad accompagnarla alla chitarra e all’organetto il polistrumentista Ciccio Piras, altro testimone della vitalità della riproposta di tradizione.

“Canto di una Vita Qualunque” è uno spettacolo di alto valore artistico e culturale che merita senza dubbio il successo di critica e di pubblico che sta ottenendo nei circuiti folk nazionali, ma che potrebbe stare benissimo in rassegne di più ampio respiro.

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Abbiamo approfittato dell’occasione per una chiacchierata con Oriana Civile, che ringraziamo per la disponibilità.

Ciao Oriana. Innanzitutto grazie della disponibilità. Complimenti davvero per il tuo spettacolo:  essenziale nella forma ma profondissimo nei suoi contenuti. Splendido. Vorrei partire dal repertorio: dove hai preso i brani del tuo spettacolo? Quali sono le tue fonti?

Le fonti sono molteplici. A parte i brani più noti, appartenenti al repertorio di Rosa Balistreri (“A pinnula”, “Mè mugghieri unn’havi pila”) ho inserito brani provenienti da diverse località: la “ninnananna” è di Noto (SR); il canto di contadini ed il canto nuziale sono di Naso, il mio paese: per il canto nunziale, mancante di melodia, ho associato la Canzuna tradizionale di Saponara (Messina). Poi c’è “Lu jucaturi”, canto di donne di Milena (Caltanissetta), una bella invettiva contro il gioco d’azzardo  da sempre piaga sociale. Naturalmente, tra le fonti non mancano Alberto Favara e Annunziata D’Onofrio con le romanze di Caronia (Messina).

Il tuo spettacolo parla della storia di Don Ciccino, un contadino “qualunque”. Come mai un personaggio maschile?

Non lo so.  È nato uomo. Ho iniziato a scrivere questo spettacolo senza pensare al sesso del protagonista. Mi è venuto automatico, naturale ed immediato scrivere al maschile. Non me ne sono accorta finché, mettendolo in scena, il pubblico non ha cominciato a pormi questa stessa domanda.

 Eppure mi ha colpito il fatto che tu abbia derogato dal tuo personaggio in un paio di occasioni: il canto licenzioso sulla “pillola anticoncezionale”, ma soprattutto per il canto di “Cuncettina” costretta dalle “leggi” sociali a prostituirsi dopo aver subito violenza da un uomo. Pensi che si siano delle distanze incolmabili tra uomo e donna su alcuni temi, per esempio su quelli della violenza sulle donne così terribilmente di moda in questi ultimi anni?

No, non credo.  Credo piuttosto che il problema risieda nell’ignoranza e nei pregiudizi. Purtroppo ancora oggi per alcuni uomini, e sfortunatamente anche per alcune donne, l’Amore è possesso e quindi l’altra persona viene considerata una proprietà esclusiva. La sete di possesso diventa talmente forte da far passare in secondo piano non solo la “volontà” dell’altro ma in alcuni casi persino il valore stesso della sua Vita. Io non credo che questo sia un fenomeno dei giorni nostri: è sempre esistito, forse oggi se ne parla di più, viene portato alla luce; spesso però viene affrontato in maniera strumentale e “comoda” da un certo giornalismo sempre a caccia di emozioni forti e “pignateddi” (traducibile in “pettegolezzi”, “gossip”).  A mio modesto avviso, trattando così un tale fenomeno sociale si rischia che diventi un fenomeno “di moda”, che l’opinione pubblica si abitui a questi fatti e cominci a considerarli con indifferenza, o ancora peggio con fastidio. Don Ciccino, nel mio spettacolo, dice: “Ai miei tempi si credeva che certe cose la femmina se le cercava”. Ma siamo sicuri che oggi la pensiamo diversamente?

Il tuo spettacolo ha raccolto ottime recensioni soprattutto nei circuiti della proposta (e riproposta) folk. Eppure ha un respiro universale, al di là del repertorio e della lingua scelta. Hai difficolta a “piazzare” il tuo spettacolo sul territorio nazionale? Oppure il mercato è così’ maturo da capire il valore di un progetto artistico indipendentemente dal genere di appartenenza?

L’unica vera difficoltà che ho nel” piazzare” il mio spettacolo è la mancanza di un’agenzia specializzata a farlo. Anzi, se qualcuno vuole farsi avanti…  Appello a parte, credo che questo sia uno spettacolo facile da “vendere” non solo in Sicilia o in Italia, ma in tutto il mondo, perché parla di un tema che è universale e può essere reso in diverse lingue (attualmente lo sto traducendo in francese per i paesi francofoni). Portando in giro questo spettacolo ho potuto constatare che il pubblico s’identifica con don Ciccino perché è un uomo normale, un uomo “qualunque”, non fa nulla di straordinario se non vivere con pienezza la propria vita, esattamente quello che facciamo tutti noi ogni giorno. Sono sicura che questo spettacolo possa essere capito e goduto in tutto il mondo senza problemi. Anche i canti, essendo di tradizione orale, hanno un carattere universale ed ancestrale, in grado di raggiungere l’animo di qualunque essere umano. Io dico sempre, semplificando: “La ninnananna è tale in Sicilia, così come in Africa o in Nuova Zelanda!”. Tramite la musica, l’emozione passa tutta. Il mio intento in questo momento è quello di farlo girare soprattutto in Sicilia: mi piacerebbe che ogni siciliano possa vedere e soprattutto “vivere” questo spettacolo!
Ti ricordo, comunque, che in Italia la cultura è allo sfacelo e che l’artista è spesso costretto fare tutto da sé. Inoltre gli agenti giusti (che non siano il Gatto e la Volpe, per intenderci) sono difficili da trovare… questo è un altro tema che rende il tutto ancora più complicato!

Qual è lo stato della musica di tradizione oggi, stando alla tua esperienza? E’ vero che c’è maggiore attenzione all’estero in ambito internazionale piuttosto che sul piano nazionale? Come mai?

All’estero c’è una maggiore attenzione per la cultura in generale: di conseguenza ne godono anche le culture tradizionali. In Sicilia, la musica tradizionale propriamente detta è comunque ancora viva in alcuni paesi dell’entroterra, laddove l’industrializzazione non ha fatto in tempo a spazzare i riti e le tradizioni. Penso ad alcune circostanze ben precise: le Novene di Natale, le Lamentazioni della Settimana Santa, i suoni e i frastuoni del Carnevale, circostanze in cui il suono ed il rumore hanno ancora oggi una funzione fondamentale. Poi c’è anche la  musica di riproposta, il “folk revival”, come faccio io con “Canto di una vita qualunque. Il resto di quanto si ascolta è “cantautorato dialettale” che in alcuni casi dalla tradizione prende solo spunto.
In quest’ambito c’è molta confusione: spesso i siciliani stessi (e non solo loro ovviamente) sconoscono le proprie tradizioni musicali e credono, erroneamente, che la musica di tradizione sia solo da ballare e “satiriddiare” (saltellare), ma non è affatto così: molto spesso c’è “da tagliarsi le vene” con alcuni brani tradizionali.
Il popolo siciliano è un popolo che ha sofferto moltissimo, e questa sofferenza è stata trasferita tutta nei canti. Purtroppo la tradizione è stato annientata dall’industrializzazione e dalla modernizzazione, per cui spesso non è rimasta traccia viva di ciò che c’era fino a 50 anni fa. È quello che succede al mio Don Ciccino: ritrovarsi a morire in un mondo completamente diverso da quello in cui è nato.

Dove possiamo rivedere e riascoltare prossimamente il tuo spettacolo?

Nell’immediato devi aspettare (e pure io!), ma sono orgogliosa di dirti che sono stata inserita nella rassegna “Scena Nuda”, del Teatro “Beniamino Joppolo” di Patti (ME): una rassegna realizzata grazie alla passione di un giovane regista, Michelangelo Zanghì, e dell’associazione Filokalòn di cui è vice presidente, un cartellone ricco di Arte e di bei nomi, messo su senza sussidi da parte delle istituzioni (nel nostro bel Paese troppo spesso indifferenti alla Cultura). Io sarò in scena il 12 maggio 2016.

 

 

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