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EXPONIAMOCI

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di Elisa Enrile

A più di una settimana dalla fine dell’esposizione universale, sembra sia arrivato il momento di  tirare le somme e fare un bilancio dell’esperienza.

L’Expo è stata una manifestazione che ha fatto molto discutere, è stato amato e odiato, criticato e apprezzato e soprattutto ha molto incuriosito. L’aspetto più dibattuto si incentra su cosa sia stato effettivamente questo Expo: un tentativo (tra l’altro, riuscito? Non riuscito? Ai posteri l’ardua sentenza) di risollevare il nostro paese da un momento di oggettiva crisi? O piuttosto il risultato dei soliti rigiri di soldi nelle mani di chi sta più in alto di noi?

Senza entrare nel merito della questione, che mi porterebbe in territori ahimè sconosciuti, cercherò di parlare semplicemente della mia visita.  In realtà non avevo messo in conto di andarci seppur con un po’ di dispiacere: all’inizio c’era la fatidica paura dell’attentato, poi quando questa piano piano è diminuita si  è aggiunto il problema della compagnia visto che la maggior parte dei miei amici era già andata e altri sembravano non essere interessanti.

Alla fine, il 12 ottobre 2015, arriva anche per me il momento e insieme ad un gruppo di amici dell’università ci svegliamo all’alba per poter arrivare a un’ora decente e provare almeno a evitare quelle che dai giornali e dalla televisione vengono descritte come enormi, gigantesche, lunghissime code. Devo ammettere che siamo stati fortunati. Dopo esserci persi in cerca del parcheggio arriviamo all’entrata da dove si può ammirare una fiumana di gente pronta a scattare oltre i tornelli per incominciare la visita, ma riusciamo ad ottenere una buona posizione e nel giro di mezz’ora/ quaranta minuti anche noi siamo dentro.

Mappa in mano, pronti a conquistare timbri che vengono apposti ad ogni padiglione visitato, scegliamo un percorso da fare e seguendo un po’ i desideri di tutti decidiamo che la prima tappa sarà il Qatar. Prima però facciamo una capatina in Giappone  per impallidire davanti al cartello che segnala, ad appena mezz’ora dall’apertura, 7 ORE DI CODA. Roba da folli.

Camminando in cerca del padiglione selezionato mi guardo intorno con fare sospetto… devo ancora capire se quello che sto vedendo mi piace. Enormi costruzioni ognuna con caratteristiche, forme e colori diversi si stagliano ai lati di una grossa via coperta da vele per riparare dal sole i visitatori. Arrivati dal Qatar vediamo che la coda è solo di un’ora, mi assicurano che è un ottima cosa e io me ne convinco e mi posiziono in fila ad attendere il nostro turno. Intorno a noi ci sono decine di persone di nazionalità ed età diverse, una coppia di anziani che mi chiedo come faccia a resistere una giornata con questo ritmo, una scolaresca di bambini delle elementari con relative maestre che mi impietosiscono (io non avrei mai accettato di portare dei bambini così piccoli in questo posto), e la tipica famigliola con mamma, papà, tre bambini e passeggino.

Chiacchierando il tempo passa abbastanza veloce e finalmente è il nostro turno. All’interno troviamo spiegazioni sull’alimentazione tipica de luogo e alcune attività interattive, ma devo ammettere con un po’ di delusione che non sono entusiasta e dopo al massimo 10 minuti usciamo lasciandoci alle spalle il primo padiglione. Ci dirigiamo poi in Cile dove ci aspetta la coda più lunga della giornata (2h), alleviata dalla possibilità di creare da soli dei braccialetti con le conchiglie dell’isola di Pasqua e dall’ascolto delle prove di un gruppo cileno che si sarebbe esibito da lì a poco.

Questo è stato il padiglione che ha incominciato a farmi apprezzare il senso dell’Expo, o per lo meno il senso che io ho voluto dare all’Expo (l’intento dei creatori forse non era niente di così poetico): esaltare la bellezza del mondo in cui viviamo. Nel padiglione, tutto in legno e con una meravigliosa scenografia rocciosa all’interno,  un video proiettato su un’enorme parete ci ha fatto conoscere le specialità e le peculiarità del Cile,  abbiamo sentito i rumori, abbiamo visto i colori, abbiamo osservato la preparazione di alcune ricette. Siamo usciti decisamente soddisfatti e abbiamo deciso addirittura di mangiare per pranzo cibo cileno che ha ottenuto giudizi più o meno positivi.

La mattina è passata in fretta e ancora di più il pomeriggio che è stato clemente e ci ha permesso di vedere altri 8 padiglioni: L’Israele con la sua coltivazione in verticale e gli innovativi metodi di irrigazione, l’originalissimo padiglione della Francia, il bellissimo Messico, l’Azerbaijan con le sue sfere della biodiversità, l’imponente e luminosa Cina, la piazza della Turchia, la  Polonia  e Città del Vaticano per finire con l’ottima cena in Afghanistan. Purtroppo a causa di un incomprensione non abbiamo visto le spettacolo dell’Albero della Vita che mi incuriosiva molto, ma ho dovuto farmene una ragione e siamo tornati a casa. Durante il viaggio di ritorno ho avuto modo di pensare molto alla giornata e devo dire che il bilancio è stato positivo.

Lasciando da parte tutti i possibili moralismi sulla questione, e sicuramente ce ne tanti, sono convinta che di base sia stata una trovata riuscita bene. Certo molto commerciale, alcuni stand come il Mc Donalds e la Coca-cola potevano essere evitati, ma se si riesce per un attimo ad andare oltre a tutte le polemiche e i dubbi sull’evento qualcosa di positivo c’è. Era strano camminare in mezzo alla via e trovare gente con il burka, persone con  una corona di fiori al collo, donne in kimono e uomini in tunica. Tutta una finzione, una trovata pubblicitaria? Probabilmente, ma per chi osservava attentamente  e riusciva per un attimo a guardare senza pregiudizi, la bellezza del tutto appariva chiara. In quel momento tutto era li a portata di mano, si aveva l’occasione di scoprire un pochino di più su parti del mondo spesso poco conosciute oppure troppo lontane, diverse culture, lingue e tradizioni una a un passo dall’altra. Penso quindi che il “giusto mezzo” sia la chiave di lettura della vicenda, come al solito.

Alcuni aspetti stridono e hanno delle ombre, ma cosa a questo mondo non ne ha? Non è cosa comune fare un giro del mondo in meno di 80 giorni!

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Elisa Enrile
Sono nata il 24 maggio 1994 sotto il segno dei gemelli: la mia passione e simpatia per ogni forma di espressione artistica è imputabile forse a questo. Inizio a scrivere da piccola e non ho più smesso da allora. Pratico danza dall’età di tre anni e ho incominciato da qualche anno ad insegnarla ai più piccoli; ho imparato alle scuole medie a suonare la chitarra classica e mi piace cantare (anche se mi limito alle performance sotto la doccia o poco più). Diplomata al Liceo Classico attualmente studio a Pavia Lettere moderne, curriculum Storia dell’arte, e collaboro con il giornale dell’università. Sono cresciuta a pane e musica grazie alla passione di mio padre e sono una vorace lettrice. Indecisa cronica, ho mille sogni nel cassetto. Uno dei tanti? Scrivere un romanzo.

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