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Il folk rock di “White Fever” è l’esordio discografico di Erica Romeo, che guarda lontano verso l’Irlanda

Bellissimo esordio discografico quello di Erica Romeo, che esce con " White Fever", una produzione indipendente dalle sonorità decisamente internazionali, che ricordano le atmosfere musicali irlandesi e cantato in un perfetto inglese.

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di Athos Enrile

EP di esordio per la biellese Erica Romeo, che rilascia White Fever, sette brani che rappresentano un cambiamento rispetto ad un passato radicato nello stile cantautorale italiano, condizionato positivamente dalle esperienze degli ultimi anni, quella vissuta a Dublino in primis.

Il risultato è una scrittura delle liriche in lingua inglese – è lei stessa a spiegarne le motivazioni nell’intervista a seguire –  e l’utilizzo di atmosfere folk rock, elementi che conferiscono alla sua attuale musica un tono… internazionale. Vorrei chiarire… non è la lingua, non è la suggestione irlandese, ma è il prodotto che ne deriva, quel sound a cui spesso è difficile dare un’etichetta, ma che riconosciamo immediatamente come nobile, pulito, semplice ed efficace.

Poco interessante cercare nomi da comparare, molto meglio evidenziare la chiarezza di idee di Erica Romeo che, probabilmente guidata nel modo corretto, pare abbia trovato il modo di esprimere con piena soddisfazione la propria arte, che ingloba nella musica una particolare visione del mondo che emerge con forza.

L’esempio del messaggio forte arriva in questi giorni con la pubblicazione del video relativo alla title track, raffigurante l’intrusione e la violenza dell’uomo bianco, giustificata dalla pretesa di colonizzazione del Nuovo Mondo, che porta dolore e sofferenze al territorio dei pellerossa e ai suoi abitanti. E la terra, dopo aver conosciuto tempi di piena armonia, cambia immagine e si trasforma in sale.

Il rispetto del prossimo, del mondo circostante, della natura, delle apparenti diversità, è un tema che non ha tempo, ne coordinate geografiche, e la denuncia di Erica Romeo può esser presa come simbolo dei focolai di pieno dolore che nascono e si alimentano in ogni luogo della nostra terra, mai come in questi giorni.

Facile in questi casi cadere nella retorica, quel modo di pensare che porta a guardare a un certo passato con nostalgia, ma la precoce saggezza di Erica, rovesciata nella sua musica, va presa come esempio e mostrata in ogni possibile occasione: una canzone non cambierà il mondo ma, forse, potrà smuovere qualche coscienza.

Un bel disco White Fever, piacevole, onirico, onesto e… Erica Romeo è davvero convincente!


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TRACKLIST  White Fever

1 – Intro (P.Petrelli);
2 – White Fever (E.Buzzo);
3 – Secret(E.Buzzo);
4 – Graduated Shadings (E.Buzzo);
5 – Bonnie & Clyde (E.Buzzo);
6 – Little Corner (E.Buzzo);
7 – Secret reprise (E.Buzzo)

CREDITI:
Registrato presso il Bluescore Studio di Milano. Prodotto e mixato da Federico Altamura. Produzione aggiuntiva di Peppe Petrelli. Masterizzato presso i Posada Negro Studios di Lecce.
Erica Romeo, voce e cori – Sara Velardo, chitarre ed effetto –
Andrea Cocilovo, batteria.

 

INTERVISTA:

Come si può sintetizzare la storia musicale di Erica Romeo?

La mia musica è sbocciata molti anni fa nella città in cui sono nata, Biella, per poi crescere durante i miei tanti spostamenti (Novara, Roma, Dublino) e finalmente maturare a Milano. Nei vari step di questo cammino ho provato molti stili diversi, collaborato con tanti artisti ed esibita su svariati palchi, comprendendo che la gavetta e l’umiltà sono indispensabili per fortificare il proprio talento ed è ciò che consiglio a tutti i giovani musicisti in erba.

Che cosa ha fatto scattare in te la passione per la musica?

Non so esattamente quando sia nata in me la passione per la musica: mia nonna mi raccontava spesso di quando, a 2 anni, fossi appassionata di Lucio Battisti, in particolare “I giardini di marzo”, che canticchiavo con parole inventate, ovviamente.
Mio padre suonava la chitarra e non posso che ricondurre a lui questo amore immenso per la musica. A 16 anni mi ha portato lui sul primo palco e da lì non ho più smesso.

Esistono dei tuoi precisi punti di riferimento, artisti che hanno influenzato il tuo modello espressivo?

Assolutamente si! In primis Carmen Consoli che, nel 1997, con l’album Confusa e Felice, mi ha sconvolto l’esistenza. E’ grazie a quel disco che ho iniziato a scrivere.
Poi i grandi cantautori, come De Andrè, De Gregori; anche Cristina Donà e il suo modo di cantare. Neil Young, Jeff Buckley, Tori Amos, Alanis… e lo ammetto, anche artisti più pop e recenti, come Beyoncè, Rihanna o Lana Del Rey.
Bisogna rimanere con le orecchie aperte senza pregiudizio, ascoltare tanta musica diversa e carpire il suono che può essere tuo.

La tua passione per il canto e la composizione si accompagna a quella puramente strumentale e so che sei diventata endorser di Ibanez: il tuo studio della chitarra è solo legato all’esigenza di creare attraverso di essa o esiste anche una passione specifica che si è evoluta nel tempo?

Non mi sono mai sentita una chitarrista ed effettivamente non lo sono. Io strimpello, in maniera decorosa eh, ma comunque rimango una strimpellatrice!
Ho sempre vissuto la chitarra come un mezzo per creare emozioni e sollecitare la penna, così l’ho vissuta sempre istintivamente, come una vibrazione che tocca le corde della mia creatività. Questo approccio ha dei limiti, ma fortunamente fino ad oggi ha funzionato.
L’endorsement Ibanez è nato perchè ho scritto per loro il brano Little Corner, colonna sonora del loro spot natalizio legato alle chitarre acustiche: cercavano l’immagine di una chitarrista più “arrivabile”, che invogliasse a suonare anche chi non l’aveva mai fatto, ed io calzavo a pennello.

 

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Come è avvenuto il passaggio dal cantato in lingua italiana e quella inglese?

E’ successo a Dublino: durante quell’anno vissuto in Irlanda mi sono innamorata totalmente della lingua inglese e sono rimasta stupita di come sia ricca di colori, a dispetto di ciò che si pensa: perché la lingua inglese è basic se vuoi parlare semplice, ma diventa un groviglio di modi di dire e verbi frasali appena approfondisci un po’. Tant’è vero che mi diverto molto di più a scrivere in inglese piuttosto che in italiano (lingua che io comunque adoro).

Che cosa ami e cosa non apprezzi del mondo musicale in cui vivi?

Il panorama musicale indipendente è molto stimolante perché i musicisti hanno voglia di collaborare e creare belle cose: penso a Sara Velardo, fantastica cantautrice e chitarrista (lei si che suona la chitarra in maniera sublime) che ha collaborato con me registrando tutte le chitarre del disco. Questo è il lato bello del mondo musicale in cui vivo, il lavoro di squadra.
Cosa non apprezzo? Beh, credo che la musica stia vivendo da ormai diversi anni una sorta di appiattimento, come tutta la cultura del resto. Con i talent abbiamo definitivamente ucciso le produzioni più piccole e il talent scouting da parte della major.
Anche la musica live sta praticamente morendo e limitandosi alle tribute band.
Ad ogni modo non ci si ferma, il mondo è abbastanza grande per far echeggiare la musica di tutti.

Che cosa accade nelle tue esibizioni live?

La cosa fondamentale: si suona.
Vedo spesso concerti in cui si fa molto spettacolo e poca musica. Io sono un po’ all’antica, forse, e prediligo la qualità dell’esecuzione e la comunicazione emotiva. Ho la fortuna di esibirmi con musicisti eccezionali che amano quello che fanno e mettono del loro. Sono davvero tanto, tanto fortunata.

Qual è l’anima di “White Fever”, il tuo EP in uscita?

“White” fever è terra, la terra rossa che si sgretola fra le mani: ha il profumo e le nuvole di Irlanda. E’ un EP che mi rappresenta molto, ricco di atmosfere, colori, emotività e gioia per la vita. Lo trovo molto intenso, in ogni sua sfaccettatura.

Esistono nella tua vita altri forti interessi oltre a quelli musicali?

Io sono gattara inside. La mia passione sono i miei due gatti, Nerina e Gianfilippo.
Disegno parecchio (sono reduce di liceo artistico), mi diverto con le foto (le ho fatte io quelle del disco) e la computer grafica. E sì, faccio a maglia e amo cucinare (e mangiare).

Esprimi un desiderio… di possibile realizzazione!

Vorrei suonare su molti palchi, in tutta Europa e anche in America: girare il mondo con la mia chitarra e portare la mia musica ovunque.
Chissà, magari un giorno si realizzerà!

 

 

 

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