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Duran Duran, un viaggio nel tempo, andata e ritorno, dagli anni ’80 fino a “Paper Gods”. RECENSIONE

"Paper Gods" è il GRANDE riscatto degli anni '80. I Duran Duran sono usciti con un album che è il sunto, concreto e senza fronzoli, dei loro 37 anni di carriera e 14 album di successo, in barba a chi negli anni di Wild Boys diceva che sarebbero stati un fenomeno passeggero. Ma mentre alcuni critici son "passati", loro, figli della musica new romantic e di insegnamenti della musica del Duca bianco, sono invece RIMASTI! Bellissima RECENSIONE di Antonella Ciaccio, che non riserva critiche, ma questa volta non alla stampa, ma ai fans.

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di Antonella Ciaccio

C’era un tempo in cui se alla domanda “Che musica ascolti?” rispondevi “I Duran Duran!”, doveva andarti bene che a portela fosse una coetanea cui piacevano gli Spandau Ballet per sentirti in competizione ma quantomeno compresa.

E se non ti andava bene, come minimo ti beccavi un’ora di dissertazione su questo o quell’altro gruppo storico, sulla vera musica che era quella suonata dal vivo e da gente considerata ai massimi livelli o, se proprio la sfortuna era dalla tua, sulla musica con la “M” maiuscola, particolarmente quella classica.

I Duran Duran??? Ma chi, quei cinque (all’epoca) ragazzi che si truccano come donne, si vestono con le camicie svolazzanti, i pantaloni attillati? Quelli che girano quei video pieni di belle ragazze in luoghi paradisiaci? Ah quelli di Wild Boys? O ancora…Sì li conosco, quelli che hanno il cantante che si chiama Simòn Le Bòn (proprio così, con gli accenti sulle O)

Credit Photo: Image by © Lynn Goldsmith/Corbis
Credit Photo: Image by © Lynn Goldsmith/Corbis

Per farla breve, erano i famigerati anni ’80, gli anni in cui non avevamo internet e le band, o i cantanti in auge, li conoscevamo dai giornalini per teen-ager, imparavamo le canzoni con “Sing A Song” a DeeJay Television e capivamo il successo di un artista solo quando lo vedevamo super ospite a Sanremo.

Ed è ovviamente andata così anche per i Duran Duran che però hanno avuto la fortuna, e noi con loro, di piacere sia al nostro Pippo-Nazionale che infatti li ha ospitati in tante occasioni televisive, sia a Red Ronnie (che ancora oggi, quando può, li invita e li intervista), meritevole di averci fatto conoscere il lato musicale del gruppo ancora più di quello patinato e leggero che passava, invece, attraverso i programmi del presentatore per antonomasia.

Amati o odiati, tutti avevano comunque un minimo di nozione della loro esistenza. Pare che addirittura in un sondaggio fatto all’epoca nelle nostre scuole sapessero in gran numero chi fosse il cantante dei Duran Duran ma ben pochi chi fosse il nostro Presidente della Repubblica!

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Ai loro esordi c’era però un dualismo abbastanza marcato tra i fan che, giustamente, impazzivano per tutto ciò che facevano ma soprattutto, da veri fanatici, erano pronti ad acquistare anche il giornalino della guida TV pur di collezionare una loro immagine, ma anche a difendere a spada tratta la bellezza delle loro canzoni, dei loro video (e dei componenti della band), e dall’altro lo scetticismo e l’ostilità, quasi, dei critici pronti a scagliarsi contro questa “boy-band” colpevole di attirare frotte di ragazzine al loro seguito senza avere, a loro dire, uno spessore musicale consistente.

Raramente infatti gli articoli dell’epoca approfondivano il lato musicale della band, soffermandosi piuttosto sul gossip o sul folklore che il seguito di fans portava ad ogni loro discesa nel nostro Paese.

A onor del vero tuttavia oggi, che siamo padroni del mezzo informatico e che perfino i suddetti critici o giornalisti possono approfondire adeguatamente l’argomento di cui vogliono trattare, questo spessore musicale gli viene finalmente riconosciuto.

La loro carriera è un percorso molto articolato.  Basta cercare su qualsiasi motore di ricerca e immergersi in milioni di articoli, recensioni e addirittura libri che ne hanno analizzato il fenomeno, perché alla fine una band che nel corso di diversi decenni è stata in grado di ottenere i primati più svariati (per citarne qualcuno: i primi ad usare i Maxischermi nei concerti; tra i primi a far girare i loro video sulla neonata MTV; il primo brano al mondo scaricabile da internet; il primo video con tecnica Flash-Player e molti altri) può senz’altro ritenersi non un normale gruppo di musicisti che scrivono le loro canzoni, le incidono e le suonano live o le vendono, ma una vera azienda in grado di sviluppare un prodotto sempre crescente di livello e di qualità.

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E’ proprio quindi grazie al loro background, al loro per meglio dire know-how, che oggi, nel 2015 a distanza di TRENTASETTE ANNI siamo ancora qui a parlare di loro e a parlane non con la nostalgia di chi ricorda una grande band che ha fatto un pezzo della storia della musica, ma con l’orgoglio di chi ha potuto aggiungere un nuovo ed eccellente prodotto di questa azienda alla propria collezione.

In merito a questo è proprio Simon a dichiarare, in un recentissimo post sul sito ufficiale della band:
Non smetto mai di stupirmi di quanto può essere fondamentale per un concerto avere dei nuovi brani nel repertorio. Non solo per la band, ma anche per il pubblico. Inaspettatamente, per chi va a vedere i Duran Duran, non si tratta più di un gesto di nostalgia, compiuto nella luce, o forse, all’ombra di un  ‘Ai miei tempi‘. Il nuovo materiale conduce il tutto molto più nel mondo di ‘Adesso‘. Ma più di questo, quando suoniamo NOTORIOUS che si evolve in PRESSURE OFF, o DANCEOPHOBIA in TOO MUCH INFORMATIONS e poi in GIRLS ON FILM; quando lo facciamo, comincio ad acquisire un senso di continuità dei Duran Duran.

E allora parliamo di questo nuovo prodotto, di “Paper Gods”, che è il loro 14esimo album uscito in Italia lo scorso 11 settembre.

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I Duran Duran ce ne hanno messo di tempo a realizzare questo disco, ben due anni in cui hanno provato a comprendere fino in fondo quale dovesse essere la loro direzione, dopo che il precedente album, seppur prodotto sempre dall’ottimo Mark Ronson, non aveva avuto il riscontro positivo e soprattutto i risultati di vendita che sta invece ottenendo questo.

Sia ben chiaro però che i Duran Duran non hanno mai ceduto alla tentazione del successo a tutti i costi. Prova ne è che questo disco non è nato sotto l’egida del tentativo di cavalcare ancora quella fetta di mercato che gli spetta, bensì è stato scritto e realizzato ancor prima di avere una casa discografica disposta a pubblicarlo. Ovvero sia, è nato soprattutto sulla scia del piacere che hanno ancora nell’esprimere la loro capacità e duttilità artistica.

E quando un prodotto viene realizzato con onestà è quasi automatico che l’impatto sia evidente e i risultati vengano spontanei.

Warner Music infatti non si è lasciata sfuggire questa bella opportunità di accaparrarsi quella che oggi possiamo dire essere la band più longeva del panorama musicale internazionale.

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Dicevamo prima del dualismo tra la critica e i fan…

Quella che ci troviamo oggi di fronte è quasi un’inversione di tendenza: a leggere sempre sui famosi motori di ricerca, l’accoglienza della critica è stata strepitosa, quasi inaspettata.

Il disco è stato recensito positivamente da migliaia di testate di livello e a ruota da tutti i blog e, perché no, anche dalle succitate guide TV! Giudizi tutti sopra la media e soprattutto analisi approfondite delle tracce, ascoltate con interesse e attenzione. E non ci può essere risultato più bello per un artista, che cura tanto il suo lavoro, ancor più dell’altrettanto grande risposta in termini di vendita che ha portato il disco ai vertici delle classifiche ovunque sia uscito (qui in Italia ha esordito direttamente al 2° posto).

E invece i fan? Beh, loro si sa, sono a volte i peggiori critici, in senso buono!

La fetta di fan legata alla storia del gruppo ha infatti storto un po’ il naso sull’eccessivo uso dell’elettronica e sull’apparente assenza di chitarra, basso e batteria concepiti nella tradizione classica del termine. E non è bastata la presenza di John Frusciante, che suona la chitarra in quattro canzoni, ad evitare i soliti cenni allo storico chitarrista Andy Taylor fuoriuscito dal gruppo ormai da tempo, o la sempre grande presenza Funky di Nile Rodgers, ormai un monumento della musica, o la genialità di uno dei più bravi produttori in circolazione, Mark Ronson, lo stesso che lavorò con una Amy Winehouse che mai metteva nei suoi dischi strumenti che non fossero suonati da musicisti.

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Una critica ricorrente tra i fan è quella al packaging del disco: una copertina di cartone, una grafica praticamente essenziale (uno sfondo rosa/celeste) e delle etichette simil-sticker sparse a caso sulla cover, che rappresentano dei rimandi a canzoni storiche della band.

Siamo consapevoli che ormai ci sia poca gente che acquista dischi, intesi nel senso materiale del termine. Con i servizi di streaming e digital download è molto facile scaricare la musica che si vuole, tenerla lì sul PC o sul riproduttore musicale portatile e fregarsene praticamente di qualsiasi supporto fisico. Molti si creano le proprie playlist e se proprio vogliono se le incidono su CD con tanto di titolo scritto con pennarello indelebile.

Sarà stata di conseguenza una scelta non del tutto sbagliata quella di voler investire non nell’abito, ma nel monaco, tanto per rendere l’idea attraverso un famoso detto! Se la copertina del disco non è (apparentemente) particolarmente ricercata e le etichette risultano banali (e i Duran ne hanno fatte di copertine ricche, come quella bellissima del “Wedding Album” dove si vedevano le foto dei loro genitori nel giorno delle nozze, quella famosissima di “Rio” con l’immagine di donna disegnata dall’artista Patrick Nagel o quella di “Big Thing” dove il titolo campeggiava in un tripudio di colori e formati), si può pensare che l’obbiettivo sia stato appunto quello di non continuare a legare il nome Duran Duran ad una mera apparenza, ma di dargli contenuto, essenza.

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Le etichette, si sa, nessuno le vuole e quando ce le affibbiano difficilmente riusciamo a togliercele di dosso…L’omino del Sumo di “Girls on Film”, il calice e il telefono rosa di “Rio”, la tigre di “Seven and the ragged tiger”, il cappello di “The Chauffeur” e tutte le altre perciò sono quei simboli tipicamente duraniani che tutti noi leghiamo a loro, che ce li rende riconoscibili. Chiunque pensa ai Duran Duran, finisce immancabilmente per pensare alla fetta della loro carriera legata a quel periodo che le etichette rappresentano. Il contenuto dell’album invece è qualcosa di nuovo, davvero innovativo, quindi la parte esterna, in qualche modo, ci rassicura che i Duran Duran sono sempre quelli che conosciamo, ma la parte interna ci presenta una loro nuova dimensione che dobbiamo imparare ad assimilare.

Con un certo disappunto da parte dei fan, nel booklet del cd non ci sono i testi delle canzoni (ad eccezione della title track della quale c’è addirittura il testo calligrafato da Simon).

Chi di noi non ha imparato un po’ di inglese proprio grazie alle canzoni? Non siamo però un Paese anglofono e non avere i testi sottomano può giustamente creare qualche problema, anche perché Simon è un abile paroliere e ama giocare con le assonanze. Del resto lui di parole ne conosce moltissime visto che è un avido lettore di libri, tanto da avere un suo spazio sul sito dei Duran Duran in cui recensisce i libri che legge. Però, mai come in questo disco, le liriche si fondono così perfettamente con la musica che la parte cantata diventa davvero come un ennesimo strumento.

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A questo punto allora non ci vogliono solo i testi, ci vogliono gli spartiti completi o almeno gli accordi!
Sarebbe ora il caso di analizzare canzone per canzone questo nuovo lavoro della band.

Simon ha sempre asserito che non si spiegano le canzoni, che i testi possono assumere tanti significati a seconda di chi li ascolta, allo stato d’animo, al  modo di interpretare le parole.

Anche la musica non andrebbe “spiegata”, può al massimo essere inquadrata in questo o quell’altro stile. Si può quindi affermare che il disco spazia tra le sonorità funky, quelle elettroniche, quelle anni ’70. Insomma c’è un po’ di tutto e questo non perché non ci sia stata un’idea di fondo precisa sul sound da imprimere, ma perché questo disco è come il quattordicesimo figlio dei Duran Duran e somiglia, per forza di cose, un po’ qua un po’ là agli altri tredici fratelli.

E’ come se i Duran Duran avessero preso tutto quello che in questi trentasette anni hanno imparato a fare, il loro modo di suonare/cantare, il sound che hanno sperimentato, l’avessero messo in uno shaker e tirato fuori  un cocktail nuovo, con dosi diverse di quelli che avevamo bevuto magari con ingredienti simili. O si potrebbe fare un altro paragone col mondo informatico, immaginando il loro know-how come se fosse il contenuto di un disco rigido e la band avesse composto le canzoni richiamando dei file attraverso i pacchetti di cluster dai diversi settori.

Fonte Foto: Billboard
Fonte Foto: Billboard

E’ così quindi che ci capita di accorgerci sempre di più, ad ogni ascolto, come in canzoni tipo “Last Night in The City” si possano sentire le sonorità già ricercate al tempo del “Wedding Album”, in particolare nella traccia “Time For Temptation”. Oppure come “Sunset Garage” abbia dei suoni molto simili a “I Take the Dice” dal disco “Seven And The Ragged Tiger”, o come “The Universe Alone” avrebbe potuto benissimo essere una traccia di “So Red The Rose”, album degli Arcadia che si formarono con Simon, Nick e Roger quando John ed Andy formarono a loro volta i Power Station.

Al di là delle somiglianze e dei richiami, questo è obbiettivamente un grande disco, ricco di spunti che rendono le canzoni qualcosa di nuovo e di classico allo stesso tempo. Una volta infilate le cuffie (perché è assolutamente consigliabile questo tipo di ascolto per poter cogliere tutte le sfumature dei suoni e il sapiente utilizzo del fade) ci si sente proiettati in un mondo parallelo, si chiudono gli occhi e ci sembra di viaggiare in una navicella che ci riporta avanti e indietro nel tempo, ma che inesorabilmente ci proietta in un futuro sicuramente ignoto ma intrigante allo stesso tempo.

I Duran Duran hanno preso eccellentemente in pugno la cloche di questa navicella, hanno finalmente chiara in mente la rotta e hanno scelto un equipaggio esperto per trasportare i loro passeggeri in un mondo dove i problemi del vivere quotidiano, le paure e le angosce, le guerre e le tragedie sono per un attimo riposte. Per questo girate la manopola su “Pressure Off”: è tempo di spegnere le tensioni e lasciarsi trasportare dal ritmo, non siate vittime di “Danceophobia”, non abbiate paura di ballare e divertirvi finché potete.

Tracklist di Paper Gods –Warner Music
1. Paper Gods (feat. Mr Hudson)
2. Last Night In The City (feat. Kiesza)
3. You Kill Me With Silence
4. Pressure Off (feat. Janelle Monae and Nile Rodgers)
5. Face For Today
6. Danceophobia
7. What Are The Chances?
8. Sunset Garage
9. Change The Skyline (feat. Jonas Bjerre)
10. Butterfly Girl
11. Only In Dreams
12. The Universe Alone
13. Planet Roaring (Bonus Track)
14. Valentine Stones (Bonus Track)
15. Northern Lights (Bonus Track)

Paper Gods su iTunes, su Amazon, su Spotify
The Deluxe Fan Edition + Ltd. edition Album Bundles sul SITO dei DD

E se qualcuno vi chiede che musica ascoltate, rispondete fieramente che ascoltate i Duran Duran e che se, ancora oggi,  loro sono così…Notorious è perché sono dei Wild Boys in un Ordinary World!


Pressure Off by Duran Duran, feat. Janelle Monáe & Nile Rodgers, Official 360 Lyric Video.
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Fonte e Crediti Foto Copertina: PRNewsFoto/Mazda North American Operations

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