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Mio marito è musica

Serena Iannicelli racconta la sua esperienza di vita come moglie di un importante discografico, Alberto Cusella.

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di Serena Iannicelli

Sono la moglie di un discografico, e non è facile. In generale non sono mai a casa, abitano in treni e aerei, a volte in altre città.

Alcuni sono innamorati dei loro artisti e te li impongono. Con il mio non facevo in tempo ad affezionarmi ad una creatura che dovevo entusiasmarmi per un’altra in promozione.

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Musica a volume altissimo, testi recitati come Benigni con Dante: colazione, pranzo, cena, in auto, in cuffia, in concerto, mentre leggevo o facevo altro. O avevo mal di testa.

Il mio discografico non aveva mai mal di testa, e contrariamente alle leggende sul cinismo della categoria, era fastidiosamente più presente con loro che con me.

Gli artisti telefonavano ad ogni ora:” No, non dormivo, dimmi…“.  Telefonare era un vezzo, ché si erano visti due ore prima, ma il mio discografico non si negava mai.

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Magari gli psicoanalisti fossero così! Quanti anni di transfert si potrebbero risparmiare se sapessero parlare come mio marito,  fugare ogni dubbio (“stonato?! Scherzi?! Tu!“), spalmare balsamo sulle insicurezze (“i pantaloni ti stavano benissimo, ma quale culone?!“), minimizzare le sconfitte (“abbiamo venduto poco perché é Natale/Pasqua/ferragosto/dopo Sanremo, altrimenti…“), essere presente e sorridente dietro un palco o una telecamera, non distrarsi, che quelli si voltavano a guardare se c’era.

A mio marito, poi, sono rimasti tutti nel cuore, anche quelli che secondo me sono un po’ stronzi.  “Tu non lo conosci bene” mi dice. Sarà. Gli artisti dimenticano, si aggiustano la realtà, confondono. Sono, insomma, artisti. Più di tanto non gli si può chiedere.

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