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La poca intelligenza dei testi delle canzoni raccontata da giornali ipocriti

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di Mela Giannini
Se c’è una cosa che non sopporto, tra le altre, è la disinformazione e chi la fa per creare i presupposti per dei “rumors”, un mezzo molto usato di questi tempi per aumentare le “visualizzazioni” sui propri siti.

Ma più di tutto non sopporto chi fa della disinformazione in malfede, mentendo sapendo di mentire, circuendo la gente, usando “argomenti” importanti che avrebbero bisogno di disanime più accurate, intelligenti, oneste e professionali.
Ma si sa, di onesto, intelligente e professionale nel mondo dell’informazione, e nel mio caso dell’informazione musicale, c’è ben poco…soprattutto in quest’era del web, dove le notizie scorrono in rete con la velocità e la consistenza di una nuvola che sparisce appena la pressione atmosferica si abbassa e piove.

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Questo mio sfogo nasce dall’ennesima lettura di un articolo su una rinomata testata musicale italiana, di cui non farò il nome, che sempre di più nel tempo sta perdendo di credibilità e rispettabilità, dato che ora arriva anche a riportare articoli (quasi riportandoli fedelmente come un “copia & incolla”) di altre testate minori, aggiungendo qualche “castronata” populista e qualunquista, e soprattutto OMETTENDO informazioni che possano dare una visione più chiara dell’argomento che si sta trattando. Ovviamente, come detto, il tutto per creare “scalpore-rumors”, affinchè venga “catturato” il lettore, che a sua volta garantisce una “visualizzazione”…e tante visualizzazioni garantiscono la vendita di inserzioni pubblicitarie.

Bhe, ovviamente non ci sarebbe niente di male nel vendere spazi pubblicitari, si deve pur guadagnare, non si riempie la pancia con le sole “parole scritte” (o “fritte”…scegliete voi)! Quello che è in discussione in questo caso, è con quali presupposti ciò viene fatto, soprattutto considerando la propria “reputazione” nel settore e vista la storicità e il passato glorioso della testata.

Comunque, fatta la premessa ed esposte le mie rimostranze, scrivo in breve l’oggetto del disquisire.
L’articolo di cui parlo, riportato parzialmente dalla rivista di cui sopra, è in origine di un giovane giornalista texano, tal Andrew Powell-Morse. Costui ha effettuato uno studio in cui ha preso a campione un dato numero di canzoni, di hit americane apparse su Billboard (per la precisione 225 canzoni di generi che vanno dal pop, country, rock e hip-hop) dal 2005 ad oggi, e ne ha analizzato l’indice di ricchezza lessicale con un metodo alquanto discutibile, che fa riferimento a “numeri” .

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Lo studio è stato riportato, con tanto di grafici, prima dal sito americano “SeatSmart” (sito che come prerogativa ha quella di proporre/vendere biglietti per eventi …un po’ come Ticketone per intenderci), e poi dal Daily Share.

Ovviamente lo studio è IMPIETOSO verso gli artisti e soprattutto verso i loro testi, che escono fuori da questa “prova” con numeri che fissano il loro livello lessico e intellettivo su standard pari a scritti di scuola elementare.

Ora è d’obbligo un’altra importante premessa, ossia che in discussione non è il concetto che effettivamente stiamo vivendo periodi di decadimento culturale, e questo anche nella sfera musicale. Tutto ciò non è un mistero, è una cosa palese che riscontriamo quotidianamente. La povertà e l’aridità culturale da cui oggi siamo circondati, parte a monte, dalla società, dalla famiglia, dalle scuole, dalle istituzioni, dagli stessi Media. Tutti hanno la loro parte di responsabilità.
Insomma, questo è un argomento che dovrebbe essere trattato con molta serietà, professionalità e prendendo a riferimento spunti SERI, “stime & studi” fatti semmai da gente competente… e questo vale anche se si parla di musica.

Ma per quanto ambiguo e facile oggetto di strumentalizzazione sia lo “studio” di Powell-Morse, bisogna ammettere che almeno quest’ultimo ha avuto la decenza di SOTTOLINEARE (quello che la testata Italiana ha TOTALMENTE OMESSO di riportare) quanto cito testualmente:
While the results are certainly enlightening, it’s important to note that this data doesn’t touch on the meaning of a song, the metaphors, how the words connect with the artist’s personal story, etc. to create deeper meaning. These numbers are fun and interesting, so just enjoy them” .
In poche parole l’autore dice che lo studio fatto è certamente interessante, ma NON DEVE ESSERE PRESO TROPPO SUL SERIO, visto che questi dati non tengono conto del vero significato di una canzone, della retorica o delle metafore semmai usate nei testi, non tiene conto della “costruzione” dei testi fatta in seno alla linea melodica di una canzone, o di come le parole siano collegate tra loro ecc ecc.
Per cui, intelligentemente (o forse è meglio dire “furbamente“), l’autore si è svincolato dalle possibili polemiche che lo studio in se poteva, e ha provocato, facendo intendere (giustamente) che NON ESISTE un modo e un metodo OGGETTIVO per determinare “l’intelligenza” di un testo.

x A questo punto qualcuno si starà chiedendo quali siano stati i criteri e la metodologia usata per “valutare” i testi (metodologia di cui, OVVIAMENTE, la rivista italiana sopra citata NON ha fatto assolutamente menzione) presi a campione da Andrew Powell-Morse!?
La valutazione è stata fatta con “fattori numerici“. Per essere più chiari: i numeri che in questo studio hanno determinato il livello intellettivo di un testo, vengono fuori da una BANALE FORMULA MATEMATICA, formula che calcola il numero di parole totali, il numero di frasi totali, e il numero di sillabe totali. Ebbene, con questa goliardica formula si dovrebbe (il condizionale è assolutamente d’uopo in questo frangente) stigmatizzare molte canzoni prese a campione (così come ha fatto la nota rivista italiana).

Certamente il livello dei testi di alcune canzoni campionate non è da premio nobel per la letteratura, ma è anche vero che se dovessimo usare lo stesso metodo anche per canzoni “POPolari” degli anni d’oro della musica, tipo gli anni ’60, anche i Beatles (per alcuni loro testi) ad esempio, ne uscirebbero con le orecchie da somari.

Per concludere il tutto vorrei solo dire che, per parlare di bontà o meno di una canzone, o meglio ancora, per argomentare sulla qualità della musica attuale, bisognerebbe mettere in campo una disanima più seria, fatta a 360 gradi, che tenga in considerazione tutti i fattori culturali, epocali e quant’altro del periodo che stiamo vivendo, compresi i “mezzi” che la tecnologia oggi mette a disposizione, la crisi della discografia (e non solo quella), il modo con cui si fruisce oggi la musica, e soprattutto si deve tenere in giusta considerazione il fatto che i media sono complici, e per questo parte integrante, di quella “anestetizzazione” che viene perpetrata ai danni della gente ogni santissimo giorno…e qui parlo anche degli stessi giornali che oggi, ipocritamente e con retorica spicciola, hanno puntato l’indice sulla poca cultura nei testi di quelle stesse canzoni, e di quegli stessi artisti che spesso, loro stessi, mettono sulle loro copertine, facendone articoli a corredo in cui pontificano, senza ritegno, cose che andrebbero invece criticate senza riserva e con onestà intellettuale.

Ma si sa, oggi la deontologia del mestiere del “giornalista- critico“, a volte e in certi casi (le eccezioni per fortuna ci sono), vale quanto il volere di un editore e del direttore di marketing…e qui si che si parla e si valuta in termini “numerici”.
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Fonte Grafici: SeatSmart – Fonte foto copertina: 123RF

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