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sabato, Maggio 8, 2021

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CARMENSITA – “OUTTA KALI PHOBIA”: ritornano i seventies!

Voto Autore

di Athos Enrile

Il fondamentale passaggio tra fanciullezza e adolescenza, nel mio caso, ha inciso con il fenomeno “hippies” -i grandi raduni, la musica rock, i colori, gli odori, e il gusto della trasgressione.

Troppo piccolo per osare, mi accontentavo degli aspetti esteriori, impossessandomi dei risvolti sonori che hanno lasciato in me tracce indelebili. Mi capita spesso di aggrapparmi alla teoria dei corsi e ricorsi storici, nella speranza di vedere rinascere, se non un movimento solido, almeno pillole di quei giorni.
CARMENSITA, con l’album appena rilasciato, “OUTTA KALI PHOBIA”, mi da grandi soddisfazioni.
Stiamo parlando di un duo, la “maestra” della voce Carmen Cangiano e il “maestro” di chitarra Claudio Fabbrini, che nell’album interagiscono con il percussionista Dudu Kouate e con Elisabetta Martinoli, nell’occasione backing vocals.
Ho conosciuto Carmen nel 2010, quando facevo parte della giuria del premio Janis Joplin, ideato da Ezio Guaitamacchi, e nell’occasione, la finale, fu lei a vincere: il verdetto fu unanime… doti canore superiori e un duo chitarristico che completava egregiamente l’opera. A posteriori, rielaborando l’unica performance di cui ero stato testimone, atto terminale di un cammino più organico, ho pensato che se l’immagine avesse fatto parte di quel riconoscimento, Carmen era … poco “anni settanta”. In quei giorni forse, ma ciò che oggi propone è qualcosa di antico e allo stesso tempo avanguardia, per i temi proposti, la concezione realizzativa, e la grande difficoltà che si trasforma in semplicità, per opera di musicisti  dallo spiccato virtuosismo.
Circa ventisei minuti suddivisi su sette tracce per OUTTA KALI PHOBIA, che tradotto letteralmente significa “Fuori dal caos di Kali”.
E’ un diario di viaggio quello che viene proposto, un insieme di storie biografiche che hanno segnato la vocalist, nel suo percorso europeo in veste di busker. La miscela che ne deriva sa davvero di seventies, tra tocchi di psichedelia, immagini colorate e sperimentazione musicale, e la sintesi è un fantastico mondo sonoro che appare in sorprendente contrapposizione con l’approccio minimalista derivante da una strumentazione limitata, ma per chi “possiede” tecnica e amore per il ferro del mestiere, una sei corde può diventare allo stesso tempo accompagnamento, piglio solistico e sezione ritmica. E la voce diventa la fermatura del cerchio, o viceversa, perché Cangiano e Fabbrini appaiono, almeno in questa occasione, complementari.
Sei brani in lingua inglese e uno nell’idioma nostrano, “La noia ha fame”; gli argomenti sono figli del quotidiano -relazioni umane, amori, ricerca del positivo dopo il superamento del buio- , ma la voglia di sperimentare nuove sonorità porta una ventata di novità che mi ha colpito molto.
Come spesso accade -quando l’album è “sincero”- la copertina è strettamente legata al contenitore ideato per l’ascolto, e il disegno realizzato da Carmen è la risulta di quel mood che ha legato a doppio filo i brani del disco; disegnare lasciandosi andare all’atmosfera del momento, questo è quello che è successo, e che permette di fornire svariate interpretazioni, realizzando quella sana interattività che può legare maggiormente artista e fruitore della musica.

copertina

Un album completamente autoprodotto, forse nato per caso, ma alla fine rappresentativo di un particolare modo di vedere – o rivedere?- la musica, con la capacità di stimolare la memoria e la fantasia, dando una spinta verso la speranza che le cose positive di quei giorni possano tornare a galla, per mostrarle a chi, per fatto anagrafico, le ignora, e per accontentare chi ha amato e ama certa musica che, in particolari momenti della vita, può assumere valore terapeutico.

Il massimo dei voti per CARMENSITA!

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