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Il vero canto libero di Battisti

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Dalle bionde trecce e gli occhi azzurri, ai 103 vasetti di liquido con colore diluito, dal seguire un airone sopra il fiume, allo sciorinare la crema per le scale, da “io lavoro a penso a te” a “la luce ha ancora sonno ma si dà un tono da ostetrica che è urgente”.

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Forse era urgente per Battisti, il desiderio di cambiare. E dire che però, in quel 1986, lo ha fatto proprio drasticamente, in una completa rottura col passato.

Il lessico che fa a botte con la sintassi. Immagini, che a coglierle “non basta il pensiero”.
Un Battisti post tante cose: In primis Mogol, poi le emozioni, le gite a cavallo, la celebrità, i successi, i concerti (pochissimi), i milioni di dischi venduti e la paura dei giornalisti.

Il primo album bianco, facente parte della collaborazione con Pasquale Panella, è stato “Don Giovanni”. Mi chiedo, cosa avranno pensato i milioni di fans italiani ascoltando le prime note di “Le cose che pensano”?
E poi ancora, sulle rime di quella canzone, incredibilmente tutte al passato remoto, non saranno rimasti di stucco?
Un modo di scrivere nuovo, all’epoca non capito e bistrattato. Ad oggi di difficile comprensione, soprattutto se si è abituati al mondo musicale italiano, dei facili cuore-amore. E qui vi parlo ancora del primo Cd, dove erano le parole ad essere scritte sulla musica, quindi si poteva cogliere un minimo di armonia tra testo e melodia.

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Nel 1988 uscì “ L‘apparenza”, ma stavolta, nemmeno apparentemente Battisti somigliava a quello di qualche anno prima. Adesso il cantante di Poggio Bustone, aspettava le bizzarre quanto geniali espressioni linguistiche di Pasquale Panella, per poi provare a creare un suono che legasse abbastanza bene. E se non legava, pazienza.

In questo album spiccano perle che si possono apprezzare soltanto dopo vari ascolti e sicuramente mai appieno.
Non posso non citare “A portata di mano” o “Per nome”. Ascoltatele se ancora non lo avete fatto, e se non vi piacciono, riascoltatele. Vedrete che alla fine ve ne innamorerete. E se non lo farete, andrà bene lo stesso. In fondo non era al “piacere a tutti” che ambiva la strana coppia.

1990: Mentre in Italia, d’estate si giocavano i Mondiali di calcio, il nostro caro Lucio aspettava Ottobre per sfornare il terzo album “panelliano”.
Con “La sposa occidentale”, si ha un leggerissimo ritorno alla melodia più tradizionale. Ma proprio leggerissimo. La metrica è sempre quella del precedente e si intuisce un passaggio verso stili musicali più innovativi e una ricerca continua di sperimentazione. Da segnalare “Campati in aria”, che all’inizio sembra la sigla di un programma televisivo anni ’80, per poi diventare tutt’altro, con la voce del nostro, impegnata in fantastici falsetti.

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Gli ultimi due album della non troppo premiata ditta Battisti-Panella, sono molto diversi tra loro. In “Cosa succederà alla ragazza”, forse il disco meno riuscito tra quelli bianchi, troviamo una specie di lungo percorso compiuto da una ragazza (ma anche due o tre), che nelle varie tappe dell’album, rischia di essere ricoperta di cioccolata da un gruppo di indigeni ma allo stesso tempo gira per i negozi della città, in un folle percorso sonoro. Labirinto infinito di parole e melodie spiazzanti, C.S.A.R (come scritto sulla copertina), contiene una delle canzoni migliori del duo: “La metro eccetera”. Qui Battisti sembra tornare per 4 minuti ad una melodia più orecchiabile e il testo di Panella lo segue quasi alla perfezione, in un suggestivo viaggio in metropolitana.

Ma è in “Hegel” del 1994, che finalmente si arriva alla perfezione nell’imperfezione, sempre se consideriamo la canzone italiana, come è da sempre conosciuta. Una traccia più bella dell’altra, con testi criptici che si aprono alle più varie interpretazioni e musiche e che raggiungono addirittura atmosfere dance, molto care agli anni 90.
Magnifica l’ottava, posta come chiusura dell’album e quindi della carriera di Battisti (morirà quattro anni dopo): “La voce del viso”. Veloce, estremamente ritmata con vocalizzi d’eccezione, nei quali, all’apparenza può ricordare Battiato. Ma qui siamo lontani anni luce dal resto del panorama musicale italiano.

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Per concludere, i dubbi su questa collaborazione rimangono, soprattutto non è ben chiaro se l’intento della coppia, fosse quello di scardinare i canoni prestabiliti da decenni della struttura di un brano, o soltanto quello di navigare senza rotta, lasciandosi trasportare dalle onde della sperimentazione. Sicuramente però, possiamo affermare che di canzoni così libere, nel nostro Paese non se ne sentono più.
Aggiungerei purtroppo.

Pasquale Panella – Recita – Lucio Battisti
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