Anastasia, un film d’animazione, prende vita in un’opera teatrale, un grande musical. Un evento voluto da Broadway Italia, già produttore di “The Phantom of the Opera”, per far rivivere dal vivo una magia in musica mai realizzata sinora grazie a una straordinaria produzione e a una entusiasmante regia che porta la firma di Federico Bellone.
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Ci sono spettacoli che si guardano. E poi ci sono spettacoli che si abitano.
Uscendo da Anastasia – il Musical, in scena al Palatour di Bitritto (Bari), ho avuto la rara sensazione di essere stata trasportata in un’altra dimensione. Una di quelle esperienze in cui la mente decide semplicemente di credere.
Sono uscita dal teatro con un sogno nel cuore e con la percezione di aver assistito a uno spettacolo vivente, pulsante, autentico.
L’impatto emotivo è immediato. Fin dai primissimi istanti, dalla caduta dei Romanov, con lo scoppio delle bombe e i candelabri che precipitano, la scena cattura e non lascia più andare. La regia è coerente dall’inizio alla fine. Pur nella necessaria sintesi di una storia complessa come quella di Anastasia, alcune parti vengono omesse o rielaborate senza che se ne avverta la mancanza. La narrazione scorre con naturalezza e solidità, mantenendo sempre un filo emotivo chiaro, supportato da un cast semplicemente pazzesco, all’interno del quale troviamo un equilibrio rarissimo tra caratteristiche fisiche, vocali e identità dei personaggi. A ogni voce corrisponde perfettamente la presenza scenica e il ruolo interpretato. La visione d’insieme è potente e credibile.
Tra i momenti musicali che più mi hanno coinvolta, due brani restano impressi in modo indelebile.
Sogni miei, interpretato da Sofia Caselli (Anastasia), è stato semplicemente da brividi. Un momento di sospensione totale in cui la voce diventa spazio interiore, memoria, desiderio. Un’interpretazione che passava dall’intimità alla forza della speranza, a cui sono seguite pari dinamiche vocali, gestite in modo ineccepibile, creando una connessione profonda e silenziosa con il pubblico.
Sofia Caselli possiede una di quelle voci che non si dimenticano. In un mondo pieno di belle voci, ciò che colpisce è la padronanza assoluta dello strumento: la fluidità nella gestione dei registri, il bilanciamento, la stabilità. Non c’è mai la sensazione di precarietà, di rischio imminente. Al contrario, quando ci si avvicina all’apice di un brano, si attende il momento culminante senza ansia, con la sola voglia di goderne. La sua interpretazione è la dimostrazione perfetta di come tecnica ed emotività non solo possano coesistere, ma diventare una formula esplosiva quando sono davvero integrate. La qualità prevalente resta il canto, di livello magistrale, ma non mancano le doti attoriali e la presenza scenica. Dalla platea ho percepito chiaramente che l’interprete stesse vivendo quel momento, che lo abitasse e ne godesse.
Altrettanto potente è stato il brano Quartetto al Balletto, in cui le linee vocali di Anastasia, Dimitri, Gleb e dell’Imperatrice madre si incontrano per dare vita a conflitti interiori opposti. L’impatto emotivo e teatrale è stato tale da generare un applauso immediato e sentito da parte del pubblico. Un’emotività che nasce dal risultato vocale stesso: dal controllo, dalla tensione e dall’apice raggiunto dalle quattro voci, che nel loro punto culminante hanno creato qualcosa di davvero incredibile.
Dimitri (Cristian Catto) è interpretato con una voce bella, proiettata, funzionale allo stile del musical. La chimica scenica con Anastasia è credibile, anche se non è l’aspetto che colpisce di più. A emergere con forza, invece, è Gleb (Brian Boccuni). Un personaggio costruito con grande intelligenza drammaturgica: controverso, diviso tra bene e male, tra onore patriottico e sentimento, tra dovere e amore. Il suo conflitto interiore è palpabile, doloroso, umano. A un certo punto sono arrivata quasi a sperare nella sua redenzione, pur conoscendo l’esito della storia.
Vladimir (Nico Di Crescenzo) e Lily (Stefania Fratepietro) sono spettacolari. Le loro capacità attoriali spiccano in modo particolare, dando vita alla componente comica dello spettacolo con grande efficacia. Le parti vocali non sono pensate per metterli in primo piano musicalmente, ma la loro presenza scenica arricchisce enormemente il racconto portando leggerezza e ironia.
L’Imperatrice Maria (Carla Schneck) è un personaggio magnificamente cesellato. Tenera nelle scene iniziali, diventa autorevole nelle fasi successive, rispettando pienamente l’evoluzione del racconto. Vocalmente solida, sempre intellegibile, restituisce con finezza una profonda confidenza scenica e il combattimento interiore tra il desiderio di credere e il timore di illudersi. Ogni scena la definisce, fino all’epilogo finale, di grande impatto emotivo.
Il livello tecnico vocale generale è altissimo. Non si percepiscono forzature, né nei momenti più esposti né negli acuti o nelle note tenute. Il controllo è costante, la gestione vocale sempre consapevole. È raro poter parlare, senza esitazione, di canto bello: qui lo si può fare. L’orchestra, pur presente, rimane volutamente nascosta. Non è né dominante né protagonista, ma i volumi sono perfettamente bilanciati e al servizio delle voci.
È uno spettacolo che parla a tutte le età, dai bambini agli adulti, senza distinzione. Non ho individuato veri limiti in questo spettacolo: il cast è il cuore pulsante e il punto di forza assoluto di questa produzione.
Il pubblico, completamente rapito, ha risposto con una standing ovation.
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