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La pandemia “accabbadora” dei musicisti

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I musicisti italiani – quelli non famosi, quelli dietro le quinte, quelli di supporto, quelli delle orchestre ecc ecc – versano in una situazione precaria e prossima al collasso definitivo, e la pandemia non ha fatto altro che dare il colpo di grazia verso la deriva: mal pagati, non tutelati previdenzialmente e legalmente, soggetti a concorrenza sleale e a ore di lavoro mal strutturati e bistrattati sia a livello culturale che legislativo.

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In Sardegna è definita “accabbadora” una figura femminile ormai scomparsa, ma neanche troppo tempo fa, che era delegata dalle comunità paesane ad interrompere anzitempo le sofferenze dei malati allo stato terminale.

Un compito misericordioso quindi, drastico ma utile laddove per l’infermo si fosse accertato il rischio dell’incorrere in quello che attualmente è definito “accanimento terapeutico”, con tutta l’inutilità del caso.

Nessuno aveva in realtà delineato che i musicisti italiani versassero in una situazione analoga, ci ha pensato l’epidemia da Covid-19, che d’altronde negli stacchetti di presentazione della sua entrata in scena era accompagnata dall’avvertenza che i soggetti più deboli erano quelli più a rischio.

Ovviamente non si parla di decessi veri e propri, migliaia e migliaia, dolorosissimi, bensì del colpo di grazia che l’emergenza sanitaria sta somministrando ad intere categorie professionali, tra cui appunto quella dei musicisti.

L’unica definizione di “musicista professionista” raggruppa in maniera ambigua svariate sottocategorie, e già questo è un problema: siamo la nazione che vanta un numero spropositato di leggi, regole ed avvocati, e naturalmente un numero direttamente proporzionale di sovrapposizioni di norme e definizioni, ovvero di incongruenze e di imprecisioni. Queste a seconda dei casi per il soggetto funzionano come scappatoie a qualche obbligo oppure costituiscono l’impedimento per l’ottenimento di qualche vantaggio, dipende dal caso e dalla fortuna.

A rigore di logica sarebbe da definire “professionista” chiunque svolgesse un’attività lavorativa in un determinato campo, in maniera tale da occupare la maggior parte del proprio tempo tanto da non poter avere altre occupazioni, e da poter ricavare i mezzi di sussistenza per la propria vita. Va da sé che a questo sia da abbinare una riconosciuta competenza in materia, conseguita con adeguati titoli di studio e/o di carriera.

Nella musica questa logica non è applicabile per una molteplicità di motivi, che sicuramente sono costituiti dalla ampia gamma di campi d’azione del “professionista” (posto che si possa considerare veramente tale…), principalmente i concerti, le registrazioni, i media e l’insegnamento, ma anche dall’inadeguatezza delle regolamentazioni in materia del lavoro e dalla confusione nel campo delle strutture deputate alla formazione.

Innanzitutto la pensione è un miraggio per tutti, l’ente costituito nel dopoguerra per questo fine, l’Enpals, confluito nell’Inps qualche anno fa, ha dei meccanismi di funzionamento di una farraginosità criminale, un’aliquota molto alta che soffre infatti di un’evasione enorme, e tutta una serie di trappole e trabocchetti che di fatto rendono quasi impossibile che un normale musicista possa accedere ad un vitalizio, a meno che non abbia una continuità contributiva di tipo orchestrale.

Il problema è che solo una minima parte dei professionisti, soprattutto del pop o del jazz, approda in un’orchestra (o sulle navi da crociera), oltretutto la maggior parte delle orchestre ha chiuso, come quelle di “ritmi moderni” della Rai, o versa in cattive condizioni.

Il posto fisso, a parte alcuni casi riguardanti l’insegnamento della musica, che peraltro inspiegabilmente sono soggetti all’Inps vero e proprio e non all’ex Enpals, è ovviamente molto inusuale, ergo la vita di un musicista medio si barcamena tra lavori saltuari in piccoli concerti, lavori sottopagati in studio di registrazione e lezioni in scuole private; l’unica consulenza fiscale-legale su cui fare riferimento è la S.O.S. MUSICISTI dell’eroico Victor Solaris, che si dibatte tra mille difficoltà e la quasi totale indifferenza delle istituzioni. Nel frattempo anche i tour degni di questo nome sono oramai pochissimi e riservati agli artisti più famosi, per il resto è già una fortuna se si inanellano quindici date sparse tra maggio e settembre; i locali pagano una media di 70 euro spesso in nero e accettano la tua esibizione solo se hanno la certezza che gli “porti gente”, e questo è un altro problema gigantesco subentrato negli ultimi anni.

I “localari” non hanno tutte le colpe, i costi di gestione sono diventati proibitivi, la concorrenza è enorme e il numero dei musicisti o pseudo tali che si offre anche gratis per suonare è smisurato, ma certo è che eroi come Giampiero ed Eugenio Rubei, Pepito e Picchi Pignatelli, Luigi Toth, Marco Tiriemmi, Claude Mage, Sandro Brogli, ovvero alcuni tra i proprietari degli unici Music Club di Roma degli anni ‘80/’90, pare non abbiano seguaci.

I conservatori soffrono il fatto di essere un prodotto dello stato, ovvero della burocrazia, della disonestà e dell’ignoranza in materia: i corsi di classica erano un’eccellenza italiana e sono stati sottoposti ad una riforma demenziale, c’erano già troppi diplomati a fronte di poche possibilità di lavoro e si è pensato bene di aumentare il numero dei corsi e delle sedi, a volte anche tre nel raggio di cento chilometri, con il risultato di sfornare centinaia di “laureati” (argh!) in più all’anno, che non possono fare altro che offrire i loro servigi alle scuole private o ai committenti in modo quasi gratuito pur di inserirsi in un giro lavorativo, a scapito di quelli più anziani che si trovano quindi a subire un inaspettata concorrenza sleale.

Le televisioni e le produzioni in generale trattano i musicisti come merce dozzinale, i cachet sono sempre più bassi e falcidiati dalle trattenute, gli orari di lavoro sono strutturati male e troppo spesso dipendenti da dinamiche stupide determinate da artisti e responsabili di produzione ignoranti e capricciosi, si danno 70 euro lordi al giorno ad un diplomato in violino e svariate migliaia per pochi minuti a nullità assolute prodotte dalla imbecillità dei programmi o dei talent, in una televisione che non fa altro che autocelebrarsi nella sua unica finalità della ricerca dell’ignoranza e della conseguente audience.

Ora è tutto fermo, la pandemia ha trasformato questa guerra tra poveri in una sorta di “day after”: c’è chi si ingegna con le lezioni via Skype, chi con le registrazioni casalinghe sovrapposte via web con quelle dei colleghi, chi affina la nobile arte del risparmio sulla spesa o della cresta sulla pensione di mamma o sullo stipendio del compagno, sempre che questo abbia un “lavoro serio”, tutto in attesa che la situazione torni alla normalità.

La normalità, il problema è proprio questo: la normalità a cui giocoforza ci eravamo abituati non era altro che una gabbia, certo non dorata ma bensì maleodorante, che soprattutto la passione per il nostro lavoro ci aveva portato a sopportare finchè non ci ha pensato la pandemia, “s’accabbadora”, a darci una bella botta in testa; siamo formalmente ancora in vita ma se non approfittiamo di questo blocco per studiare dei correttivi ad una situazione, che era già insostenibile ed ora è assolutamente tragica, è inutile che aspettiamo la fine dell’emergenza sanitaria: lasciamo il posto ai dopolavoristi ed alle sequenze digitali sugli hard disk e pensiamo a trovarci quel famoso “lavoro vero” di cui tutti ci hanno sempre chiesto notizie.

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