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Area Sanremo 2019: presentato il concorso per i giovani al prossimo Festival di Sanremo

Ieri c'è stata la conferenza stampa per la presentazione del concorso Area Sanremo 2019. Sanremo ospiterà nei giorni 18/20 e 25/27 ottobre la prima fase di corsi e audizioni eliminatorie. Nella fase successiva, dall’8 al 10 novembre, si terrà la finale che decreterà gli 8 vincitori. Da questi ultimi, la commissione Rai sceglierà i due partecipanti alle Nuove Proposte del Festival di Sanremo 2020.

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Rai promuove Area Sanremo: due i ragazzi alla fase finale del festival.

È quanto annunciato oggi da Livio Emanueli, neopresidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo, alla conferenza stampa di Area Sanremo 2019 (organizzata a Milano, da L’Altoparlante di Fabio Gallo).

La partecipazione dei giovani sarà gratuita grazie al sostegno di sponsor. Le selezioni del concorso saranno a Sanremo. Le iscrizioni sono prorogate fino al 21 ottobre.

Il progetto è sostenuto da Siae, Nuovo Imaie, Teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo, ovviamente Cpm, e Michele Affidato (orafo ufficiale di Area Sanremo che anche quest’anno realizzerà i premi del concorso).

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Al centro Livio Emanueli – Crediti Foto Mary Baesso

Massimo Cotto, direttore artistico di Area Sanremo, è molto fiducioso. L’importanza di Area Sanremo è proprio nella differenza con l’altro canale di ingresso dei giovani.

«Chi si presenta alle selezioni della Rai è già più strutturato ha una casa discografica, ha già un curriculum, ha dei requisiti che chi si presenta ad Area Sanremo non ha. Anche in passato Area Sanremo ha intercettato talenti che poi si sono distinti sul Palco dell’Ariston, hanno avuto successo: Mahmood, Arisa, Simona Molinari, Noemi. Area Sanremo è fondamentale per dare una possibilità a tutti. C’è la tendenza a scoraggiare i giovani (soprattutto da parte di chi appartiene già a questo mercato). Noi cerchiamo di individuare il talento. E in questo momento di contrazione del mercato cerchiamo di moltiplicare le occasioni di salire sul palco e mettersi alla prova. Abbiamo un giardino da cui può nascere qualche cosa di importante per i ragazzi; nella migliore delle ipotesi nascono carriere. Oggi non siamo più abituati a ragionare in termini di carriera, e nemmeno di disco, ma spesso solo di singolo brano. Il primo premio per chi arriva a Sanremo non è il palco ma la possibilità di vivere di musica. La commissione è composta interamente da musicisti: Vittorio De Scalzi, il presidente, Andy Bluvertigo, Gianni Testa, presenti alla conferenza, Teresa De Sio, e Petra Magoni. Con questa commissione sono sicuro» conclude Massimo Cotto, «che i ragazzi saranno valutati con l’occhio del musicista. È l’energia che fa muovere le cose, anche in un mondo apparentemente così aleatorio ma, in realtà, così ricco di bellezza come quello della musica».

«Mettere a disposizione dei giovani il mio passato per il loro futuro mi dà gioia».

Inizia così l’intervento di Vittorio De Scalzi, che si sente onorato di avere questa forte responsabilità.

Energia, entusiasmo, alchimia dell’arte, nelle voci dei giurati presenti c’erano le vibrazioni del coinvolgimento animico, oltre che professionale. È una chiamata alla partecipazione, è un colloquio sinergico. Negli artisti la vita non si scinde, non prescinde dalla carriera, dall’arte stessa.

«Il vero artista» come dice Gianni Testa «lo riconosci perché è connesso con l’Alto. Da ex corista a me la vocalità intonata e piacevole interessa. E può dare tanto. Ma quello che si andrà a cercare nei ragazzi è l’esigenza emotiva e ciò che esprimono mentre cantano. Senza questo non c’è Arte, e vuol dire che io non sto valutando un artista ma solo un cantante. Dovremo scovare dentro ognuno di loro la voglia di farci vibrare, di darci emozioni, altrimenti quelle che avremo sentito resteranno soltanto voci intonate».

Andy Bluvertigo indossa i panni del giudice per la prima volta e con una consapevolezza. «Mi sono sempre rifiutato di giudicare il lavoro degli altri ma è arrivato il momento, e non solo per una questione anagrafica. Ho accettato con entusiasmo per condividere esperienze e dire la mia, per cercare di orientare quei giovani che credono in un sogno. Io, incollato alla vecchia guardia, potrei portare il contributo d’altri tempi al giorno d’oggi».

È una lezione di sociologia il suo intervento.

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In fondo a destra Andy Bluvertigo – Crediti Foto Mary Baesso

«Oggi la proposta è superiore alla richiesta. Con la scusa dei software è tutto più a portata di mano, ci sono microfoni con schede audio (di pochi euro) che permettono a chiunque di registrare una canzone. Ai miei tempi bisognava andare in studio e c’era un sacrificio di mezzi, anche propri, per poter realizzare un feticcio musicale. Adesso è tutto alla portata di tutti, per cui uno chiude il suo brano e lo butta nel mucchio del web, o addirittura su WhatsApp e lo invia al primo che capita. Fa tutto parte del “sistema della comodità” al quale ci hanno abituato, togliendoci, nello stesso tempo, il palco. Ci hanno tolto quel fascino pazzesco del “divismo”».

Oggi il divo di cui parla lui è stato sostituito dal divo “occasionale”, esonerato dal concetto di “prestazione”, il divo oggi fa il divo, non ha bisogno di performance, il divo non ha competenze, il divo oggi non ha capacità professionali. Il divo esibisce se stesso, la sua immagine, grazie a una costante e compulsiva presenza mediatica, i suoi live sono le dirette social. Nell’immaginario “collettivo” anzi “social”, la celebrità è liquida onnipresenza, una questione di follower.

«Quando io ho iniziato», continua Andy «e vedevo Robert Smith dei Cure sul palco, non riuscivo a immaginarmelo come essere vivente. Era un divo. Lo vivevo dalle fanzine, dai dischi, dalle mie conquiste, da quel disco a settimana che prendevo da Supporti Fonografici. Quella magia che mi faceva tornare a casa col vinile da scartare, per vedere chi aveva mixato ecc, è completamente svanita nel nulla. Oggi puoi vedere il tuo cantante preferito, il tuo mito che ti saluta su Instagram e ti dà il buongiorno come Iggy Pop col suo pappagallo. C’è un dare/avere, però ci hanno tolto quel flusso magico. Tutti i giovani personaggi che si propongono fanno parte di questa nuova mentalità: produrre musica in pacchetti strumentali precostituiti. La produzione è infinita ed è difficile scovare chi ha veramente talento o un’identità artistica. C’è una generazione, molto recente, che considero i discepoli di Luca Urbani, dei Soerba, che ha creato questa “intenzione” delle parole e dell’identità musicale. È una generazione che si chiama Cosmo, che si chiama Calcutta, che si chiama Brunori Sas, che magari non si sente nelle radio pilotate da una direzione editoriale ma sono tutte realtà che riempiono i palazzetti, nel giro di pochi anni, grazie al passaparola indie: sono aggreganti. Queste nuove menti a me incuriosiscono moltissimo».

Alessandro Sindoni, assessore del comune di Sanremo e vicesindaco, annuncia che sarà un grande Festival.

«Area Sanremo è l’unico concorso che garantisce la presenza di due ragazzi. È la speranza che si dà a giovani meno esperti. L’idea di creare un talent importante da Sanremo con marchio Sanremo sta crescendo forte nei vertici della Rai. Risolta la gratuità del concorso per i ragazzi, crediamo di avere ottenuto un piccolo grande successo. Sarà un grande festival. Sia in città, sia a Roma, si sta pensando a un grande festival. Ma non vi farò alcun nome».

Ma sarà un grande festival o un Festival “Grande grande”, gli ho chiesto a microfoni spenti.

Non ha risposto. Ha sorriso.

Ma una cosa ce l’ha sussurrata: protagonista sarà il fiore (quello delle angiosperme non quello di Catania).
Ma noi lo riteniamo un indizio.


Crediti Video Mary Baesso

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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