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A PROPOSITO DEL TETTO RAI: I CAMBIAMENTI CHE NON ARRIVERANNO MAI

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di Roberto Manfredi

Si fa un gran parlare del Tetto RAI che stabilisce non più di 240mila Euro all’anno ai Vip che vanno in onda sulle sue reti pubbliche.

In tanti si scandalizzano, soprattutto quelli che guadagnano già oltre un milione l’anno come la Clerici, Vespa, Fazio, Conti, Annunziata e tutto il cucuzzaro dei “famosi”. Tirano la giacca al mercato sostenendo che la Rai con il tetto agli ingaggi, perderebbe inevitabilmente ascolti e introiti pubblicitari. In realtà della Rai gli importa assai poco, se non come cliente erogatore. A coloro sfugge il semplice fatto che la Rai, essendo azienda di Stato, non può parametrarsi con le aziende private, anche per il banalissimo motivo che i loro faraonici stipendi sono pagati dai cittadini tramite il famigerato canone.

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In un Paese civile il servizio pubblico dovrebbe essere persino gratuito ma questo è un mistero pari al lessico di Luca Giurato. Ora la palla passa al direttore generale Antonio Campo dall’Orto che dovrà trattare con il ministro dell’economia Padoan, che già non sa più dove trovare i soldi per ridurre il debito pubblico. Pagherei un pezzo di canone in più per assistere alla riunione (con un registratore digitale nel taschino).

Già mi immagino l’imbarazzo di Campo Dall’Orto, uomo notoriamente renziano, che cercherà di alzare il tetto degli ingaggi dei Vip di mamma Rai per non perdere i pezzi dei suoi “pregiati” palinsesti. Antonio Campo dall’Orto ha la fama di essere un buon diplomatico, ma potrebbe anche scappargli una frase tipo:

Caro ministro non è che io sia andato alla Leopolda per fare a meno della Clerici. L’anno prossimo chi ci metto a Standing Ovation? Marzullo o un tenente dell’aeronautica?”

Non vorrei essere nei suoi panni, come del resto in quelli di Padoan a cui potrebbe scappare questa replica:

“Secondo lei alla rete pubblica tedesca la Clerici potrebbe interessare? Potremmo vendergliela in cambio dei diritti tv della Bundersliga”.

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Antonio Campo dall’Orto

Se così fosse, la riunione in diretta tv e in prima serata potrebbe fare più share di Sanremo, ma ovviamente non la vedremo, nè conosceremo mai le dovute indiscrezioni, nemmeno leggendo Dagospia.

Non ci resta quindi che interrogarci su un semplice quesito. Vale ancora la regola che chi porta ascolti sono i semplici conduttori? O è altrettanto vero che sono i buoni programmi a portare gli ascolti quasi indipendentemente da chi li conduce? E’ un interrogativo che ci portiamo dietro da qualche decade e a cui non sappiamo ancora dare una risposta. Indubbiamente il conduttore e gli ospiti hanno un peso importante in ogni programma, evento o format che siano.

Ricordo una polemica storica a proposito di una vecchia edizione di Telethon in cui Lucio Dalla chiese un alto compenso per la sua partecipazione, motivandolo che durante la sua apparizione la “colletta fondi” sarebbe salita considerevolmente. In quel caso si parlò di scandalo perché si trattava di beneficenza, ma la sostanza rimane. Se faccio più ascolti merito un compenso più alto. Secondo le logiche di mercato non fa una piega.

Oggi però, in cui la crisi economica, iniziata nel 2008, permane ancora mettendo in crisi il lavoro in ogni comparto industriale, televisione compresa, il problema andrebbe gestito con maggiore attenzione e sensibilità. Il fatto però di cui nessuno parla, Aldo Grasso compreso, è che la qualità dei programmi è davvero scesa al minimo storico. Standing Ovation ad esempio è davvero un programma scadente sotto tutti i punti di vista. Un format che potrebbe costare almeno un terzo di quello che effettivamente costa. Nella Rai attuale non si vede nessun racconto dei tempi che stiamo vivendo. Sembra la stessa televisione degli anni ottanta, dove perlomeno, c’erano più programmi originali e meno format stranieri. Inoltre la Rai, nel corso della sua storia (così come Mediaset), si è dotata di strutture costosissime (sedi regionali, studi, etc) molto spesso poco utilizzate, nonché di esuberi di personale costosi quanto l’Alitalia, se non di più.

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In un mondo che va verso una comunicazione tecnologicamente avanzata e in costante evoluzione (microcamere, cellulari ad altissima definizione, etc…) e verso una fruizione sempre più veloce, istantanea, breve e mobile, non ha più senso gestire economicamente un meccanismo così faraonico e complesso. In molte case, ormai, il televisore funge da schermo del pc.

Se la televisione generalista non si metterà al passo coi tempi, sarà destinata inevitabilmente al fallimento, per due semplici motivi: costi ingestibili e mancanza di qualità dei programmi. Va ripensata l’offerta complessiva e attuata una spending review spietata. Gli studi, le scenografie milionarie, il pubblico che applaude a comando, sono preistoria. La concorrenza l’ha capito da tempo. Broadcast come Fox, Discovery, Sky, hanno pochissimi programmi realizzati in studi televisivi, quei pochi utilizzati sono peraltro in affitto. I programmi si realizzano in location esterne come ristoranti, locali, strade, stadi, fabbriche, persino centri commerciali.

Il costo maggiore di questi programmi riguarda le figure professionali (conduttori, cast artistico, registi, autori, direttori della fotografia, montatori, grafici ) e la post produzione, sempre più accurata, che necessita di tempistiche sempre più lunghe, ma sono costi facilmente ammortizzabili poiché la maggioranza delle produzioni sono date in appalto ai grandi produttori come Magnolia, Freemantle ed Endemol che anticipano i costi sostenendo anche elevati rischi di impresa. In questo scenario, presente e futuro, la Rai ha un’occasione d’oro per mettere in atto una inevitabile spending review peraltro “imposta” dal governo, che può risanare il bilancio e insieme rinnovare e innovare i suoi palinsesti. Dove si comincia a tagliare? Dalle star televisive ovviamente, che  in tempi di crisi, non possono giovarsi più di tanto, dalle lusinghe della concorrenza, molto più attente al fatturato della Rai.

Anche se noi italiani non abbiamo memoria storica, ricorderemo tutti che Berlusconi, nella seconda metà degli anni ottanta chiese alle sue star un taglio del 20% sui loro onerosi contratti in esclusiva.

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Aderirono tutti, da Mike Bongiorno a Raimondo Vianello, perché conservare degli spazi privilegiati in un network in forte sviluppo era più importante che buttarsi a vanvera sul mercato. In Rai avrebbero comunque guadagnato meno. Trent’anni dopo la storia potrebbe ripetersi in Rai.

Certo non si parla di tagli del 20% ma del 70/80%, per cui l’operazione sarà durissima. A noi telespettatori, ignari “azionisti” da canone, potrebbe anche non interessare affatto; invece è un problema serio, perché gli italiani sono l’unico popolo al mondo capace di stare in fila per ore nella speranza di farsi fare un autografo da una star televisiva.

Negli anni ottanta, il pubblico veniva pagato per assistere a uno show. Si chiamavano “figuranti”. Arrivavano vestiti a festa, passavano tre ore in una salone d’attesa, poi li su buttava in mensa a mangiare pasta scotta e pollo arrosto e alle 14.00 tutti in studio fino alla fine delle registrazioni. Giornate estenuanti, ma perlomeno a fine mese gli arrivava una seconda pensione o quasi. Oggi il pubblico ci va gratis e già mangiato e nel peggiore dei casi paga pure il biglietto, come se una registrazione televisiva fosse un normale  spettacolo teatrale o un concerto. Il pubblico televisivo generalista vuole le star. Le ama e le pretende.

Ho visto gente fare debiti per comprare un biglietto al Teatro Ariston. Come potrebbe altrimenti guardare programmi come Standing Ovation, Porta a Porta, Tale e quale? Come potrebbe la nota casalinga di Voghera fare a meno della Clerici, di Bruno Vespa e di Carlo Conti? E’ tutto molto interessante, canterebbe qualcuno.

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Azzardo una previsione. Non cambierà nulla. La televisione generalista, per funzionare, deve rimanere immobile e uguale a sé stessa. L’occasione per cambiare la Rai è storica, forse irripetibile, ma non accadrà niente. Rivedremo le stesse facce, perché i loro contratti saranno spalmati e prolungati, come è già accaduto nel calcio e, guarda caso, in Parlamento. Qualcuno ha sentito parlare di tagli alla casta dei politici? Si, si, se ne parla… se ne parla… se ne parla… se ne parla… se ne parla…

Cara casalinga di Voghera, non si preoccupi, grazie al suo canone pagato sulla bolletta della luce, potrà rivedere le sue star preferite. Forse, un giorno, potrà ricevere via mail anche gli autografi tanto sognati.

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Roberto Manfredi
Roberto Manfredi è figlio d’arte. Madre organista alla chiesa Valdese di Milano e insegnante di pianoforte. Padre pittore, musicista di oboe, diplomato al Conservatorio di Pesaro. La musica accompagna Roberto fin dalla tenera età, in cui canta gli inni protestanti, ( gospel e ballate ) e suona in casa con i suoi genitori. Studia il pianoforte e il basso elettrico. Poi terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti a Carrara, entra nella discografia nel 1975 alla Produttori Associati dove si occupa di promozione e in particolare della promozione dei dischi di Fabrizio De Andrè, poi diventato suo amico negli anni a seguire. Dopo un anno si sposta alla Editori Associati, l’ Edizione musicale che fa parte della Ricordi e della produttori Associati. Nel 1976 produce il primo disco insieme al fratello Gianfranco e a Claudio Fabi. E’ la registrazione live dell’ultimo Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Nel disco figurano artisti come Ricky Gianco, Eugenio Finardi, Area, Tony Esposito, Canzoniere del Lazio e molti altri. Passa poi nel gruppo RCA insieme a Nanni Ricordi seguendo parecchie produzioni discografiche dell’Etichetta indipendente Ultima Spiaggia e per la RCA stessa. In quegli anni produce gli album di Gianfranco Manfredi, David Riondino che lo fa conoscere a De Andrè che lo porta nel suo storico tour con la PFM e soprattutto l’album “Un Gelato al limon” di Paolo Conte. Scopre anche Alberto Fortis presentandolo dopo il periodo della RCA a Claudio Fabi e Mara Maionchi alla Ricordi. Durante questo periodo segue molte registrazioni di Enzo Jannacci, Claudio Lolli, Ricky Gianco, Ivan Cattaneo, etc… Passa poi come vice direttore artistico alla Polygram dove segue contemporaneamente una trentina di artisti sotto contratto, da Massimo Bubola a Carlo Siliotto, da Maria Carta a Roberto Benigni ( L’inno del corpo sciolto ) fino alla compilation “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni. Nel 1981 abbandona la Polygram, resosi conto che l’industria discografica si avviava al fallimento, e si trasferisce a Roma fondando con Pasquale Minieri, Anna Bernardini e Gaetano Ria la Società Multipla. Qui parte la produzione dell’operazione Mister Fantasy. Beppe Starnazza e i Vortici, con Freak Antoni nei panni del front man. Dopo l’album e due tournèe, seguono due singoli distribuiti dalla Cbs. Produce in seguito il supergruppo vocale The Oldies per la Rca ( con Nicola Arigliano, Cocky Mazzetti, Ernesto Bonino, Wilma De Angelis e Claudio Celli ) e l’ultimo album di Gianfranco Manfredi per la Polygram. Produce anche le colonne sonore del film “Liquirizia” di Salvatore Samperi e “Lupo Solitario”, programma di Antonio Ricci con Elio E Le Storie Tese, Banda Osiris e Skiantos. Contemporaneamente passa alla televisione come autore televisivo. Fonda anche la società Sorpresa SoS, che si occupa di promozione e produzione di concerti, servizi stampa e casting televisivi. Organizza e promuove concerti del management di Franco Maimone e Francesco Sanavio, quali Iggy Pop, Suzanne Vega, Lena Lovich e Nina Hagen, James Brown, Depeche Mode, The Kinks, Penguin Cafè Orchestra, Charlie Headen Liberation Orchestra e Sting. Poi decide di specializzarsi nel mondo televisivo e nei format musicali. E’ stato autore e capoprogetto di format quali Lupo Solitario, Fuori Orario, Mister Fantasy, Sanremo Rock, Segnali di Fumo, Tournèe, Super, Night Express, Italian Music Award, e “Supermarket” di e con Piero Chiambretti e di innumerevoli speciali monografici per Italia uno di artisti quali Elton John, Madonna, U2. Contemporaneamente produce gli home video “Mistero Buffo” di Dario Fo e “Storie del signor G” di Giorgio Gaber. Nel 1988 fonda il gruppo satirico “I Figli di Bubba” partecipando al Festival di Sanremo nella sezione Big. In seguito rimane come capoprogetto nella sezione tv della Trident Agency per oltre due anni e infine entra nella società Magnolia di Giorgio Gori come produttore esecutivo e autore. Dopo sette anni in cui produce ben quattro edizioni del format “Markette” di Piero Chiambretti, lavora per la ITC Movies per lo show di Maurizio Crozza “Crozza Alive” occupandosi anche di altre produzioni per Varie case di produzione tra cui Endemol e 3zero2 di Piero Crispino e Mario Rasini di cui è stato autore nel programma RAI DUE : “Delitti Rock”, E’ stato direttore artistico di vari eventi e manifestazioni di carattere nazionale e internazionale come “Il cinquantesimo anniversario della bomba di Hiroshima” presso la Sala Nervi in Vaticano dove ha riunito artisti come Dee Dee Bridgewater, Al Jarreau e Randi Crowford, è stato direttore artistico dei concerti per la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1995 e dell ‘unico Festival di Musica africana a San Siro per il sostegno alla Liberia, insieme a George Whea e a Laura Boldrini, allora dirigente della World Food Program facendo suonare su due palchi paralleli artisti come Alpha Blondie, Youssou ‘n’dour, Salif Keita, Morikante, Buddy Guy, etc… Attualmente è Head manager new format media presso la società Infront per lo sviluppo e la produzione di nuovi format tv “made in Italy” , produttore esecutivo per la Società Magnolia e autore di “Eccezionale Veramente” su La7. Ha scritto quattro libri : “Talent Shop” ( dai talent scout ai talent show ), Nu Ghe Né ( dedicato all’amico Fabrizio de Andrè ) , “Freak, odio il brodo” ( omaggio a Freak Antoni ). Di prossima pubblicazione ( febbraio 2016 ) il volume “ SkANZONATA - Storia della canzone satirica, umoristica e comica italiana, dai futuristi a oggi”, per la Skira Editrice. Regista del film “ Il Sogno di Yar Messi Kirkuk” in emissione 2015 su Sky Sport 24 e di alcuni filmati industriali e video web per aziende quali Academia Barilla, Fiat, Omnitel, etc…

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