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Il testamento sonoro di Cranio Randagio – Morto il rapper che partecipò a X Factor. Mika: “Una vita finita troppo presto”

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Cranio Randagio

di Luisella Pescatori

È mistero sulla morte di Cranio Randagio, giovane rapper 22enne, romano, che aveva partecipato a X Factor Ed.9, scoperto e lanciato da Mika. E’ morto dopo una festa tra venerdì e sabato, in un appartamento in via Anneo Lucano, nel quartiere residenziale della Balduina a Roma.

La sua vita come il suo viso erano un incredibile contrasto: un viso d’angelo, capelli rasta e baffi alla hipster e amava definirsi “pseudo rapper paranoico“. Stava per pubblicare il suo primo album.

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Si è tolto i sassi dalle scarpe per meglio lasciarsi sollevare, e in un passo gigante, verso l’ultimo Cielo.

Se ne è andato così.

Vittorio Bos Andrei (suo nome di battesimo), ci ha lasciati qui, in un fatalità che ha fermato la vita dei suoi ventidue anni. Se ne è andato affidandoci le mille tracce di sé racchiuse dentro le sue sequenze di metafore sonore. Io non conoscevo i suoi versi ma li trovo sconvolgenti perché li leggo oggi come un canoro testamento. Ascoltateli ve ne prego. E lasciatevi partorire dal suo palato, come quel filo scosso di parole legate l’una all’altra, in quelle sue straordinarie assonanze mai estetiche ma estenuanti. Non dava tregua con le sue verità e sapeva inchiodarti sulla croce dei giovani. Era il figlio di noi tutti genitori. E andava ascoltato come l’indizio del groppo in gola delle nostre creature.
E lui, che ci aveva persino scommesso in un finale lieve, lo sapeva che sarebbe volato via come un gabbiano, con le ali appesantite dal petrolio. Lo sapeva Cranio Randagio che nel cielo c’è molto di più, e aveva un’elica nei capelli per alzarsi in volo, ma non  ci sperava nemmeno di arrivarci così facilmente, attraverso il sonno, in quella assonanza tra cuore e dolore nella quale lo ha inseguito la morte. Troppo facile per uno come lui, un duro dal cuore sprezzante; no davvero Valerio non sia mai, non avrebbe voluto morire, per lui quello era il solo modo di parlare.

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E ne aveva mille di motivi per restare qui, ma gliene  sarebbe bastato uno solo, quello che il suo cuore non ha più trovato. La sua anima ringhiava, quasi alla bava e anche lui nella bocca dello stomaco aveva il succo amaro della denuncia. La sua voce era un graffio sui muri indifferenti delle città.

E ora non sarà tra gli ipocriti e i gradassi, perché lui sapeva parlare di verità e di dolori, e di amore, e di sesso con la rabbia lecita dei suoi giovani anni: parlava, semplicemente nel battito del disincanto. Erano moniti i suoi brontolamenti e le sue assonanze con la ribellione. Erano tracce che ci lasciava: i giovani non sono altro che puri in un mondo di brutture, di sovrastrutture a incastri che soffocano. Lentamente uccidono.

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E alla fine così, con un click clack il suo cuore ha smesso di rappare e ora ce lo immaginiamo che da lassù ci dice “Adesso sono qui. Salito fino a qui. Adagio son randagio mi sento a mio agio e quello che vi ho detto lo avevo dentro al petto.
E ve lo devo dire: non lasciatevi morire.
Perché i veri morti siete voi, che non lo avete capito.

 

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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