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venerdì, Aprile 23, 2021

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Il testamento sonoro di Cranio Randagio – Morto il rapper che partecipò a X Factor. Mika: “Una vita finita troppo presto”

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È mistero sulla morte di Cranio Randagio, giovane rapper romano 22enne, scoperto e lanciato da Mika nella nona edizione di X-Factor.

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È morto durante una festa tra venerdì e sabato, in un appartamento in via Anneo Lucano, nel quartiere residenziale della Balduina a Roma.

La sua vita, come i suoi lineamenti, era un incredibile contrasto: viso d’angelo, capelli rasta, baffi hipster. Amava definirsi “pseudo rapper paranoico”. Stava per pubblicare il suo primo album.

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Si è tolto i sassi dalle scarpe per meglio lasciarsi sollevare, in un passo gigante, verso l’ultimo Cielo.

Se ne è andato così.

Vittorio Bos Andrei ci ha lasciati qui, orfani di Cranio Randagio, in una fatalità che ha fermato la vita dei suoi ventidue anni.

Se ne è andato affidandoci le mille tracce di sé racchiuse dentro le sequenze di metafore sonore. I suoi versi sono sconvolgenti come un testamento canoro. Ascoltarli è lasciarsi partorire dal suo palato, come quel filo scosso di parole legate l’una all’altra, in straordinarie assonanze mai estetiche ma estenuanti.

Cranio Randagio non dava tregua; con le sue verità sapeva inchiodare tutti sulla croce dei giovani.

Era il figlio di noi tutti genitori.

Andava ascoltato come indizio del groppo in gola, delle nostre creature.

E lui, che ci aveva persino scommesso in un finale lieve, lo sapeva che sarebbe volato via come un gabbiano, con le ali appesantite dal petrolio. Lo sapeva Cranio Randagio che nel cielo c’è molto di più, e aveva un’elica nei capelli per alzarsi in volo, ma non ci sperava nemmeno di arrivarci così facilmente, attraverso il sonno, in quella concordanza tra cuore e dolore nella quale la morte lo ha inseguito. Troppo facile, per uno come lui, un duro dal cuore sprezzante; no davvero non sia mai, Valerio non avrebbe voluto morire, per lui quello era il solo modo di parlare.

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E ne aveva mille di motivi per restare qui, ma gliene sarebbe bastato uno, quello che il suo cuore non ha trovato quando si è chimicamente spaccato. La sua anima ringhiava, quasi alla bava e anche lui nella bocca dello stomaco aveva il succo amaro della denuncia. La sua voce era un graffio sui muri indifferenti delle città.

E ora non sarà tra gli ipocriti e i gradassi, perché sapeva parlare di verità e di dolori, e di amore, e di sesso con la rabbia lecita dei suoi giovani anni: parlava, semplicemente nel battito del disincanto. Erano moniti i suoi brontolamenti e i suoi accordi con la ribellione. Erano tracce che lasciava: i giovani non sono altro che puri in un mondo di brutture, di sovrastrutture a incastri che soffocano e lentamente uccidono.

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Il suo cuore ha smesso di rappare e ce lo immaginiamo che da lassù ci dice “Adesso sono qui. Salito fino a qui. Adagio son randagio mi sento a mio agio e quello che vi ho detto lo avevo dentro al petto. E ve lo devo dire: non lasciatevi morire.”
Perché i veri morti siamo noi, che ancora non capiamo.

 

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