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“Rock History, Suona la Storia” – INTERVISTA a Gabriele Medeot 1^ Parte

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di Mauro Milani

Un progetto didattico che supera il mero concetto di lezione sulla storia della Musica. E’ questo il futuro della didattica per provare a parlare di Musica nelle scuole. Un successo che è diventato un libro. Un Musicista che diventa Musicante per mettersi al servizio della Cultura.

Ho deciso d’incontrare Gabriele Medeot, dopo aver per caso assistito ad una sua intervista e aver letto di lui su alcuni giornali locali del Friuli Venezia Giulia e soprattutto dopo essermi imbattuto in alcuni video su Youtube che mostravano il lavoro che questo geniale e generoso Musicante (come lui piace definirsi) sta conducendo da ormai due anni, in molte scuole di diverso ordine e grado e in molte conferenze libere sparse su tutto il territorio regionale, fino a spingersi, visto il successo ottenuto, recentemente anche oltre i confini regionali. Se ci chiediamo quale potrebbe essere un buon metodo educativo e formativo musicale, per poter trasmettere la storia del Rock e del Pop moderno ai Giovani di oggi, il suo progetto, secondo me rappresenta una risposta davvero valida, che potrebbe davvero essere recepita a carattere nazionale dal Ministero dell’Istruzione.

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Non sono il solo a crederlo, visto che da questa sua idea, è nato un libro che porta lo stesso titolo dei suoi incontri – lezione con i giovani: Rock  History “Suona la Storia” edito da Tsunami Edizione e in vendita in tutte le librerie italiane dalla fine di quest’estate.

Se il futuro della musica dipende dai giovani allora è ai giovani che va trasmesso quello che fino ad ora, la musica e i suoi protagonisti hanno prodotto e rappresentato nel tempo e per il tempo che la Musica e gli Artisti hanno trasformato e a volte cambiato.

In questa prima parte dell’incontro scopriremo insieme l’origine della passione di Gabriele, parleremo della sua storia, della sua scuola la “Cam” e di come è giunto all’idea di queste meta-lezioni che tanto successo stanno riscuotendo ovunque le presenti.

Ho incontrato Gabriele una mattina presto, presso la sede della sua scuola di Musica, a Monfalcone (Friuli Venezia Giulia) accolto in uno studio pieno di dischi sparsi alle pareti e da tante note che mi giravano nella testa, pensando ai capitoli del suo libro che stavo ancora leggendo.

 

 PER VEDERE IL VIDEO CLICCARE SULL’IMMAGINEvideo

 

Gabriele, partiamo da una cosa che m’incuriosisce molto: la tua passione per la musica come nasce, la tua storia per diventare poi insegnante, perché io ormai ti reputo un insegnante, anche se magari tu dirai no non è vero, non sono insegnante. La tua storia da dove inizia, il tuo primo incontro con la musica com’è stato?

Fin da piccolissimo perché la musica ha sempre fatto parte della mia famiglia quindi il fatto di avere un padre che cantava in un coro e quindi ero già un bambino appassionato dalle cose che faceva il padre e lo seguivo. Io  andavo alle prove mi sedevo lì vicino, avevo 6 anni 7 anni e rimanevo affascinato da questi signori che in qualche maniera cantavano e facevano i vocalizzi ma soprattutto dal maestro che dava le note con quello che all’epoca era, poi ho scoperto, un harmonium e quindi con questo strumento, con i pedali, soffiava dava le note poi l’intonazione. Poi un giorno in quella sala  arrivò  il pianoforte e il maestro suonava e stava suonando un pezzo e mi ricordo benissimo che dissi poi a mio papà che mi sarebbe piaciuto suonare anch’io quella canzone, allo stesso modo. E quindi mio padre prese degli accordi per farmi andare a lezione e alla prima io chiesi al maestro quale fosse il pezzo che stava suonando la settimana precedente e lui mi disse che era la polacca di Chopin ed io la settimana dopo, o forse due, non ricordo perfettamente, mi presentai con il libro delle polacche di Chopin e quindi dissi al maestro che volevo suonarlo anch’io, da totale ingenuo naturalmente.

Quindi l’arte dell’approfondimento era proprio innata in te?

Ma non lo so, fatto sta che mi disse, è un po’ presto, lo potrai suonare quando ti diplomerai, se ti diplomerai, e naturalmente è stato uno dei pezzi di punti del mio diploma di pianoforte. Quindi il mio percorso è stato questo, appassionato di musica a 360 gradi, con un binario, quello della musica classica che mi permetteva d’imparare le strutture e le regole, modi, sensibilità, e naturalmente poi le band i gruppi, i concorsi, fino ad arrivare agli anni 90 a produrre la dance (Franz Contadini, Lombardoni e tanti successi: “House of Flower” “Lisa B” “Bad Boys” “Soul Chic” “Pop Panic” ), che era un mercato che ti permetteva di guadagnare, perchè funzionava, di fare esperienza, di guadagnare, di avere uno studio tuo, dove poter registrare anche i gruppi rock, perchè con la dance riuscivi ad avere gli anticipi, i soldini che ti aiutavano, per il fare il lavoro vero, non che l’altro non lo fosse.

Ok ma io resto ancora lì indietro quando tu hai hai visto il pianoforte tu hai visto il pianoforte ok ti sei appassionato al pianoforte al suono del pianoforte quindi la tua scelta è stato il pianoforte e la folgorazione invece da adolescente diciamo così quando ormai un po’ di musica già la masticavi, la folgorazione rock diciamo o pop qual è stata?

Devo dire, “Where the street have no name” degli U2, avevo 13 anni, quella è stata la canzone che in qualche modo mi ha folgorato, lì ho capito quello che mi piaceva, quest’organo che suonava all’inizio, quell’introduzione, era una band in forte ascesa e lì mi sono appassionato tanto soprattutto nel mondo rock, pop rock, non l’hard rock o l’heavy metal,perchè non rientrava nelle mie corde classiche. Sono diventato un cultore delle informazioni, un appassionato negli anni.

Beh se pensi ai Muse, anche loro si rifanno molto alla Musica Classica, quindi c’è un filo che lega un po’ il pop rock a quello che ti ha appassionato.

Si, assolutamente, i Muse, poi pensi, scopri e fai scoprire anche banalmente mi vengono in mente i Green Day  durante le conferenze che faccio spesso e volentieri quando parlo del rock e del covering negli anni 90 faccio sentire Basket Case che abbiamo montanto nei video facendolo partire dal canone di pachelbel e quindi ci sono tutta una serie di collegamenti e di riferimenti alle strutture della musica classica. Se pensi a Bohemian Rhapsody la struttura, rapsodia, questa è una cosa che i ragazzi ovviamente non conoscono, si tu dicevi insegnante ma io mi metterei in un gradino più indietro, mi piace più il concetto di educatore. Anche dal punto visto etimiologico educazione: il tirar fuori dalle caretteristiche di ognuno piuttosto che l’insegnare, quindi il mettere un segno.

Parliamo del tuo approdo alla scuola di Musica che hai fondato.

Nella metà degli anni 90 ho aperto la scuola e ho dirottato lo studio di registrazione allo studio della musica facendolo diventare negli anni 2000 un centro studi per i ragazzi, potevano venire a lavorare qui, a studiare a provare.

Quindi la didattica è stata sempre un tuo pallino, quasi un tuo traguardo già prefissato.

Non ho mai fatto molto altro, questo è sempre quello che ho voluto fare. Agli inizi degli anni 90 Berlinguer inventò questa idea dei laboratori Musicali, io ero qui, stavo già lavorando e il Preside di una scuola media mi chiamò e mi disse: Cosa ne dici di provare a lavorare ai laboratori musicali? Ed io dissi si, immediatamente si mi sembra una figata pazzesca.

Raccontiamo e spieghiamo cos’erano i laboratori musicali.

Un’idea, era un’idea che  era stata messa su carta con delle indicazioni “dovete avere una stanza tot per tot insonorizzata in un certo modo nella quale farete un certo tipo di musica”  però tutto erano delle indicazioni e allora se da un punto di vista della struttura un po’ ne sapevo perché chiaramente già ci lavoravo da parecchio dal punto di vista dei contenuti avevo delle idee che mi sarebbe piaciuto mettere in pratica e quindi comincia a mettere insieme questi il 15/20 ragazzini che spesso non avevano idea di suonare, non sapevano suonare e riusciamo piano piano negli anni a creare dei veri e propri gruppi delle big band fino ad arrivare a mettere insieme diversi gruppi musicali, da diverse scuole, dalle medie alle professionali.

Uno dei laboratori più interessanti che sono riuscito a coordinare è stato quello che ha messo insieme vari gruppi musicali eterogenei da diverse scuole, dalle medie, alle professionali, della nostra regione, istituti tecnici, licei,  e da ognuna di queste scuole arrivavano ragazzi, noi ci ritrovavamo il pomeriggio e facevamo attività.  Siamo stati poi a Roma, abbiamo fatto un sacco di cose con Gaslini con Damiani, quindi con nomi anche importanti. Quindi pian piano questi laboratori musicali sono stati un progetto che ho contribuito a sviluppare fino a due tre anni fa, nel 2012 per una scelta anche professionale mi sono dedicato di più ad altro.

La cosa emozionante, affascinante pensa che molti di quei ragazzi ora sono genitori, alcuni sono diventati musicisti, buona parte fa ancora il musicante, cioè si diverte con la musica.

Quindi musicista è il  professionista e il musicante è colui che vaga intorno alla musica.

 Si la musica è la mia professione quindi sarei  un musicista, però mi piace di più essere definito un musicante, mi piace l’idea di non prendermi troppo sul serio.

Invece io ti riporto sul serio anche se è bellissima questa cosa che hai detto perchè dimostra un umiltà veramente grande da parte tua.  Ma adesso siamo arrivati a 2012 ci sei arrivato tu come nasce invece questo progetto, l’idea di  “Rock History” che poi è diventata anche un libro distribuito in tutta Italia da Tsunami?

Nel 2000 ho prodotto un evento che mi ha portato a pensare a Rock History, ho prodotto un contest che si chiamava Rock Pop Contest, un Contest che ha vinto un premio come miglior contest italiano per Band Emergenti, 10 Edizioni, da Torino a Palermo, migliaia di provini, un team da paura, tecnico, artistico, produzione artistica affidata a Massimo Varini, un professionista, eccolo qua un vero professionista, un amico ma uno dei musicisti che più stimo nel panorama italiano. Quindi ho cominciato a vedere come il rapporto che nella lezione individuale hai uno a uno, nei laboratori era 1 a 20, nel Pop Rock Contest diventava 1 a 200, cioè  il rapporto tu con quelli con i quali t’interfacci, aumentava sotto questa proporzione il risultato che ti tornava dal punto vista di quello che semini era naturalmente maggiore.

E quindi dopo aver chiuso quella parentesi, capivo che da parte dei ragazzi c’era la voglia di sapere, di conoscere, di approfondire e di scoprire delle cose. Perchè magari i ragazzi sanno cos’è “Smoke on the Water” ma non tutti, soprattutto i più giovani, non sanno di chi è. Non sanno che i Deep Purple sono una delle più grandi Band Rock Progressive della Storia.

Ma non è colpa loro, sono ragazzi, quindi sono persone da formare.

Noi che siamo di una certa generazione ci siamo formati in un certo modo, i ragazzi di oggi si formano in un altro modo, ma non è colpa loro.

I Ragazzi oggi sono portati a informarsi in maniera diversa, forse più facile ma questo modo diverso li porta ad un sovraccarico d’informazioni, il problema è il sovraccarico.

Perchè stai un secondo a perderti nella ricerca di un dato in internet, quando cerchi un video, non necessariamente ci arrivi (Il paradosso di Zenoni)

Io cerco un video se non sono motivato ad andare in quel video, quando mi si apre la schermata e di lato mi vengono tutti i video suggeriti, se poco poco vedo un’immagine che mi piace di più…vado a vedere quella e poi mi dimentico cosa stavo cercando.

Mancano i tronconi diciamo insomma e quindi lì ti puoi perdere.

E allora il ruolo dell’educatore musicale oggi è quello di cercare di mettere questi paletti, di dire ai ragazzi la strada da seguire, Rock History nasce da quella volontà di dare informazioni e formazione.

Come hai fatto, da dove sei partito? E’ stato un successo strepitoso, diciamolo, che sta facendo parlare fuori dai confini del Friuli Venezia Giulia quanti incontri hai fatto, quanti studenti hai incontrato?

Finora 120 incontri, con 12.000 studenti. E adesso 20 scuole ci hanno inserito nel proprio percorso formativo triennale.

Ora sta diventando un progetto nazionale con il libro, ho iniziato a fare conferenze in Lombardia in Piemonte, ne farò altre in Puglia prossimamente, in Molise, in Valle d’Aosta, ci sono tante scuole che ci stanno contattando.

Dicevi, come hai fatto? Io sono uno molto concreto, penso molto, ma poi sono concreto, l’ho fatto,  e alla fine il mio ragionamento è questo: pensa e inventati un modo di.

Nel caso di Rock History sono stato avvantaggiato dal fatto di avere una scuola di musica moderna, da 15 anni e quindi ho fatto semplicemente girare la voce all’interno della scuola. Ho detto qua il Direttore della Scuola, nonchè il maestro di Piano della Scuola, farà una serie d’incontri sulla storia del Rock su alcune band etc etc, per incontrare con l’occasione, io uso sempre  questi sistemi per vedere i ragazzi della scuola, perchè non posso vederli tutti ogni giorno, sono 180, e non riesco a seguirli tutti uno ad uno come a me piacerebbe fare.

Ho fatto questi incontri, ho testato l’attenzione loro, la mia abilità di mantenere viva questa attenzione. La volta successiva non solo sono tornati tutti ma sono arrivate persone da fuori, amici, genitori, insegnanti addirittura e mi sono detto “Guarda che funziona”.

Così l’anno successivo ho messo insieme tutti gli appunti sparsi che avevo dappertutto qui e abbiamo fatto un po’ d’incontri nelle scuole che sono andati bene e durante gli incontri mi sono reso conto che avevamo bisogno di mettere insieme questo materiale, allora mi sono detto aspetta che provo a creare il materiale in maniera organica, provo a metterlo in maniera ordinata. Ho sentito Eugenio Monti che è l’editore di Tsunami. Tzunami per me rappresentava un bel punto di partenza perchè è l’editore del Rock.

Nel 2014 sono stato a Genova a un convegno  sulla Musica sulle nuove forme di educazione e ho fatto un intervento, c’era Tsunami, da lì sono stato a Milano, un paio di volte, già la prima volta, dopo la prima riunione, avevamo deciso di fare qualcosa, nel secondo incontro abbiamo deciso di farlo di meno di 200 pagine.

Quindi il libro è diventato un progetto parallelo, perchè non l’avevo ancora il libro, ma facevo gli incontri con le scuole e per me era già un modo più  semplice per organizzare il tutto e mettere ordine sul come realizzare le conferenze con gli studenti.

Ci sono molti video su youtube di questi tuoi incontri nelle scuole vero?

Si, ci sono molti video su youtube, video delle conferenze e poi c’è un video nuovo sul progetto in generale e all’interno del libro, visto che la chiamano una metalezione quella che faccio io, abbiamo voluto fare un metalibro: ci sono quindi i QR CODE all’interno del libro, abbiamo scoperto l’acqua calda, lo so, però nel libro ci sono una trentina di video di un paio di minuti di approfondimento. Uno sta leggendo il capitolo sul Punk, alla fine si ritrova a leggere dell’arrivo dei Police e Message in The Bottle e c’è il QR CODE con l’approfondimento sul brano, piuttosto che Brothers in Arms ecco, ci sono una serie di approfondimenti video.

I video che porti nelle lezioni li hai relizzati con l’editore o li hai fatti da solo?

I video li ho realizzati io con il mio team di lavoro, i contenuti multimediali sono stati creati da me rappresentano il  contenuto vero, visivo e audio della lezione, ho una presentazione piuttosto articolata chiamiamola sminuendola un power point. In realtà è un insieme di video di foto,  immagini, testi che io richiamo a seconda del periodo storico nel quale mi trovo.

La cosa interessante è proprio questa, io pur non avendo mai assistito ad una tua lezione, ho visto i video, mi rendo conto che i ragazzi vengono catturati dalla tua lezione proprio per questo motivo, perché mentre  racconti, fai vedere, fai ascoltare e quindi diventa interessante. Non è parlare di musica in modo noioso è un parlare di musica ascoltando e vivendo quel momento che stai raccontando.

Esatto, loro non si annoiano, io cerco di ragionare con la loro testa e di mettermi  nei panni dei ragazzi, ho la fortuna di confrontarmi e di lavorare molto con loro, avantaggiato sempre dal fatto di avere una scuola di musica e quindi cerco di immedesimarmi in loro. Però penso, se avessi 17/18 anni dovessi rimanere lì seduto per due ore a sentire uno che mi parla, ok di rock, ecco dopo due secondi io tirerei fuori lo smartphone e comincerei a chattare con i miei amici. Ecco, io ho pensato: come posso fare per coinvolgerli e per non annoiarli?
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L’intervista prosegue ma scopriremo nel prossimo articolo come Gabriele è riuscito a costruire una lezione ammiccante e lo strumento base da lui creato per legare i periodi storici con la musica. Rock History “Suona la Storia” si appresta ora, dopo aver conquistato molte scuole del Friuli Venezia Giulia, a conquistare i giovani di altre regioni.

E partendo da questo innovativo strumento didattico, ideato da lui, parleremo anche dello stato della Musica in Italia e sentiremo le sue opinioni in merito, concludendo con la domanda che tutti noi appassionati di Musica ci stiamo facendo in questi anni. Dove sarà o che cosa ne sarà della Musica nei prossimi Anni?

 

Stay tuned!

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