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Lorenzo Fragola pubblica Zero Gravity: esercizio di libertà musicale di un talento in crescita

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di Paola Maria Farina

Crescita, maturazione, personalità e ricerca: queste sono le prime impressioni che il nuovo lavoro di Lorenzo Fragola, “Zero Gravity”, suscitano all’ascolto. A un anno di distanza dal precedente disco, “1995”, il giovane talento torna con un album di inediti che costituisce un passo in avanti in termini di sonorità e approccio alla scrittura, in seno a una rinnovata libertà artistica che guarda a suggerire mondi musicali variegati.

Dopo il singolo sanremese Infinite volte e la preview di tre brani con altrettanti videoclip, piccoli assaggi delle sfaccettature dell’intero progetto, dall’11 marzo il pubblico può apprezzare nella sua completezza un lavoro che merita di essere ascoltato – nonostante la tendenza randomizzante – in una continuità sequenziale.

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Ecco la tracklist:

1 Infinite Volte
2 Parlami
3 Con Le Mani
4 D’Improvviso
5 Luce Che Entra
6 Weird
7 Qualsiasi Cosa, Tutto

8 Sospeso
9 Scarlett Johansson
10 Dire Di No
11 Zero Gravity

Versione Deluxe
12 Gravity
13 Land
14 La Donna Cannone

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Alla vigilia della pubblicazione dell’album, Lorenzo Fragola ha presentato con entusiasmo il suo ultimo lavoro raccontando ai media alcune delle tracce e rivelando la genesi dell’intero progetto.

L’album deve il suo titolo alla traccia Zero Gravity: come l’hai scelta?

Gravity è il pezzo da cui ha avuto origine l’intero lavoro: si tratta della cover di un brano degli Embrace scritto di Chris Martin, poco conosciuto in Italia, di cui abbiamo cercato di scrivere l’adattamento in italiano. Lavorandoci, ci siamo resi conto che era impossibile farlo se non con eccessive forzature; questo ha portato a un nuovo testo, quello di Zero Gravity, che è l’opposto nel suo senso testuale ma anche come mondo musicale. Da qui l’idea originaria dell’intero progetto, continuato nell’artwork nato in un secondo momento.

Nella tracklist c’è un titolo quanto meno curioso, Scarlett Johansson, attrice che peraltro poi nel testo non citi mai: come è nato?

Il titolo l’ho scelto semplicemente perché mi piace Scarlett Johansson. Avevo scritto un funk con un testo italiano scritto insieme a Ermal Meta, con cui c’è stato un vero confronto, anche molto animato. È un brano divertente per il quale volevo anche una carica sessuale: è nato un funk amoroso dai tratti sporchi, una storia sbagliata, ai limiti. La figura femminile che ne esce è malvagia e mi è piaciuto identificarla con la Johansson nei panni della vedova nera.  Mi piace particolarmente la traccia, in quanto libera, senza limiti o freni, come composizione e testo. Tra l’altro è stato il pezzo più lungo da portare a termine, perché ci abbiamo lavorato per parecchio tempo mettendoci tante idee diverse e poi scegliendo la versione che ci è piaciuta di più.

La traccia numero 5 è Luce che entra: cosa descrive?

È la canzone che vorrei fosse il prossimo singolo, perché è un brano up tempo in italiano come al momento non ne sento. Il pezzo non ha alcun riferimento particolare, luce che entra è una sensazione, un evento, una persona, una botta di vita improvvisa: quella voglia di vivere che “sballa” nel senso che scardina tutte le sicurezze.

Su Dire di no cosa ci racconti?

Dire di no è oggi uno dei miei brani preferiti, ma all’inizio non ero convinto di metterlo nel disco ed è stato, anzi, il produttore a insistere perché entrasse nell’album. Era nato come ballata classica e io volevo invece qualcosa di diverso; in un giorno di lavoro, è stata trasformata in una ballata terzinata, molto presente nella musica britannica e americana ma meno in Italia. Me ne sono innamorato riascoltandola. Sul piano testuale è uno dei pezzi più rappresentativi a dimostrazione della crescita dal primo album: ha molte similitudini con Siamo Uguali, ma segna un passo avanti come immagini e mondo musicale.

Prima traccia ad anticipare il disco, dopo Infinite volte, è stata D’Improvviso, accompagnata da un videoclip molto insolito: come mai questa scelta?

Personalmente, credo che sia il video più bello che ho fatto finora: il video del pezzo D’Improvviso è una clip border line, molto forte dal punto di vista visivo. Volevo fosse semplice ed efficace ma insieme rappresentasse qualcosa che la gente non si aspettava da me.

Dal bianco e nero d’impatto di questo video si passa un’atmosfera ben diversa con Weird

Già, il primo video è più concettuale, mentre il secondo è “strambo”, proprio come dice il titolo della canzone. Avevo una certa idea della clip, poi sul momento ho aggiunto tante altre cose e alle fine ne è nato un video proprio strano, che mi piace molto. È un altro mondo, con un altro orizzonte.  Il video è un unico piano sequenza, di cui abbiamo realizzato 5/6 take, girati coinvolgendo un centinaio di persone!

Video diversi, ma stessa protagonista…

È Valentina Pegorer: l’ho chiamata per coinvolgerla nel progetto perché è molto libera, spontanea, senza freni inibitori; lo stesso approccio con cui ho scritto questo disco, con lo spirito di mettersi in gioco senza pensare a come gli altri potessero recepire certe cose. Secondo me è stata bravissima a interpretare queste idee. Inoltre, non volevo che l’attenzione fosse sulla mia immagine; sappiamo che i video hanno una potenza maggiore del solo suono per cui finiamo per legare le immagini alla canzone. Quando ho scritto i soggetti pensavo proprio a una figura femminile che si facesse portavoce del mondo che avevo in mente. Poi, io ci sono in tutti e tre i video, ma in modo marginale con una breve apparizione.

A proposito di uno di questi brani resi disponibili prima dell’album, Weird colpisce per il suo sound molto internazionale: a chi ti sei ispirato maggiormente?

Weird è un funk con un testo loser (canto “ogni volta che ti guardo scompaio”), nato da una considerazione sul precedente tour: a ogni tappa facevo due cover, diverse per ogni data – brani di Bruno Mars piuttosto che dei Daft Punk o The Weeknd – e ci siamo accorti che il pubblico non conosce tutti i testi completi. Quindi ho pensato a un brano che avesse quella natura ma di cui la gente ai concerti conoscesse le parole per poterle cantare e divertirsi. Tante, di fatto, sono state le influenze musicali e le abbiamo unite secondo scelte personali: per esempio, la prima metà del primo inciso è senza armonia, in maniera del tutto casuale. Ho cercato, qui e in tutto l’album, di unire influenze diverse ma facendole mie, in modo molto libero.

Libero come ogni lavoro d’arte non solo dovrebbe essere, ma anche rendere chi ne usufruisce.

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