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Steve Howe e gli YES

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di Athos Enrile
Compie oggi 68 anni Steve Howe. Immagino che per i più giovani possa risultare un nome sconosciuto, ma chi ha seguito le vicende rock, dagli anni ’70 in poi, ha bene impresso il genio e la capacità espressiva di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.

Il suo nome è indissolubilmente legato ad una band seminale del prog rock, gli YES.
Agli YES ho dedicato pagine infinite, essendo gli artefici di un mio cambiamento di rotta, di un ritorno al pieno interesse musicale dopo anni di letargo e passività: tutta la mia attività musicale attuale -comprese le righe che sto scrivendo- nasce a seguito di un loro concerto a cui partecipai (12 Luglio 2003): fu quello il giorno in cui capii che la mia passione doveva obbligatoriamente avere uno sfogo attivo, un impegno che mi consentisse di fornire un piccolo contributo alla causa.

Impossibile raccontare in poche parole cosa accadeva in quei giorni -inizio seventies- ma mi piace ricordare come nel giro di un lustro o poco più, emersero ensemble musicali e opere che non erano il frutto di scopiazzature e coverizzazioni: intricate, complesse, fatte di virtuosismo e pescaggio nel classico, con la peculiarità di essere tutte diverse tra loro.
YES, Genesis, Gentle Giant, Van der Graaf, ELP, Pink Floyd, King Crimson e Jethro Tull, tanto per indicare quelli che ottennero maggiore visibilità, inventarono ciò che prima non esisteva, ognuno seguendo un percorso molto personale.
Gli YES erano un insieme di straordinari musicisti (ancora vivi e in attività, quelli della formazione più duratura) che abbinarono le loro skills ad un grandioso lavoro di squadra, avendo molta cura delle parti vocali, con l’esaltazione di momenti di virtuosismo personale che si tramutavano rapidamente in proposta di insieme.
La parte terminale era rappresentata da un vocalist d’eccezione, Jon Anderson, capace di caratterizzare l’intera produzione discografica con il suo particolarissimo timbro, che ancora oggi i restanti YES ricercano in possibili cloni.
Ascoltarli nell’occasione citata fu per me un vero shock per lo sconvolgimento che mi procurò, uno scrollone che solo la musica può provocare, quando il piacere del puro ascolto si somma ai ricordi e alle riflessioni conseguenti.
Sarebbe un errore, almeno in questo caso, abbinare il termine rock o prog o prog rock (le etichette non mancano mai!) a qualcosa di “duro”, di difficilmente accessibile, di buono solo per la nicchia, perché parte della sterminata produzione della band -a memoria 34 album- è costituita da brani poetici, di atmosfera, che colloco tra quelli più grandi mai realizzati, e in quanto alla facilità di assimilazioni i miei figli sono la testimonianza che certa musica può abbattere ogni tipo di barriera, dal momento che in quel 2003, quando erano scolaretti delle elementari, era fatto normale sentirli canticchiare, ad esempio, “Magnification”, creazione del 2001.
Propongo come esempio un brano da brividi, Turn Of The Century, da ascoltare con un pò di attenzione, magari ad occhi chiusi. E la mia speranza è quella che possa scattare, come spesso accade a me, l’effetto domino tipico della curiosità musicale.
Happy Birthday Steve!

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Athos Enrile
Da sempre immerso nella musica, coltiva la passione per la scrittura, con un’attenzione particolare alla descrizione dei concerti e alle interviste. Gestore di numerosi spazi in rete e collaboratore con diverse riviste specializzate, è coautore del libro “Cosa resterà di me” e dell’e-book “Le ali della musica”. Appassionato di strumenti - che utilizza in modo mediocre - ha avuto la possibilità di condividere pillole di palco con leggende del rock e di partecipare ad un album (in un brano) in qualità di mandolinista… elettrico! Presentatore in numerosi eventi, conduttore in molteplici presentazioni, condivide orgogliosamente con i compagni di viaggio di MusicArTeam (associazione di cui è presidente) il web magazine MAT2020.

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