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Orietta Berti oggi compie gli anni: “io non mi sento più di 40 anni, dovrò rassegnarmi ad invecchiare” – INTERVISTA

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orietta berti
Crediti Foto Paolo Picco

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Oggi è il suo compleanno. Orietta Berti compie 73 anni e la prima a non crederci è lei. “Sa – mi racconta divertita – , io non mi sento più di 40 anni. Alcuni giorni penso di averne addirittura 30. Nessun ritocco, il mio unico vezzo è una crema per la pelle. Ne facevo scorta in ogni mio viaggio negli States, la producevano là. Ma ora l’azienda è fallita, dovrò rassegnarmi ad invecchiare”.

Io e Orietta facciamo una chiacchierata lunghissima, colma di sorrisi e senza mai guardare l’orologio. Lei ha rispetto del tempo condiviso, un dono che non appartiene a molti. Undici partecipazioni a Sanremo, 10 Dischi per l’estate, sempre in finale a Canzonissima dal 1968 al 1974 e oltre 16 milioni di dischi venduti in tutto il mondo raccontano in pillole oltre 50 di carriera.

Orietta è un vulcano, una che non smette di sognare e di progettare. E’ come se avesse un eterno debito di riconoscenza per papà Mafaldo, che la portò alle prime audizioni, nella speranza di vederla mezzosoprano o soprano. “Lo perdetti a 18 anni – ricorda -, travolto mentre in bicicletta era andato all’edicola a prendere il giornale. Un trauma che mi tiene ancora sveglia di notte. Non dormo mai più di 2 o 3 ore per notte. Aspetto il giorno leggendo, guardando documentari o scendendo nel silenzio della casa ad allenare la mia voce, anche per 2 o 3 ore. Devo sempre tenerla calda”.

Ospite fissa a “Che tempo che fa”, e da venerdì 8 giugno è su Rai1 con “Ora e mai più” con Amadeus, la Berti si prepara, come ogni anno, a una lunga tourneé che la terrà impegnata fino ad ottobre. “E’ il mio lavoro – spiega – e la mia passione. E sono grata al mio pubblico che mi aspetta sempre”.

orietta berti

UNTERVISTA – ORIETTA BERTI

A Masterchef ha sfiorato la vittoria, lei che in cucina ha sempre vissuto di rendita, grazie alla mamma e alla suocera… Se vengo a pranzo a casa sua cosa mi prepara?

La porto al ristorante. Da noi ci sono ristoranti e piccole trattorie dove si mangia benissimo ed è un peccato non andarci. Altrimenti mi deve avvisare una settimana prima, il tempo necessario per farle i tortelli ripieni. O quelli di zucca che da noi si fanno con le mele cotogne, mentre nel mantovano ci mettono la mostarda.

A distanza di 50 anni lei resta una portacolori indiscussa della nostra canzone. Forse è perché ha iniziato senza un talent di mezzo?

I talent illudono e poi seppelliscono. Torchiano e spesso bruciano. Io so di aver lottato sempre in prima persona e con passione infinita. Ai miei tempi non c’era il televoto e neppure lo spettacolo dei giudici, però mi ricordo che in Philips facevano sempre i sondaggi interni prima di scegliere le canzoni su cui puntare. Mandavano in onda le canzoni per l’intera settimana all’interno della fabbrica e poi chi ci lavorava al venerdì doveva esprimere il proprio giudizio. E lì capivi subito che impatto aveva la canzone e la tua interpretazione sul pubblico. 

Lei ha avuto la fortuna d’incontrare un pigmalione disinteressato come Giorgio Calabrese che l’ha presa per mano, credendoci

E’ scomparso due anni fa, ma lo ringrazio sempre. Quando è morto mio papà è stato lui a non farmi abbandonare tutto. Non volevo lasciare la mamma e la nonna sole. I primi provini li avevo fatti accompagnata da papà, poi è stato Giorgio a sostituirlo e a restituirmi quell’entusiasmo che stavo perdendo. Lui mi aveva sentito cantare “Il cielo in una stanza” in un concorso per voci nuove a Reggio Emilia. Giudicò la mia voce interessante e insistette per farmi fare qualche provino. Venne a parlare con la mia mamma, la convinse a non farmi perdere questa opportunità. E con lei convinse anche me. Mi portò a Milano, il primo passaggio alla Karim, c’erano anche De Andrè e Remigi. Lo sa? Il disco era pronto per la pubblicazione ma mandarono tutto all’aria sostenendo che le spese pubblicitarie erano troppo alte. Passai alla Philips, tutto lo staff era tedesco ma innamorato della melodia italiana. Adoravo Ella Fitzgerald e Frank Sinatra: volevo imitarli, riproporli. Me lo impedirono, dicendo che dovevo trovare una mia strada, interpretazioni mie. E per farmi conoscere mi proposero la versione italiana delle canzoni di suor Sorriso, una religiosa belga con hit di successo. Se ce l’avessi fatta mi avrebbero mandato al Disco per l’estate. Avevano ragione loro, il disco di suor Sorriso ebbe molto successo, spinto dallo stesso Vaticano, con le edizioni Paoline.

Era il 1965 e al Disco per l’estate non solo ci andò, ma lo vinse pure.

Sì, e anche in quel caso c’è una bella storia. Vinsi con “Tu sei quello” che, in origine, era “Tu sei quella”: l’aveva scritta Alberto Anelli e voleva cantarla lui. Alberto era un ragazzo molto bello,  assomigliava ad Elvis Presley. Non me la voleva cedere perché ci teneva ad esordire come cantautore. E aveva tutte le ragioni per farlo.  Lo convinsero dicendo che avevo la voce giusta per portare quel testo in alto e lui ne avrebbe beneficiato con i diritti d’autore.  E così la canzone dal femminile passò al maschile: “Tu sei quello”. Io andai al Disco per l’estate già conosciuta come la cantante dei brandi di suor Sorriso che vendettero molto, spinte dallo stesso Vaticano. “Tu sei quello” sbaragliò la concorrenza, grazie alla dolcezza delle frasi e a una melodia avvolgente. E da lì è partito il mio viaggio in questo ambiente

Ha iniziato cantando le canzoni di suor Sorriso e proprio il sorriso è quello che non le manca mai. Come si fa a non perderlo?

Chi fa spettacolo deve tenere le proprie tristezze e i propri problemi nascosti. Non per ipocrisia ma per rispetto del pubblico che vuole condividere una festa in serenità ed allegria. I miei concerti hanno una dimensione famigliare e per me è orgoglio ritrovarmi con ragazzi che hanno imparato a conoscermi perché la nonna cantava le mie canzoni per farli addormentare. Non mi seguono come una cantante, ma come un’amica che, anno dopo anno, li ha visti crescere. Al mio pubblico devo tutto. Quando ho presentato il mio “Dentro un grande amore” che in 5 cd racchiude i miei 50 anni di carriera e un omaggio alla canzone napoletana ho detto chiaro che se sono ancora qui lo devo solo al mio pubblico, perché non ho mai avuto né aiuti politici e neanche di lenzuola.

Pure una certa stampa l’ha sempre snobbata a vantaggio dei cantautori

Mi davano della vecchia ciabatta, senza rendersi conto che i miei testi non si accontentavano di una melodia orecchiabile o un ritornello accattivante, ma erano momenti di racconto importanti. Portavano alla ribalta temi di denuncia importanti. “La via dei ciclamini” parla di prostituzione, “La vedova bianca” di emigrazione, “La bambola blu” della donna oggetto, “Tarantella” di malapolitica, giovani persi, menzogne elettorali… Ma le cantava la Berti, questo era il problema.

Ma lei se ne è sempre fregata ed ha proseguito sulla sua strada di persona per bene. Federico Fellini gliene sarà grato…

Ricordo ancora quell’incontro casuale in Piazza di Spagna a Roma con il grande regista. Mi disse che lui e Giulietta Masina mi stimavano tanto e mi pregò di non cambiare mai, di restare sempre me stessa. Non è facile restarlo in un ambiente come quello degli spettacoli dove girano i lunghi coltelli e pure le lingue lunghe. Ma io non potrei essere diversamente.

Ci sono canzoni nate in un’epoca particolare ma che poi entrano nell’immaginario collettivo. E’ successo a “Finchè la barca va”, era il 1970 e c’era Giulio Andreotti….

Sì, c’è chi ha voluto agganciarla a un particolare momento politico. La verità è che Andreotti non c’è più e quella canzone resta viva ed energica. E’ il mio portafortuna, immancabile in ogni concerto, il pubblico la pretende. E’ un inno alla serenità fatta di cose semplici, è una filosofia di vita.  E’ come se ti parlasse tua mamma: la felicità non la puoi comprare, se nella tua vita non c’è comprensione ed amore.

In pochi lo sanno, ma lei è sempre stata una sindacalista coi fiocchi

Le mie colleghe prendevano cachet 3 volte il mio, ma io ho sempre pensato che tutti quelli che erano con me dovessero guadagnare. Perché il lavoro si paga e devono star bene tutti. Se uno dei miei musicisti dovesse rimetterci, significherebbe che io ho fallito e non valgo niente. Ho imparato a vivere con dignità, ma senza ingordigia.

La canzone che le sarebbe piaciuto cantare

“Grande, grande, grande” portata al successo da Mina, ma il primo provino lo feci io richiesta da Tony Renis. Mi piaceva moltissimo, poi la casa discografica scelse diversamente. Ho lasciato morire nel cassetto questo sogno che però ho ripreso nel mio ultimo cofanetto”.

La forza della sua serenità sta anche in un matrimonio che dura da 51 anni

E’ vero, ma rischiò pure di saltare.Arrivai in chiesa con 30 minuti di ritardo, Osvaldo mi disse che ne bastavano altri 5 perché se ne andasse per sempre. Ma non era colpa mia. Era il 14 marzo 1967, c’era le neve, la strada era tutta una curva… E io dovetti passare da Parma a ritirare l’abito da mia cugina che me lo aveva fatto e poi fermarmi in un hotel a cambiarmi e prepararmi… Pericolo scampato e ora siamo ancora qui, a supportarci l’uno con l’altro. Comprensione, condivisione, presenza. Ogni tanto brontoliamo, sono io quella che alza la voce. Sempre per cose di casa: i cani abbaiono troppo forte, girano troppi gatti, chi ha lasciato aperto il freezer…

Ve la ricordate la vostra luna di miele?

Indimenticabile. Siamo partiti una settimana dopo le nozze per un mese di tournee in America con Claudio Villa, accompagnato dalla sua compagna tedesca che sapeva 5 lingue e ci faceva da interprete. Abbiamo fatto 19 spettacoli e ci siamo divertiti tanto. Ricordo Villa con simpatia e affetto infinito, era pieno d’ironia, in molti non lo hanno capito. Un viaggio poco di nozze ma pieno di allegria, lui era sempre tra i piedi ma ce lo ha abbellito. Un giorno usciamo dall’hotel e per scherzo mi sprona a mettermi in un angolo e a cantare insieme a lui per rimediare i soldi della cena. Lui intona O’ sole mio e io cerco di stargli dietro, poi si prosegue con il repertorio napoletano. Rimediamo un sacco di dollari. Qualcuno ci riconosce e pensando che fossimo in miseria voleva ospitarci a casa sua. Altri tempi, quando il nostro mondo era follia e divertimento insieme.

Lei è molto religiosa.

Io prego sempre, c’è sempre bisogno di tutto. E mi rivolgo sempre a Padre Pio, lo chiamo amico mio. Sì, è come se lo conoscessi personalmente, ho fatto la sua camminata, quella che va da Pietralcina a San Giovanni Rotondo, toccando 14 monasteri. Un’esperienza intima e di preghiera che voglio ripetere. E poi sin da bambina sono devota a San Giovanni e a San Domenico. Ho incontrato gli ultimi tre Papi e mi sono emozionata quando papa Benedetto XVI mi abbracciò con una frase di Sant’Agostino: chi canta prega due volte.

Sta già pensando al prossimo disco?

Ci sto lavorando. Vorrei proporre un altro cofanetto legato ai 55 anni di carriera. Una grande orchestra sinfonica, la rivisitazione dei migliori evergreen internazionali e tanto altro ancora. Insomma, se mi chiedete: lascia o raddoppia? Vi rispondo senza indugio: raddoppio!

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