Home Musica Interviste Motta: “Se non sono veramente io, non sono nulla” – INTERVISTA

Motta: “Se non sono veramente io, non sono nulla” – INTERVISTA

Francesco Motta, uscito da poco con l'album "Vivere o Morire", nell'intervista misura le parole quando ti parla, così come quando scrive le canzoni. Non gli va di dire cose a effetto tanto per dire, non gli va di esagerare con gli aggettivi.

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Crediti Foto (dx) Carol Alabrese - Crediti FotoMontaggio Immagini ©FareMusic FMD Copyright
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Adesso sento di stare bene con me stesso: e per questo mi sento pronto ad amare“.

Francesco Motta misura le parole quando ti parla, così come quando scrive le canzoni. Non gli va di dire cose a effetto tanto per dire, non gli va di esagerare con gli aggettivi. Dice: “Io non so stare con la maschera, non ho nulla contro chi sa vestire un abito pensato a tavolino, ma io proprio non ce la faccio. Se non sono veramente io, non sono nulla“.

C’è la teoria secondo la quale il secondo album della vita di un artista sia il più difficile da realizzare, soprattutto se viene da un primo album sorprendente e di successo, come nel caso di Motta e il suo splendido “La fine dei vent’anni” (2016).
Si dice che il secondo album sia il più duro, ma questo “Vivere o morire” (leggi articolo precedente) di Motta è un filo che lega le luci e le ombre della sua anima, così come sente che è diventata, con i confini allargati dalle emozioni di questi suoi anni.

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Crediti Foto Claudia Pajewski

INTERVISTA A FRANCESCO MOTTA

C’è chi si aspettava l’indie rock, ma questo tuo “Vivere o morire” mi sembra piuttosto un album folk. È come lo voleva Motta?

Lo volevo proprio così. Lo volevo da cantautore. Lo so che non si usa più parlare dei cantautori, è che io volevo fare un album che rappresentasse quello che sono. Senza gerarchie particolari, un album da ascoltare in fila. Senza una cosa di più nè una cosa di meno.

E’ un album che suona diverso rispetto al tuo primo “La fine dei vent’anni”.

Ci sono più strumenti. Siamo andati a New York, io ho voluto suonare di più e più cose, e la cosa più incredibile è che più suoni ci mettono più riconoscevo l’ordine, l’ordine che cresce in me e nella mia vita. In questi suoni mi riconosco, la musica va di pari passo con il mio vissuto.

L’album parte con un brano che sembra raccontare la confusione di una generazione e si chiude con la traccia numero nove, una sorta di somma di cose della vita viste attraverso gli occhi di un padre. E’ un percorso voluto?

Sì, all’inizio c’è ancora la confusione esistenziale de “La fine dei vent’anni”, poi lentamente la strada cambia e arrivo alla fine dell’album con il senso della mia trasformazione, una sorta di accettazione degli errori della mia vita, errori dovuti alla fragilità forse, ma che acquistano un senso attraverso un nuovo processo di consapevolezza.

Motta, che cos’è la “quasi felicità” che canti?

La felicità è una ricerca costante. Nel mio caso la ricerca del volermi bene.

Prima non te ne volevi?

Forse non così come adesso. Ho sentito il cambiamento crescere in me, e anche nella copertina dell’album ho voluto dare un’immagine di presenza in movimento, esserci nel contemporaneo con tutto quello che ti porti dentro.

Tu sei di Livorno, e lo racconti nella traccia che dà il titolo all’album. Che città è Livorno?

E’ una città strana, come scrivo…

Cosa significa strana?

Significa che è una città di provincia che ha una sua personalità precisa… Amo Livorno per quello che è stata nella mia vita, anche se adesso vivo a Roma e ci voglio restare. Però sono fiero di venire dalla provincia italiana che ha un altro sapore rispetto alla grande città. Roma è uno specchio dell’Italia, la rappresenta nel bene e nel male ed è una città che mi fa vedere mille facce, stimola la mia creatività.

Canti di aver cambiato casa cento volte e di non averne mai trovato una che ti convincesse a restare…

E’ vero, ho girato molte città e cambiato molte case, ero anche troppo malato nel cercare di cambiare il luogo dove stare, era come scappare dai problemi, o scappare da una parte di me stesso. Adesso invece ho voglia di tranquillità, e sarà per questo che la casa in cui vivo mi piace, e ci voglio restare…

Da come parli è come se tu avessi attraversato un fiume, come se tu stessi salendo la riva che volevi raggiungere.

Adesso la mia vita è cambiata perchè sono cambiato io, sento di stare bene con me stesso. E mi sento pronto ad amare veramente.

Cito ancora una tua canzone, canti: “non riesco mai a stare con una donna sola“…

Sì quando l’ho scritta, ma adesso no, ci riesco sì, ci riesco.
(ndr: Francesco Motta ha una legame sentimentale con l’attrice Carolina Crescentini).

E’ l’amore che ha prodotto il cambiamento in te?

Non so il motivo, però in questi due anni ho fatto pace con me stesso, non riuscivo a trovare un vero equilibrio, adesso riesco ad amare in un modo più completo e sì, amo una donna sola.

Il nuovo tour di Motta cosa ci porterà?

Dal vivo voglio essere molto rock, ho due album da presentare e accetto la sfida della maggior dinamica sonora. Mi sento pronto ad affrontare palchi importanti, d’altronde in poco più di un anno sono passato da 200 spettatori a 4.000 e non è facile per uno come me, per come sono perfezionista. Ci sono stati show in cui non mi sono piaciuto anche se tutti mi facevano i complimenti. Cerco sempre il meglio di me.

Hai tuttavia molta esperienza live, hai suonato per altri artisti prima di metterti in proprio.

Sì, e tutta l’esperienza accumulata suonando con gli altri mi ha insegnato a mettere l’ego da parte. Ho anche imparato che le mie canzoni sono più importanti di me. Rimarranno dopo di me. Con il tempo forse cambieranno il loro significato, penso ad esempio a come sarà cantare tra vent’anni un pezzo come la fine dei vent’anni, che sapore avrà per me… Ma le cose cambiano e anche un disco, quando lo finisci, è come se non ti appartenesse più, non è più la tua parte che cambia, e un’espressione che resta al di là di te.

Sono riflessioni che si ritrovano in questo tuo lavoro, fino a “Mi parli di te”, forse il momento di scrittura più alto di questo tuo lavoro.

Ho scritto una canzone sull’essere padre. Una canzone sul mio babbo, anzi! E ho scritto quello che volevo dire. Che c’è un momento della vita in cui i tuoi genitori sono degli eroi, poi cresci e diventi adolescente e vedi i genitori come persone che hanno un ruolo nella tua vita ma ancora non cogli la loro luce. E la loro luce è la loro umanità, capire gli errori di persone che hanno messo in gioco soltanto l’amore per te. Anche in questo sono cresciuto, per riconoscere in loro qualcosa che non avevo colto da ragazzo e che adesso mi fanno capire il senso dell’amore che si rigenera.

C’è un album che ti è piaciuto recentemente?

Sì, quello di Filippo Gatti. Mi ha emozionato.

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