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Elton John svilito in REVAMP: “Quando tutto è arte, niente è arte” – RECENSIONE

Elton John omaggiato dai alcuni suoi colleghi con l'album-raccolta, “REVAMP”. Peccato che il patrimonio artistico di Elton e Bernie è stato svilito dagli arrangiamenti, dalle interpretazioni, dai fonici e dalla produzione

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Credit Photo by Brad Barket/Getty Images
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Per sintetizzare la carriera di Elton John (Reginald Kenneth Dwight all’anagrafe) forse sono indicative le cifre: 400 milioni di dischi venduti, sei Grammy, un Oscar.

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Da qualche giorno è distribuita una raccolta dal titolo “Revamp” (di cui abbiamo parlato in in precedente articolo), che contiene alcune tra le principali composizioni di Reginald e di Bernie Taupin, suo fidato autore della parte letteraria, reinterpretate dallo stesso artista e/o da altri suoi colleghi; queste operazioni sono sempre rischiose, soprattutto quando la eterogenea composizione del cast in scena evidenzia una intenzione produttiva di attirare vari tipi di pubblico ed assecondare una molteplicità di gusti e cattivi gusti.

Il CD si apre con “Bennie and the Jets” nella versione di Pink & Logic; grande sfoggio dei più insulsi suonetti da videogioco e batteria programmata sotto l’effetto di qualcosa di terribile. Logic fa il suo e può piacere e non piacere, mentre paradossalmente Pink è messa in buona evidenza dal mediocre che la accompagna. Forse la strategia è questa.

Con “We all fall in love sometimes” (Chris Martin) torniamo fortunatamente ai sistemi tradizionali: l’interpretazione è valorizzata da un bell’arrangiamento, con archi scritti bene, dinamiche sensate, armonie in primo piano, un bel pianoforte suonato in modo umano. Chris Martin (e chi scrive non ama per niente i Coldplay) ha in questa occasione il grande merito di dimostrare che il pop può non essere sempre il parente scadente nella famiglia ma avere una sua grande dignità musicale. Viene da sperare che il brano precedente sia uno scherzo o un brutto sogno.

Segue “I guess that’s the why they call it the blues” (Alessia Cara); lei è brava anche se molto in linea con l’estetica vocale attualmente imperante, il brano viaggia in una difficile coabitazione tra un gradevole piano elettrico di timbrica vintage (e un bel solo di chitarra) e tutto un resto di corretta banalità, gravato inoltre dal ritorno di una batteria veramente offensiva.

La versione di Ed Sheeran di “Candle in the wind” è carina, perfettina. Purtroppo sembra tristemente in evidenza l’enorme superiorità della composizione di Elton-Reginald rispetto alla media del repertorio del rosso golden boy, nonché la superiorità dell’interpretazione originale. Riguardo all’idea di arrangiamento, chi volesse può mettere a confronto in simultanea, con l’uso di uno switch, “Teach your children” di Crosby Stills Nash & Young da “Deja Vu” (1970) e riflettere su quanto a volte siano irritanti certe esecuzioni.

“Tiny Dancer” è interpretata da Florence and the Machine, ha un arrangiamento che parte interessante e che sotto molti aspetti si conferma come tale ma a volte si perde in banalità disarmanti. Il brano magari è cantato bene o almeno le intenzioni sono buone, ma quando l’insieme non ha dinamiche naturali ma indotte, ed ha continue crescite forzate, il tutto risulta innaturale nell’esecuzione.

Tutto il contrario a proposito di “Someone saved my life” nella versione di Mumford & Sons: bella, intensa, umana, cantata bene CON e non solo SU una base. Buon arrangiamento a parte la solita batteriaccia da arresto.

“Sorry seems to be the hardest word” secondo la poetica di Mary J Blidge propone (ma và?) una sgradevole fintissima batteria in associazione a delinquere con generali timbriche da jingle radiofonico. Le armonie semplificate con l’accetta hanno uno spessore musicale raffrontabile alle tascabili dimensioni di un Bignami di adolescenziale memoria, e le pretenziose armonizzazioni vocali non aiutano a rimediare. Per quanto per una disdicevole sorta di contrappasso la voce risulti in buona evidenza, urge comunque rifarsi le orecchie con un buon Quincy Jones d’annata (Back on the Block, 1989), che già trent’anni fa aveva spiegato da par suo che i suoni sintetici, le programmazioni e le ritmiche plasticose possono esprimere comunque musica di alto livello.

“Don’t go breacking my heart” (Q Tip, Demi Lovato) è bella o almeno è un quid, la programmazione della ritmica e delle timbriche non è offensiva, le scelte armoniche dicono qualcosa, è anche cantata in maniera efficace.

Segue “Mona Lisas and Mad Hatters” con The Killers. Spicca che Brandon Flowers abbia la voce simile a quella di Reginald ma nient’altro, l’arrangiamento è meccanico, un compitino, non c’è niente. Prepotente sorge una domanda: quando la programmazione della ritmica e la scrittura degli archi e delle tastiere sono così elementari e si avverte che a quel livello le può fare chiunque, perché non farle fare a qualcuno più pratico della materia?

La successiva “Daniel” è interpretata da Sam Smith e riporta il tutto ad un livello più che decente. C’è una bella chitarra suonata (con una citazione dei Toto…), un bravo Sam, come sempre del resto, pienamente valorizzato dal contesto; è pop di classe senza particolari invenzioni ma onesto, nel rispetto della composizione originaria e con un nuovo apporto.

“Don’t let the sun go down on me” (Miley Cyrus) arriva proprio a proposito di pop onesto: se obbligatoriamente si deve semplificare il lavoro del fonico e quello delle casse da supermercato e da autolavaggio si può fare, ed in questo caso si è fatto. L’arrangiamento mette in evidenza la composizione e la buona interpretazione dell’ex bambina prodigio, senza lasciare nessun segno e inventarsi niente ma almeno in modo efficace, a parte la solita batteria talmente antibatteristica che a questo punto sembra veramente di essere presi per i fondelli.

“Your Song” (Lady Gaga) propone un pianoforte che mette gli accordi giusti ma è suonato in modo “quantizzato”, riguardo alla batteria stiamo ai livelli del peggiore pianobar anni ’80 e i suoi pasticci sulla TR 505. Arrangiare così un brano di questo spessore è imperdonabile, e meno male che la Germanotta ha già dimostrato nei suoi lavori con Tony Bennett di cosa sia capace.

“Goodbye yellow road” (Queen of the stone age) incredibilmente con la batteria riesce a fare ancora di peggio, meno male che il cd è finito, diversamente è veramente difficile ipotizzare dove si potesse andare a parare. Diceva Bruno Munari che “Quando tutto è arte, niente è arte”: tutto non è arte e quest’ultima  track è veramente una esecuzione da pischelli in cantina.

In generale il livello della raccolta appare abbastanza discontinuo, perfettamente in linea con il rischio di cui si parlava in premessa; commercialmente non è necessario che questo sia un fattore negativo, dato che anche i livelli di fruizione a cui il prodotto si propone sono molto eterogenei. Dal tempo dei vinili esiste la prassi di saltare i brani non in linea con i propri gusti e le artigianali “compilation” su cassetta erano fatte per questo; riascoltando più volte alcuni dei brani viene però da chiedersi se il rincorrere al ribasso il cattivo gusto porti veramente a qualcosa di positivo o non faccia altro che peggiorare quella crisi che ormai da troppo tempo affligge il sistema produttivo della musica. Esiste una versione di “Sorry seems to be the hardest word” cantata da Reginald in duetto con Ray Charles: avrebbe avuto un risolutivo e indispensabile posto nella cassetta ricavata da questo CD, come un bicchiere di latte dopo un’intossicazione.

Inoltre, in questa “raccolta – omaggio” si sente, in modo assordante, la mancanza di un artista che delle canzoni di Elton sapeva farne “buon uso”, reinterpretandole sempre in modo raffinato, e parliamo della grande voce e della grande artisticità di George Michael, allievo indiscusso, da sempre, di Elton.

Rimane che Elton John, cucinato in qualsiasi salsa, si confermi sicuramente uno tra i più grandi autori di canzoni del panorama del pop mondiale.

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Tracklist di Revamp” per Elton John

  1. “Bennie And The Jets”  / Elton John, P!nk and Logic
  2. “We All Fall In Love Sometimes” / Coldplay
  3. I Guess That’s Why They Call It The Blues” / Alessia Cara
  4. Candle In The Wind (2018 Version)” / Ed Sheeran
  5. Tiny Dancer” / Florence +The Machine
  6. Someone Saved My Life Tonight” / Mumford & Sons
  7. Sorry Seems To Be The Hardest Word” / Mary J. Blige
  8. Don’t Go Breaking My Heart” / Q-Tip featuring Demi Lovato
  9. Mona Lisas and Mad Hatters” / The Killers
  10. Daniel” / Sam Smith
  11. Don’t Let The Sun Go Down On Me” / Miley Cyrus
  12. Your Song” / Lady Gaga
  13. Goodbye Yellow Brick Road” / Queens of the Stone Age

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