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Motta torna con il nuovo album “Vivere o Morire”

Motta è tornato con l'album “VIVERE O MORIRE", su etichetta Sugar, anticipato dal primo singolo “La nostra ultima canzone”.

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Crediti Foto Claudia Pajewski
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Motta è tornato con l’album “VIVERE O MORIRE” (su etichetta Sugar), anticipato dal primo singolo “La nostra ultima canzone”.

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“Vivere o Morire”, disponibile in cd, vinile, su Spotify e tutte le piattaforme digitali, è il secondo album del polistrumentista e cantautore toscano che ha esordito con “La fine dei vent’anni”, TARGA TENCO per la miglior Opera Prima. “Vivere o Morire” è una dichiarazione vera e propria, una prova di forza che emana dalla foto di copertina, il suono imploso e nervoso delle canzoni, un titolo forte, senza compromessi e il desiderio dichiarato di farsi ascoltare per intero, dalla prima all’ultima canzone.

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“Vivere o Morire”, come detto anticipato dal singolo “La nostra ultima canzone” (leggi nostro articolo) è stato prodotto, registrato e mixato tra Roma, New York e Milano, da Francesco Motta e Taketo Gohara.

Tracklist “Vivere o Morire” – Motta

  1. Ed è quasi come essere felice
  2. Quello che siamo diventati
  3. Vivere o morire
  4. La nostra ultima canzone
  5. Chissà dove sarai
  6. Per amore e basta
  7. 7.La prima volta
  8. 8.E poi ci pensi un po'
  9. 9.Mi parli di te
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Crediti Foto Carol Alabrese

A maggio, Motta tornerà dal vivo con quattro eventi, anteprima del “Motta live 2018“, organizzato da Trident Music.

Calendario dei concerti:

26 maggio ATLANTICO Roma
28 maggio ESTRAGON Bologna
29 maggio OBIHALL Firenze
31 maggio ALCATRAZ Milano

I biglietti per le quattro date sono disponibili in prevendita sul circuito www.ticketone.it e presso tutti i punti vendita abituali.

 

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SCHEDA ALBUM – VIVERE o MORIRE – MOTTA

C’è qualcosa in Motta di abbastanza raro e di decisamente artistico, e cioè il carattere.

Qualcosa che è emerso subito dalla sua prima prova, dal disco d’esordio intitolato “La fine dei vent’anni”. Qualcosa che lo ha portato fin qui, ad un album che conferma e rilancia quanto di buono era uscito da quel disco. Carattere, attitudine, voglia di essere, urgenza di dire.

VIVERE o MORIRE è una dichiarazione vera e propria, una prova di forza che emana da tutto quello che vediamo e ascoltiamo: la foto di copertina, il videoclip che ha accompagnato la prima canzone “Ed è quasi come essere felice”, il suono imploso e nervoso delle canzoni, un titolo forte, senza compromessi.

C’è in VIVERE o MORIRE – in questo titolo di disco così semplice a assoluto – il nocciolo di ciò che sta a cuore al suo autore, un punto di partenza che è al tempo stesso un punto di arrivo. La voglia di ricordare che ogni costruzione della nostra vita, ogni edificio complesso e intricato che possiamo mettere in piedi e chiamare tale è fatto di scelte continue, bivi presi in una direzione o in un’altra, sì o no detti o tenuti dentro, tracciano giorno dopo giorno la strada di ciascuno. Strada che spesso non è agevole – né possibile – ripercorrere a ritroso e ripensare. Bisogna vivere, e farlo fino in fondo.

VIVERE o MORIRE inizia dove finisce “La fine dei vent’anni”, l’album d’esordio che nel 2016 aveva fatto voltare la testa al pubblico indie italiano ma ancora di più al music business e aveva presentato Motta al mondo. Sguardo strafottente, attitudine rock, magrezza e nervi involti in una giacca di pelle nera, ad agitarsi sul palco, a cantare e a ballare, un disco solo, come un asso pigliatutto, prodotto da quel Riccardo Sinigallia che da decenni periodicamente imprime con fare riluttante accelerazioni inaspettate al mondo della musica nostrana. E poi concerti, tanti – tantissimi se si contano anche quelli fatti nell’apprendistato con i Criminal Jokers, la sua band dei vent’anni – la voglia di salire su un palco e fare scintille che lo fa iniziare a saltellare e a fomentare il pubblico del Primo Maggio mentre gira ancora la pedana che deve portarlo in piazza.

Carico come una molla. Da quel momento i riflettori sempre più puntati su di lui. Un concerto sold out all’Alcatraz chiude il sipario su due anni vissuti intensamente.

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Poi silenzio. Per alcuni mesi. Silenzio, che Motta scrive e registra il nuovo disco. Lo fa lavorando giorno e notte, attorniandosi di vecchi e nuovi collaboratori. Ai testi decide di dare ancora più peso, alla musica chiede di essere ancora più se stessa. Scrive le parole da solo, lo aiutano per alcune canzoni Pacifico e per un’altra proprio il suo mentore, Riccardo Sinigallia, che questa volta non è con lui a produrre il nuovo disco, perché Motta vuole provare a fare da sé (e anche a suonare molto di suo, guardate la lista di strumenti delle singole canzoni e ve ne farete un’idea voi stessi). Ha le idee abbastanza chiare sul risultato, le mette nelle mani di chi, meglio di ogni altro, ha in Italia la dote di saperle realizzare facendole germogliare in forme nuove, l’ingegnere del suono Taketo Gohara. Con lui va a New York e registra negli studi in cui dimorò Jimi Hendrix, tra i tanti musicisti coinvolti l’incontro con il percussionista brasiliano Mauro Refosco (Red Hot Chili Peppers, Atom For Peace, Forrò in the Dark) è uno di quelli che confermano modi di intendere la vita, la musica, l’attitudine: si registra tutto come se fosse sempre l’ultima take, si suona sempre tutto fino alla fine. Vivere o morire, per l’appunto.

Il disco si scrive e si registra, prende forma e suona come Motta ce l’ha in testa. Le canzoni al centro di tutto, al centro di tutto le loro storie, in primis quella che dà il titolo al disco. Il doppio binario raccontato dal testo è quello che emerge anche da tutte le altre canzoni, che parlano di cambiamento e accettazione, di distanze fisiche e geografiche da accettare, di un universo in disordine fatto di cose, affetti, emozioni, passaggi di tempo cui dare un nome e un posto, affinché non occupino lo spazio dell’illusione e non ingombrino più il cuore e la vista. Piccoli e grandi spostamenti, fisici ed emotivi, sono il racconto di questo disco: da un amore che finisce – e che inizia già a dimenticare – verso un nuovo amore.

Dai ricordi d’infanzia ad un nuovo rapporto con i propri genitori, in primis con il proprio padre (e raccontarlo chiamandolo “babbo”, come si fa in Toscana, dalle sue parti, saper mettersi a nudo fino a quel punto). Dal chi eravamo al chi siamo diventati, guardando avanti con la barra salda per andare verso chi saremo.

C’è tanta malinconica speranza, in VIVERE o MORIRE, che rende questo viatico prezioso e positivo, e assurdamente consapevole e necessario. Perché alla fine parla e racconta di chi scegliamo di essere, e nessun tema, come questo, oggi ci riguarda tutti. Provare a scegliere, tra le miriadi di finte scelte, quelle che fanno davvero per ciascuno, lasciar perdere tutto il resto, i desideri inutili, le lamentele, le recriminazioni, gli “è troppo presto” come “è troppo tardi”.

In un paese che premia chi investe in simpatia o in antipatia a comando, Motta ci ricorda, casomai l’avessimo dimenticato, cosa viene prima di tutto per un artista: l’urgenza espressiva, la necessità, l’attitudine, la scelta di provare a farcela. Le canzoni, la sua arte. Il resto non solo ha poca importanza, ma in fin dei conti nemmeno troppo gli compete. Anche solo per questo la sua strada rischia di costargli il doppio della fatica, ma del resto ormai il dado è tratto, la scelta è stata fatta, il bivio che separa vivere e morire è già dietro le spalle.
Ora è arrivata l’ora di restare.

 

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