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Il muro del pianto

Il muro del pianto: ogni volta che finisce o comincia un talent si grida allo scandalo perché non si riesce a fare più musica e i cantautori non hanno più opportunità. Ma non è così...

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Ogni volta che finisce o comincia un talent (preparatevi perché ritorna The Voice), arriva il Muro del Pianto.

Si piange, ci si dispera, si grida allo scandalo perché con i talent non si fa più musica, ma televisione, e io povero cantautore bistrattato e talentuoso non ho più opportunità. Le radio non mi vogliono, i giornali non pubblicano nulla su di me, i gestori dei locali mi fanno marameo, e così io devo starmene a casa a suonare la chitarrella per qualche amichetto, magari bistrattato ancora più di me.

Strana cosa, così italiana, così tipica nel nostro DNA. La nostra potenza nel lamentarci è pari alla nostra totale mancanza di far leva sulle nostre forze. Il nostro paese non è magari come gli altri, noi tutti pensiamo che altrove la musica abbia aiuti astronomici, che si metta a disposizione il palazzetto per far suonare quattro disperati.

Tutto ciò che è al di fuori di noi è meglio. In parte, molto in parte, può essere anche vero, ma per me la verità è un’altra, ed è che gli stranieri a noi ci fanno un culo così, perché sono più bravi, perché hanno più coraggio, perché godono di un pubblico che la musica la consuma con più piacere, che riesce ancora a viverla nel vero senso della parola. Così noi ci lamentiamo, invece di prendere atto di quanto sia modesto il nostro orticello artistico, accusiamo la televisione, le multinazionali (che sono sempre colpevoli di tutti i misfatti del mondo) e i gestori dei locali.

Piangiamo, e mentre noi piangiamo qualcuno, che magari ha qualcosa da dire più di noi, si dà da fare, si butta nella mischia, coinvolge amici e conoscenti, pubblica su YouTube, e poi, a furia di bussare a tante porte, trova finalmente un coglione che lo fa suonare. E poi succede che il coglione resta contento, perché è piaciuto a quella decina di persone che sono andate a vederlo, e così gli fa fare qualche serata in più, e poi ne arriva un altro, e il nostro piccolo artista comincia a girare, trova i soldi per fare magari anche solo un singolo, che pubblica di nuovo su YouTube, e le nuove visualizzazioni non sono più 456, ma oltre le 5000, e poi magari succede che qualche magazine on-line si accorge di lui e pubblica le sue prime interviste, e il nome comincia a girare, ma senza radio, senza televisione, senza talent. Intanto, magari, sono passati due anni, e il nostro ha continuato a sputare l’anima, e le serate sono aumentate, riusciendo addirittura a pubblicare un EP!

E guarda un po’, sono pure aumentati gli streaming su Spotify, e a questo punto lo cerca un A&R di una Major, perché lui è diventato economicamente interessante, ha i “numeri”, ha un potenziale, si è creato un background, e questo tutto da solo, senza l’aiuto di nessuno.

Così arrivano i primi i soldi veri, la promozione, arriva anche un tour manager… e poi non continuate a chiedervi se oggi Guccini o Paolo Conte lo farebbero. Ma si che lo farebbero, un Guccini e un Paolo Conte degli anni duemila… e non sbagliate secolo, grazie.

P.s. So già che ciò che ho scritto scatenerà una ridda di inutili commenti dei tanti frustati che bazzicano su Facebook. Ma io spero invece che quanto detto aiuti a far riflettere chi ha un po’ di sale in zucca per capire.

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