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Mirkoeilcane a Sanremo Nuove Proposte, “Stiamo tutti bene” – INTERVISTA

Mirkoeilcane è uno dei finalisti delle Nuove Proposte del prossimo Festival di Sanremo. Il giovane cantautore romano porterà alla kermesse "Stiamo Tutti Bene"

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Mirkoeilcane
(di cui avevamo già parlato in un precedente articolo) è uno dei 16 finalisti delle Nuove Proposte per la 68° edizione del Festival di Sanremo. Con il suo brano “Stiamo tutti bene” è stato selezionato dopo le audizioni dal vivo. già vincitore del Premio Bindi e di Musicultura 2017, Mirko Mancini, vero nome dell’artista, porta il suo mondo che ha radici anche nella composizione di Colonne Sonore di web series come “Forse sonoro” e corti come “Memories”, “Il lato oscuro” e il film “I peggiori”. La chiacchierata ci permette di approfondire la conoscenza di un artista sensibile, che della parola fa un uso delicato ma incisivo.

mirkoeilcane

Come nasce questo nome d’arte di Mirkoeilcane?

Come nasce? eh, è una cosa che mi piace tenere vagamente segreta, più per vezzo che per misteri da celare.

In passato hai scritto colonne sonore, come hai vissuto il passaggio dal mondo delle immagini al mondo delle parole nelle canzoni?

La differenza sta più che altro nella proposta, perché sotto alla colonna sonora ci sono immagini che già spiegano quello che succede, la musica ha una funzione di supporto e descrittiva. Nella canzone invece c’è proprio la necessità di crearle, le immagini, con le parole. Questa è la differenza che ho percepito.

La parola come un pennello per evocare emozioni e visioni?

Io rimango sempre colpito da quelle canzoni che ti fanno sospendere tutti gli altri pensieri, perché nella testa ti si crea un’immagine, qualunque essa sia, non necessariamente realistica. Può essere un ricordo, una sfumatura. Mi rendo conto che solo questo tipo di canzoni che suscitano in me emozioni e sensazioni, e mi piace pensare quindi che anche io nel mio scrivere possa essere così, con la stesa emozione che provo io.

La parola è una caratteristica della cosiddetta scuola romana, di cui i più recenti esempi possono essere Niccolo’ Fabi, Daniele Silvestri. Come ti senti nei confronti di questa Scuola, debitore o contributore?

Innanzitutto debitore, perché loro mi hanno dato forza e coraggio per uscire dal mio angolo e confrontarmi con la luce della realtà.
Il fatto di aver visto dei ragazzi che prima di me partendo da una vita normale a Roma, una vita di quartiere diciamo, hanno cominciato a scrivere della quotidianità, è stato uno stimolo che sicuramente mi ha aiutato.

Personaggi come Lucio Dalla, De Gregori, solo per citarne alcuni, sono delle entità intangibili, intoccabili, forse anche inarrivabili. Sono nell’immaginario comune. Uno tende anche a pensarli come persone che non fanno una vita normale, data la loro grandezza poetica. Benché loro abbiano fatto della semplicità una personale chiave di lettura. Quindi mi sento assolutamente debitore, e perché no, nel mio piccolo anche contributore, di questa cosiddetta “Scuola Romana“.

Leggendo il tuo testo, peraltro davvero intenso, sentendo la tua canzone, non si può fare a meno di fare un richiamo ad un altro illustre precedente, in cui la visione delle difficoltà della vita attraverso lo sguardo semplice e immediato di un bambino. Mi riferisco ovviamente al brano di Francesco De Gregori, “la leva calcistica del ’68”. Tu affronti un tema tragicamente attuale però con l’innocenza degli occhi di un bambino, tant’è che si arriva a capire la situazione che stai narrando e che non vogliamo svelare adesso naturalmente, soltanto verso la fiNe, attraverso pochi ma precisi dettagli che emergono dal racconto.

È vero, è una cosa che mi propongo sempre di fare, di non svelare subito il significato della canzone all’inizio. Preferisco lanciare il messaggio, diciamo, verso la fine, perché penso che crei molta più attenzione intorno al tema. Poi sicuramente parlare dal punto di vista di un bambino, come ha fatto De Gregori in maniera sublime, in cui parla della disillusione, di che cosa ci attende davvero, dei reali valori che spesso passano in secondo piano, dicevo, parlare con gli occhi di un bambino dà una leggerezza che ti permette di parlare di temi importanti senza la trappola della retorica, della seriosità, tipica delle “lezioncine morali”.

Invece così si riesce a parlare con maggiore freschezza ed incisività. Il che non significa che fosse un approccio premeditato, anzi. Semplicemente è venuta fuori così. Un modo naturale di affrontare un tema che altrimenti sarebbe stato banale, visto il periodo, e pesante e poco elegante..

Sicuramente uno dei pregi del tuo brano è quello di non essere retorico, rischio fin troppo facile in questo periodo.

Mi fa molto piacere che si noti e che tu lo evidenzi. La retorica non è uno stile in cui mi piace cadere.

L’innocenza può essere una chiave di lettura per una realtà amara, quindi?

Sì, credo sia un po’ il segreto per recuperare il senso della situazione che stiamo vivendo, la criticità che ci creiamo ogni giorno anche nelle piccole cose. Poi dopo qualche tempo ci si rende conto che tanti problemi che ci creiamo sono meno giganti di quello che ci apparivano, anche per gli stereotipi che non ha non senso, a partire dal vestiario, dal peso, dall’aspetto.

Ci fa riflettere sulle necessità primarie e la confusione che creiamo su esse. Ma qui il discorso si fa più grande. Comunque recuperare u po’ il senso della misura, una visione delle cose per ciò che effettivamente sono nella loro relatività. Senza dietrologie inutili.

Una differenza che si esprime anche tra una scrittura da tavolino e una invece creativa?

Certo, la scrittura metodica è un mestiere che ho anche praticato per un breve periodo, e che per certi aspetti ha dei lati positivi. Ma è uno strumento, non un fine. Anche quando ascolto varie canzoni nei vari canali, mi accorgo della differenza tra una Canzone con “C” maiuscola e un prodotto realizzato con un “fine” è veramente ampia.

Si parla di una cosa che si chiama “emozione” e quando senti le Canzoni con la C maiuscola la pelle delle braccia fa quell’effetto strano, no? Mentre le altre fanno magari una buona compagnia, da sottofondo mentre fai la spesa al supermercato.

Prima accennavi ai canali attraverso i quali ascolti musica: che rapporto hai con i canali social e che differenza tra il mondo “Social” e quello “Sociale”?

Un abisso direi. Anche perché la cronaca ci riporta continui casi di persone che vivono dietro ad uno schermo, che si vivono in un delirio di onnipotenza in cui poter dire e giudicare qualsiasi cosa, senza nessuna remora, senza pensare mai alle conseguenze. Nella società reale nessuno invece avrebbe mai un comportamento simile, sopratutto nei toni usati. Tutta questa sincerità che si millanta sul web, poi io dal vivo mica la riscontro.

In faccia ognuno parla sempre bene al limite dell’ipocrisia a volte. Mentre nei Social ti lasci andare, come se ti sentissi protetto da un o scudo. Nei Social hai una distanza fisica, e sopratutto la possibilità di modificare o cancellare quello che hai scritto, che nella realtà invece non hai per nulla. Una frase detta in faccia non la puoi cancellare o modificare.

Una cosa che mi spaventa d questi social è che ogni giorno di più prende il posto della vita “sociale”. Nel mio caso, per fortuna o meno, ho l’obbligo di usare questi strumenti. Mantenere un contatto diretto con chi mi segue, è importante. Chi mi segue vuole sapere di me e io sono il primo a farlo, raccontando ciò che faccio, rendendoli partecipi dei miei passi. Se fosse per me, preferirei fare una cena una volta a settimana con tutti, per avere un contatto diretto, umano.

La terminologia del “Marketing” entra sempre più nel nostro linguaggio, sopratutto per la promozione musicale. come concili la spontaneità e sincerità con la dimestichezza delle tecniche di comunicazione?

Senza dubbio per me è molto più importante essere spontanei e sinceri. Mi rendo conto che ci sono persone molto più brave di me nella comunicazione Web, e riescono ad arrivare molto prima e molto più forte. Ma io sono per la tecnica della lepre e della tartaruga.

Non credo sia importante quanto velocemente arrivi, piuttosto quanto riesci a stare dove arrivi. Ci sono molti esempi di persone che acquisiscono popolarità e numeri in un tempo incredibilmente breve da diventare virale, una delle tante parole abusate, che però poi tanto velocemente poi dove finiscono?

Hai un prestigoso palmares di premi, Musicultura, Bindi, Tenco e altri. Come ti trovi adesso a confrontarti in un roster di artisti e in un palcoscenico più nazional-popolare?

È complicato per me, lo confesso, perché poi Sanremo è una di quelle cose che sono insite nell’essere italiano, è un istituzione che da bambino vivevo sul divano con mamma e papà cantando le canzoni. Oggi trovarmi quasi su quel palco mi rende da una parte orgoglioso dall’altra impaurito dalla forza della comunicazione che ha. Stiamo parlando di un palco visto da milioni di persone.

Come ti sentirai il “giorno dopo”?

Sicuramente molto entusiasta dell’esperienza fatta, indipendentemente dagli esiti. La canzone, al di là della sfida televisiva, sono convinto che possa arrivare alle persone che l’ascolteranno. Per cui sono convinto che il giorno dopo sarò impegnato a godermi quello che le persone diranno sulla mia canzone. Di bello e di brutto.

Domanda provocatoria, cosa diresti allora a chi ti segue: votatemi o ascoltatemi?

Ascoltatemi, senza pensarci due volte.

Vorrei concludere, esprimendo un particolare apprezzamento per il testo e il brano “Stiamo tutti bene” che Mirkoeilcane porta a Sanremo, Nuove Proposte,  unendomi all’invito di Mirko: ascoltatelo (ascolta QUI).

Un ringraziamento a Gaetano Petronio di GPC – Fenix Entertainment

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