Home Musica Recensioni Album Legacy: “3 Chord Trick” è un compendio da cui imparare come si...

Legacy: “3 Chord Trick” è un compendio da cui imparare come si fa musica- RECENSIONE

I Legacy, usciti da poco con l'album “3 Chord Trick”, è un super gruppo composto da grandi musicisti, Phil Palmer, Alan Clark, Marco Caviglia e Primiano Di Biase.

47
0
SHARE
legacy
Voto Autore
I Legacy, band quantomeno anomala nel vasto panorama musicale pop, sono usciti da pochi giorni con un nuovo album,“3 Chord Trick” (di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo con annessa Intervista). Risulta difficile già attribuire una nazionalità al gruppo, essendo composta principalmente da Phil Palmer e Alan Clark, inglesi, ma completata da Marco Caviglia e Primiano Di Biase, romani.

Le registrazioni sono avvenute tra Los Angeles e Roma, e nel disco suonano anche altri personaggi di livello mondiale come Steve Ferrone, Trevorn Horn, Pino Palladino e Mel Collins, oltre allo storico batterista dei Dire Straits Danny Cummings, per l’occasione tornato alle percussioni.

Siamo in presenza di un disco sconcertante, un qualcosa che potrebbe a pieno titolo essere materia di studio per chiunque (troppi…) si stia cimentando nell’attività di musicista, produttore, arrangiatore, critico, talent scout, coach e via scorrendo la varia fauna che popola la italica giungla della pop music.

Anzi, sarebbe sicuramente interessante sottoporre tutti, ma proprio tutti coloro che praticano il pop in Italia, nella realtà o anche solo a parole, ma soprattutto se con un qualche riscontro, ad un piccolo esame:

“tirare giù correttamente almeno le strutture siglate dei brani, spiegare i meccanismi compositivi e di arrangiamento dal punto di vista melodico, armonico, timbrico e strutturale, citare gli strumenti usati, almeno accennare alle logiche applicate nel missaggio, e via amabilmente discorrendo…

Detto in maniera più esplicita, questo disco evidenzia, in maniera cruda e crudele, che il problema principale dell’ attuale produzione musicale italiana, dal punto di vista qualitativo, è semplicemente la mancanza di valenze, provocata dall’ansia di riscontro commerciale anche se effimero, dalla mancanza di idee e dall’ignoranza musicale degli operatori del settore e del pubblico che questi hanno come unico “target”.

Non si parla di risultati economici o ahinoi di “download”, si parla di qualità, per la semplice ragione che non è mai stato ratificato da nessuno che la qualità di una produzione musicale sia dipendente dal riscontro commerciale, anzi molto più spesso ad un grande successo corrisponde una emerita schifezza, la quale poi purtroppo, spesso e volentieri, ne genera delle altre.

Fino all’inizio degli anni ’80 la differenza tra la musica di un qualche contenuto e la robaccia era spiccatamente marcata, forse si era in presenza di un eccessivo integralismo, tanto che gli amanti del progressive non si sarebbero mai mischiati con i fans dei cantautori italiani, salvo poi anche all’interno delle rispettive fazioni scannarsi fra pinkfloydiani e kingcrimsoniani, o fra sorcini e vendittiani.

Questo fossato di coccodrilli c’era anche nel cinema, le commedie scollacciate erano assai gradite dai poveri maschietti ma nessuno si sognava di mischiarle con i film di qualità; di rimando le prime radio private sapevano di rischiare grosso se avessero osato interrompere i Deep Purple o Baglioni per problemi di minutaggio o per dire una frescaccia.

In televisione il problema non si poneva proprio, nel bene o nel male la tv di stato non scendeva sotto l’asticella di una dignitosa programmazione. Come diceva Battisti: stava davanti al pubblico, non dietro.

Qualcuno a inizio anni ’80 ha capito che i coccodrilli a guardia della qualità erano di ostacolo ad un sano arricchimento, era necessario neutralizzarli e così han fatto, onde avere mano libera per intorbidare irrimediabilmente quelle antieconomiche acque che separavano “Il ballo del qua qua” da Giorgio Gaber.

A proposito di Battisti: già a fine anni ’70 aveva spostato in Inghilterra la sua produzione musicale, con risultati come “Una donna per amico” e “Una giornata uggiosa”, capolavori. In uno di questi LP spicca un assolo di chitarra elettrica, nel brano “Con il nastro rosa”, che da tanti anni (al pari di quello di Gilmour in “Another brick in the wall”) è in Italia la spina nel fianco dei programmatori radiofonici, obbligati a tagliarlo inesorabilmente nel timore che il perverso polpastrello dell’ascoltatore medio cambi stazione, in preda alla repulsione per la musica suonata bene.

legacy
Phil Palmer

Il chitarrista di quel solo è Phil Palmer, un musicista colto, versatile, di chiaro linguaggio oscillante tra rock, pop e jazz, di enorme conoscenza musicale, in possesso di un suono raffinato, di un fraseggio di gusto mai banale, e inoltre grandissimo arrangiatore e produttore artistico. Nella sua carriera ha suonato con i più grandi artisti internazionali, da Bob Dylan a Elton John, da Tina Turner a Bryan Adams, dai Pet Shop Boys ai Tears For Fears, da Frank Zappa a Eric Clapton, e soprattutto è stato il chitarrista di George Michael, il musicista fidato con cui George si rapportava per lavorare in studio in lunghe ed estenuanti sessioni.

Ci sarebbe da spendere un intero articolo su Phil Palmer, come del resto almeno su Trevorn Horn e su Steve Ferrone, ma il lavoro dei Legacy ci offre comunque l’occasione per parlare di alcune cose, ovvero finalmente di musica.

Ci sono undici canzoni nell’album “3 Chord Trick”, tutte abbastanza diverse tra loro, tutte corpose nella composizione e nella realizzazione, e ad ogni ascolto si nota e si apprezza qualcosa in più, soprattutto la cura e la maestria poste nel lavoro.

Spicca innanzitutto l’incipit del primo brano, “Epiphany” (Clark-Palmer), apertura affascinante molto palmeriana con una bella frase di acustica, seguita da arpeggi di elettrica e di acustica in efficace e raffinata collaborazione armonica e timbrica. Il ritornello è ambientato in armonie gustose, valorizzate da un pedale di basso, con una successiva ulteriore crescita e chitarre elettriche in grande evidenza. Il tempo raddoppia e dimezza, c’è un sontuoso ingresso di tastiere, il tutto cresce ancora, diventa vagamente progressive, per arrivare ad un finale orchestrale che ricorda vagamente “Atom heart mother”. C’è vita su Marte.

Here and now” (Clark- Palmer) ha un inizio gospel, e si sviluppa poi su classico 4/4 stile Dire Straits; il tutto si alleggerisce timbricamente nella esposizione del tema, per successivamente unire estetica nera e bianca nel ritornello e nella prosecuzione del brano. Le ritmiche sono di una efficacia disarmante, basso e batteria forniscono gratuitamente una lezione e così è nell’intero cd, per chi fosse in grado di approfittare.

Jesus street” è il singolo e come tale rigorosamente privo di qualsiasi aspetto possa destabilizzare l’ignoranza dell’ascoltatore medio di questo oscuro periodo, è l’unico episodio di cui tranquillamente si poteva fare a meno.

legacy

Nel quarto brano si torna fortunatamente ad ascoltare qualcosa di interessante; “Chord trick” (Palmer) comincia con un’atmosfera country, la batteria è suonata con le spazzole, compare anche un bel piano elettrico vintage e, soprattutto, la composizione ad un certo punto apre con un release di gran classe.

Il CD è ormai attestato su un livello molto alto. Si tratta sicuramente di un lavoro di mestiere, mestiere di qualità mondiale peraltro, ma che ha anche dei contenuti, ovvero semplicemente delle buone idee compositive, ben sviluppate con delle buone idee di arrangiamento, il tutto suonato come si deve.

A questo proposito urge una citazione: mentre il mitico Missiroli ebbe a sintetizzare da par suo che per scrivere un buon editoriale è sufficiente esprimere una sola idea, ancora meglio se nessuna, nella musica è esattamente il contrario, se non ci sono idee, buone, chiare e ben espresse, il prodotto non esiste. Nel caso della maggior parte del pop italiano attuale non ci sono idee musicali, ci sono solo trovate, il che è ben diverso, “il tutto confezionato ad arte a favore del dominio assoluto della vulgata, del giudizio medio e attestato, come se il gusto si plasmasse per inerzia sui moduli più ovvi”, come tristemente ma magistralmente individuò Berselli a suo tempo, spiegando il suo geniale “paradigma di Domenica In”.

Siamo arrivati al quinto pezzo, “Looking for America” (Clark).. Proviamo ad usarlo come esempio: la intro ha un’ambientazione vagamente orientale, la strofa è punteggiata da piano e chitarra che interagiscono splendidamente, perché sono scritti bene e suonati altrettanto bene. Il tema melodico non dice niente di memorabile ma è una corretta canzone di stilema rock-blues, l’intervento della ritmica nobilita il semplice ma efficace ritornello, il tutto è arricchito da una spazialità di chitarre elettriche che in una produzione italiana non si sentiva da tempo. Timing di batteria e basso semplicemente da manuale, grandi cori, finale su un bel solo, idee buone e ben esposte.

Magdalene” (Clark) azzera definitivamente i discorsi, per chi avesse un minimo di onestà intellettuale oltre che almeno i fondamentali della conoscenza musicale. Intro in polifonia, un pianoforte di classe nel tepore di un tappeto di archi, una bella canzone che si dipana con senso logico e gradevolezza. Solo piano e archi, ogni tanto ancora voci che fanno capolino. Come quando si esce da un degno spettacolo teatrale, alla fine qualcosa rimane ed ha un buon sapore.

Arriva “Bounty hunter” (Caviglia-Palmer-Clark), molto leggero ma gradevole, strofa accompagnata da un piano elettrico di suono anche qui vintage, tema strumentale molto carino, parte cantata ariosa e positiva e chitarre acustiche in gran spolvero. Si può fare una canzone pop con grande dignità.

“Tell me why” (Caviglia-Palmer-Clark) ricorda un po’ le ballad degli Eagles o dei Chicago, segna l’intervento di Mel Collins a mettere in chiaro che sono le note giuste, ma soprattutto la loro giusta pronuncia, a fare la differenza. Questi approfitta inoltre per indugiare in un bel solo, onde esemplificare meglio il concetto che la sparizione del sax dal pop è dovuta esclusivamente al non essere in grado di valorizzarlo.

Altro piano elettrico vintage ad introdurre “Twisting the knife” (Palmer), bella canzone di sapore country-rock alla Crosby Stills Nash & Young, sostenuta dalla classe delle spazzole di Steve Ferrone, da un gran basso e da belle chitarre.

L’intro di “God’s land” (Clark) ci riporta ad atmosfere affascinanti: si tratta di una ballad che passa inaspettatamente da un colore molto knopfleriano ad un’apertura che ricorda di nuovo i Pink Floyd. Quest’aura prosegue nel brano di chiusura “Two days off” (Clark), armonicamente molto interessante, con uno sviluppo sontuoso che dà l’idea di omaggiare anche un rock collocato esteticamente in territori ancora più distanti, come quello dei “Dream Theater”, e osando adoperare intervalli musicali molto familiari addirittura al mondo metal.

Il CD è finito e si ha voglia di riascoltarlo, come non accadeva da tempo, come quando si riposizionava velocemente la puntina sul disco debitamente rigirato sulla parte A.

Chissà, i vinili stanno tornando di moda, gli impianti hi-fi anche, si parla di una resurrezione delle musicassette… questo lavoro testimonia che la buona musica e i buoni musicisti ci sono sempre, verrebbe da sperare che forse stia avvenendo un’inversione di tendenza e si stia tornando alla musica composta, suonata e realizzata dai musicisti veri, con una bella parola di commiato per i “pasticcioni da computer” che ci hanno fatto sgradita compagnia in questi ultimi lustri.

legacy

TRACKLIST – LEGACY “3 CHORD TRICK”

  1. Epiphany
  2. Here and Now
  3. Jesus Street
  4. 3 Chords Trick
  5. Looking for America
  6. Magdalene
  7. Bounty Hunter
  8. Tell me Why
  9. Twisting the Knife
  10. God.s Land
  11. Two Days off

Commento su FMD