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U2:  “Songs of Experience”, l’album della speranza – RECENSIONE

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Crediti Foto Anton Corbijn
Voto Autore
di Mela Giannini

U2 tornati dopo tre anni di attesa.

Tre anni fa, i quattro irlandesi più amati al mondo, ispirandosi al titolo di un’opera del poeta inglese William Blake, fecero uscire l’album “Songs of Innocence”, un disco che a loro dire faceva parte di una sorta di “trittico” di cui avrebbe fatto parte il “seguito” di quel disco. Il seguito è “Songs of Experience”, che uscirà finalmente, dopo tanta attesa, domani 1mo Dicembre.

All’epoca, nel 2014, si pensava che questa seconda parte del “trittico” sarebbe uscita a ruota, a breve tempo rispetto alla prima. Ma così non è stato. Successivamente si dava per certa l’uscita dell’album per il 2016, ma anche in questo caso così non è stato.

Sicuramente la celebrazione dei 30 anni di “The Joshua Tree” ha influito sulla decisione della band di posticipare la pubblicazione, ma ora, dopo l’ascolto di “Songs of experience”, è lecito pensare che il lungo tempo intercorso tra il primo e il secondo disco sia frutto di un lavoro creativo faticoso, impegnativo, pensato oltre modo, sentito umanamente e artisticamente, fino a toccare corde esplorate in questo modo forse solo negli anni “verdi” della loro carriera.

Si percepisce nell’album una profonda introspezione, forse necessaria per meglio guardare quello che succede “fuori”, intorno a loro e noi tutti … e da questo punto di vista si può meglio interpretare l’essenza del disco stesso, che è quella della “speranza” rivolta all’uomo che vive questo incerto presente, fatto di drammatici cambiamenti epocali, di fiumane che, tra morte e tragedie, migrano in massa dal sud del mondo verso quel nord del mondo seme del peccato originale, seme da cui sono nati e cresciuti tutti i “mostri” con cui oggi siamo costretti a vivere. Abbiamo concimato terre non nostre con semi avvelenati che oggi ci consegnano frutti velenosi che costringono la vita e la storia a porgerci il conto da pagare. E se questo non bastasse, ci si difende da tutto questo nel peggiore dei modi, ricostruendo muri, eleggendo governi e presidenti (vedi Trump) che fanno leva sulla paura e l’incertezza del momento, manipolandole e dividendo la gente, invece di ricondurre gli animi verso lidi in cui la tolleranza, la condivisione, l’accoglienza sia parte fondamentale dell’umanità e della dignità di ognuno.

Sicuramente questi cambiamenti, avvenuti tra le altre in un relativo lasso di tempo (in tre anni son successe tante cose, tantissime, soprattutto politicamente in America), ha costretto e convinto gli U2 a rimettere mano ad un lavoro che sembrava terminato, a riscrivere contenuti lirici, a reincidere nuove cose … insomma a rivedere il tutto e ritornare in studio, tra Dublino, New York e Los Angeles.

E ora eccoli qui che, come Bono&soci dicono, porgono al mondo un “disco fatto di lettere”, 13 lettere, 13 tracce inedite (e se contiamo la bonus track “Book of your heart”, siamo a 14 tracce) che la mano di Bono ha scritto pensando ai propri affetti, alle persone che lui ama, e partendo da qui, i “messaggi d’amore universale” contenuti nelle “lettere”, diventano missive rivolte a tutti, nessuno escluso. Com’è risaputo, l’album è stato ispirato dal consiglio che Brendan Kennelly (poeta, scrittore irlandese e Professore Emerito presso il Trinity College di Dublino) ha rivolto a Bono, quello di “…scrivere come se fossi morto“, e quello che ne è venuto fuori è quello che si ascolta nell’album, testi che sembrano testamenti emotivi, tanto sinceri quanto profondi.

Ma non solo la penna di Bono la fa da padrona nel disco, ma anche la sua voce, che aleggia su tutto, che diventa il comune denominatore con cui vengono legati tra loro percorsi diversi presenti in ogni brano e tra brano e brano nel disco, regalando emozioni a cui è difficile sottrarsi, emozioni già conosciute in passato nei momenti più intensi della carriera della band. Certo non sono gli stessi, ad esempio, di The Joshua Tree o Achtung Baby o di Zooropa, tanto per intenderci, ma paradossalmente sono sempre loro, senza nulla aggiungere e nulla togliere al loro bagaglio artistico. Magari forse reinterpretano il loro marchio di fabbrica artistico in una veste più contemporanea, ma senza però allontanarsi mai dalla loro “comfort zone”, da quella unicità e identità che nel tempo si sono costruiti … e oggi, visti i crediti acquisiti con il tempo, possono permettersi di tirar fuori dei gran bei dischi semplicemente rimando fedeli a se stessi, con l’aggiunta, di volta in volta, di qualche “variante” nel mood, negli arrangiamenti… e non solo in quelli, ovviamente.

E così, sì, gli U2 son tornati, pronti a dire la loro in modo diretto, senza mezzi termini, spiazzando già al primo ascolto, cambiando spesse volte all’improvviso direzione, come quando qualcuno ti sorprende alle spalle senza preavviso… perché questo è un album dalle sorprese in divenire, dalle sonorità variegate e a tratti particolari, che partono dal basso per poi arrivare su vette sonore degne di nota ed emotivamente da impatto, vette che colgono a piene mani in quella “passione” tipica delle loro origini, creando con questa nuovi percorsi, vari e apparentemente diversi tra loro. Ciò è sicuramente dovuto anche all’apporto artistico dato dai diversi produttori che si sono alternati in questo progetto, e parliamo di gente come Danger Mouse, Ryan Tedder, Jacknife Lee, Steve Lillywhite e così via.

I migliori brani dell’album “Songs of Experience”, secondo chi scrive, sono:

Get Out of Your Own Way”, un vero pugno alle stomaco in puro stile U2, con il ritmo e la voce di Bono che trascina inesorabilmente, in modo cadenzato fino ad arrivare alla chitarra di The Edge che fa da contrappunto su tutto.

Red Flag Day”, anche questa in puro stile U2, lo stile dei primi U2, senza sembrare comunque mai non contemporanea.

Lights of Home”, un brano che raccoglie in se tutta la storia e il mood musicale contemporanea del XXmo secolo, perché gli accostamenti a qualcosa dei Beatles o a qualcosa dei Pink Floyd in questo brano sono inevitabili.

You’re The Best Thing About Me”, stupenda canzone, già pubblicata a luglio scorso, che Bono ha dedicato alla moglie. Qui a toccare l’anima è anche la sezione d’archi, che come nella traccia “Landlady”, è curata dall’italiano Davide Rossi – famoso per il suo lavoro su “Viva la vida” dei Coldplay.

The Little Things That Give You Away”, forse la più bella di tutto l’album, che parla di speranza anche quando si perde l’innocenza. E qui The Edge regala qualcosa di magico con la sua chitarra.

American Soul” che arriva sull’onda della voce di Kendrick Lamar, e questa è indubbiamente la canzone più anti Trump del disco, un brano intriso di politica con un testo raccontato dal punto di vista di chi è costretto ad andare via dalla propria terra per ritrovarsi in un paese pieno di pregiudizi che non lo vuole, una storia raccontata dal punto di vista di un rifugiato.

Un disco da comprare sicuramente quest’ultimo degli U2, prima di tutto perchè descrive benissimo i tempi in cui viviamo … e poi perchè son sempre gli U2, e un loro album è sempre una “garanzia” che vale la pena ascoltare, rispettare e avere nella propria collezione di dischi o playlist.

Qui la RECENSIONE TECNICA di “Songs Of Experience” a cura di Karin Voch

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Nella Copertina il figlio di Bono e la figlia di The Edge

U2, Songs Of Experience, Tracklist album

Love Is All We Have Left
Lights Of Home
You’re The Best Thing About Me
Get Out Of Your Own Way
American Soul
Summer Of Love
Red Flag Day
The Showman (Little More Better)
The Little Things That Give You Away
Landlady
The Blackout
Love Is Bigger Than Anything in Its Way
13 (There is a Light)

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