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#noviolenzacontroledonne: la storia di Marika

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#noviolenzacontroledonne
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di Paola Pellai

#noviolenzacontroledonne oggi 25 Novembre.

 

Non ho mai partecipato a discussioni social sulla violenza alle donne. Ma lo faccio oggi raccontando un episodio successo l’altra sera.

Sono rientrata a casa verso le 20.30. Per chi mi conosce sa che ho un cortile ampio e un grande cancello. Ho posteggiato l’auto e sono andata per chiuderlo. Sentivo una voce femminile, parlare in modo veloce e convulso. Non capivo da dove arrivasse. L’ho cercata con lo sguardo tra le tenebre e il silenzio della notte. Niente. Pensavo a qualcosa di vicino ma comunque lontano per essermi visibile.

Ho chiuso il cancello e, a quel punto, mi è sbucata irruente e piangente una donna che si era nascosta dietro delle ortensie. Aveva un cellulare in mano e piangeva. Poteva essere chiunque e farmi qualsiasi cosa. Invece era semplicemente una donna disperata.

E lì inizia il suo racconto.

Marika è marocchina, senza lavoro, che vive con un marito violento. “Capita sempre di lunedì, il suo giorno di riposo come cuoco in una pizzeria – mi spiega -.Beve, si droga, non riesce a uscirne. Poi urla, minaccia, mi terrorizza. Stasera non ce l’ho fatta e sono scappata. Ho corso e mi sono nascosta qui per scappare da quelle grida“.

E allora le chiedo cosa vuol fare. Le dico che in questi casi la denuncia può servire. Voglio accompagnarla dai carabinieri. Mi dice di no, che lo ha già fatto e il risultato è stato che le hanno portato via i 4 figli, mettendoli in una comunità e “non so neppure dove, da 40 giorni non li vedo“.

Le chiedo cosa ha in mente. “Ho già chiamato un’amica. Verrà a prendermi, sto da lei“. L’accompagno al luogo dell’incontro, cammino al suo fianco. Ha smesso di piangere ma continua a singhiozzare. L’amica non c’è, la faccio richiamare. Arriverà al termine del lavoro, tra un’ora. Le dico che non può stare sola nella notte. Mi chiede di accompagnarla ad aspettare in un bar, punto d’incontro dei suoi connazionali.
– mi spiega – anche se arriva non può farmi niente“.

Camminiamo insieme. E’ più tranquilla. Arriviamo. Le chiedo se vuole entrare. Mi dice di no e si siede su una panca esterna. E poi mi indica quattro panche più avanti, un uomo seduto di spalle che sta chiacchierando.

E’ lui, è mio marito“.

Voglio stare con lei. Mi prega di no, di andarmene, che è tutto a posto. Lui non l’ha ancora vista, ha un berretto di lana e la barba. Si volta. La incrocia. Le si avvicina e vanno via insieme. Lei mi saluta e mi manda un bacio. Da lontano. Perché è già lontana. E io non so che notte sarà stata. Ma so che l’ultima scelta è stata di Marika. E questo è il mio dolore.

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