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Cristiano De Andrè racconta il padre attraverso le sue immortali canzoni – INTERVISTA

Cristiano De Andrè è uscito con il 3rzo Volume del progetto "De André canta De André", dove il De Andrè Figlio canta il De Andrè padre, Fabrizio De Andrè.

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di Missis Diaphane

Cristiano De Andrè è da poco uscito il 3rzo Volume di un progetto discografico bellissimo, il “De André canta De André“, il figlio che canta il padre, suggestivo album pieno di quel genio mai assopito nei cuori di chi ha amato il De Andrè padre, e pieni della passione e dell’orgoglio di un figlio che comunque, in questo modo, trova la via per ricongiungersi con il padre, soprattutto sui palchi, degno proscenio di questo magico abbraccio artistico tra padre e figlio.

Noi abbiamo voluto fare due chiacchiere con Cristiano che gentilmente ce l’ha concesse. Ne è venuta fuori una bellissima intervista.

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INTERVISTA – CRISTIANO DE ANDRE’

Sei da molto tempo in teatro, interpreti canzoni che hanno fatto la storia, e in molti pensano che alcune di queste siano legate principalmente ad un periodo socio-politico ben definito. Invece, purtroppo, alla luce della decadenza dei tempi in cui viviamo non lo sono affatto, sembrano attualissime. Anni fa un brano poteva diventare un inno di propaganda, che incitava a riflettere, a muoversi, a fare qualcosa, qualsiasi cosa. Oggi sembra che si subisca passivamente e con rassegnazione tutto quello che accade attorno a noi. Cosa ne pensi?

Portare mio padre in un momento così dove dopo 40 anni siamo arrivati ad un’anestesia celebrale, diciamo che se si riuscisse a risvegliare il cervello e le coscienze non farebbe certamente male. Dovremmo ricordarci come eravamo; alla fine degli anni ‘70 eravamo sicuramente più svegli di adesso. Quindi per me sono un po’ un compito, una messa laica, i concerti che faccio cantando mio padre, uno scambio di pace, di arte di poesia, di musica.

Come si affronta la scelta di portare avanti un progetto piuttosto che un altro?

In una compravendita di sentimenti, di globalizzazione, ti adegui ad un mercato, e quindi anche l’arte ne risente molto; per cui oggi conta quello che produci solo se vendi, anche se a discapito dell’anima e di un forte bisogno di cambiamento. E’ cambiato un po’ tutto adesso, credo siamo arrivati in un momento in cui stiamo raschiando il fondo. Ora non rimane altro che risalire. Comunque, portare in giro mio padre e tutto quello che rappresentava, coerenza compresa, penso sia un atto di amore verso l’alta giustizia, la dignità e i valori, e questo è un buon modo per svegliare le coscienze. Dovremmo tornare ad essere più “umani”, condividere di più il pensiero degli altri, cercare di convivere al meglio anche quando non lo riteniamo giusto, perché poi se continuiamo a delegare alle persone, e se queste son sbagliate, non possiamo poi lamentarci più di tanto.

Come lo vedi il futuro?

Io ho molte speranze per il futuro, vedo che c’è voglia di crescere, di rinnovarsi, andare verso cose nuove. Probabilmente è un flusso storico, un flusso normale di cambiamento, e per fortuna che esistono i flussi, altrimenti saremmo inchiodati a questo oscurantismo. Quindi secondo me le cose si stanno rialzando, stanno tornando in quel liquido amniotico dove crescere.

Un ritorno alle origini per ripartire?

Ricordi belli di quella sana buona convivenza propria degli anni ‘70, dove tutto aveva quel non so di artistico, una condizione a cui dovrebbe tornare l’arte, la poesia di oggi. Allora si viveva sicuramente meglio, e quel modo di vivere oggi sarebbe la giusta medicina che potrebbe curarci.

Con le ultime tre produzioni hai definito un percorso che attraesse anche un pubblico giovane, esattamente quello che oggi pare sia sempre più attratto dalla musica artificiale ed artificiosa. Tu che porti in giro una sorta di moderna musica da camera, ti sei mai chiesto se il tuo messaggio viene recepito in maniera totalitaria, o se in parte?

Mi arrivano molti messaggi dove ritrovo molte risposte d’intendimento. Non so se un successo in teatro viene poi ricordato, quando si esce, quando si è fuori… questo non saprei dirlo. Certamente c’è molta pigrizia in Italia, però il fatto che questo tour vada molto bene vuol dire che si ha la voglia di tornare a certi valori, e già questo è importante.

Prima mi è piaciuto definire il tuo modo di far musica, “una moderna musica da camera” intima, diretta, personale, nonostante tu ti esibisca in grandi teatri. Sei partito proponendo arrangiamenti più corposi, con la presenza di molti musicisti, sino ad arrivare a versioni acustiche minimali. Come si affronta la scelta di un arrangiamento piuttosto che di un set?

Io ascolto molta musica di generi differenti tra loro, traggo ispirazione dalle cose che mi piacciono. Ho cercato in questo senso di portare mio padre verso la wordmusic, mi sono fatto attrarre da Peter Gabriel, Pink Floyd, cercando di contaminarlo con la musica che mi piace.

C’è un set che preferisci?

In questo tour portiamo in giro sia la versione acustica che la versione con la band al completo; con quest’ultima ritrovi gli arrangiamenti che poi ritrovi nel disco. Quello acustico tuttavia è comunque molto potente, perchè con Osvaldo lavoro da tanti anni, siamo due “chitarre” belle  forti. Con lui suono anche il violino, il bouzouki, il pianoforte, e già dalle le chitarre si riscopre la tendenza a modificare e riarrangiare le canzoni. Poi nasce tutto dalle chitarre, in una maniera molto più intima, con questa voglia di dare un’altra versione musicale alle sue opere ( di De Andrè padre ndr). Il concerto acustico ha anche pezzi che faccio con tutto il gruppo; sicuramente è da ascoltare…

 C’è uno strumento che “senti” più tuo?

Mah, la chitarra… anche il violino… adesso mi piace molto anche il piano, quando posso cerco di suonarlo…

C’è un brano in particolare che ti emoziona più di altri quando lo riproponi?

Sono così tante le canzoni di mio padre che mi emozionano, “La guerra di Piero”, “Amore che vieni amore che vai”, “Amico fragile”, sono tante è difficile fare una scelta.

E’ quasi inevitabile creare un paragone quando canti le canzoni di tuo padre, anche perché è un dato di fatto che gli assomigli molto. Però in alcune tue versioni ho scoperto una parte di anima che mancava a certi brani.
Se i suoi (Fabrizio De Andrè) sono divenuti un lascito, tu li hai trasformati in un ricordo d’amore…

Ti ringrazio molto, il mio intento era anche questo. Ho cercato di fare un “opera nell’opera”, e da musicista ho cercato di dare quel qualcosa in più inserendo la musica che ascolto e le cose che mi piacciono, ovviamente sempre con un grande rispetto per i testi, cercando sempre di valorizzarli. Il mio intento era quello di arrivare a più ragazzi possibili, anche a quelli che non ascoltano prettamente la musica d’autore, e credo e spero di riuscirci. Ritengo questo progetto molto valido e positivo.

Ho letto che volevi fare il biologo marino...

E’ un’altra cosa che mi piaceva molto fare, qualcosa ti la Calypso di Jack Cousteau. Da ragazzo seguivo e leggevo tutto quello che faceva Cousteau, ed il mio sogno era di viaggiare su di una nave come quella, fare ricerche marine. Ecco, quello mi sarebbe molto piaciuto come lavoro. Poi chiaramente non è mai successo, e credo tuttavia che il modo migliore per potermi esprimere è la musica, anche se mio padre non ci credeva all’inizio e non voleva che lo facessi, perchè è una vita difficile e sapeva benissimo che avrebbero fatto dei confronti. E’ vero, aveva ragione, è successo, è stato difficile, però sono riuscito a convincerlo che sono capace di suonare e dare anche dell’emozioni. Questa per me è stata una scommessa ed adesso mi sento un po’ più tranquillo di allora.

Tu adesso abiti un Sardegna, che cosa dà una terra come quella rispetto al vivere in città?

E’ vivere… è una vita vera. Abito nella casa al mare che ha costruito mio padre nel ‘68, la prima… quindi l’ho ampliata e ci vivo bene. Vado a pescare, vivo, cucino, faccio le mie conserve. Adesso mi piace vivere così, semplicemente, non mi piace più la città, è arrivato il momento in cui posso abbandonarla, anche dal punto di vista lavorativo. Non debbo più abitare in città per lavorare, per cui ho deciso di trasferirmi qui ed è la vita migliore che si possa fare.

Ho letto in un paio d’interviste in cui dichiaravi che hai imparato a perdonare. Ma che cos’è realmente il perdono per te?

Io ho scritto un libro che s’intitolava “La versione di C”. Dopo tante versioni sbagliate su di me, ho cercato di dare la mia. Quindi mi sono messo a nudo, scrivendo anche di tutte le volte che sono caduto, mettendo in luce anche tutte le volte che mi sono rialzato, il rapporto con mio padre, con i miei figli, con la vita e quello che è stata la mia vita. Per me il perdono serve sempre, anche ogni volta che ti guardi. Serve perchè ti aiuta a sciogliere qualche nodo nei confronti dei propri genitori, nei confronti di chiunque. Io lo vedo così il perdono, il cammino per arrivare a quel nodo e riuscire a sbrogliarlo, fino a saper chiedere perdono, perché nessuno di noi è nato capace di essere “un genitore” o per essere “una guida”. Quindi è inutile continuare a condannare gli altri, bisogna guardare se stessi e saper per prima perdonarsi, e poi perdonare… altrimenti diventa solo una patetica forma di vittimismo.

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