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L’ARTISTA NON E’ UN BERSAGLIO – L’INFORMAZIONE E’ DIVENTATA GOSSIP

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L’artista e mio amico Morgan mi ha detto una frase molto interessante e particolarmente vera:

“Essere personaggi dello spettacolo o persone note non vuol dire né essere autorizzati a fare i propri bisogni per strada e non vuol dire nemmeno che il pubblico è necessariamente e morbosamente interessato ai fatti privati”.

Sono perfettamente d’accordo con lui ma chi sono i principali responsabili di questo decadimento culturale? I vip che lavano i panni sporchi fuori casa o i giornalisti che sono a caccia di panni sporchi per puro business? Direi entrambi. Qui si pone una riflessione. Gli artisti, quelli che fanno cinema, musica, teatro, scrivono libri o vanno in televisione, sono addirittura più esposti dei politici, perché non essendo contaminati con il potere costituito, non hanno ragione di costituire un bersaglio per l’opinione pubblica, ma lo diventano, in quanto essendo famosi, attirano l’interesse dei media e di conseguenza della gente comune. Sta a loro in primo luogo, difendersi dagli attacchi morbosi e dal pettegolezzo da cortile digitale.

Come?

Parlando il meno possibile di fatti privati bensì di quello che producono con il loro lavoro, che poi è la parte più significativa della loro vita. La difesa, passa anche dal punto di vista squisitamente tecnico. Facciamo un’ intervista? Bene. Svelo subito gli argomenti di cui non parlo. In primis i miei cazzi privati. Se ho degli scheletri nell’armadio ho tutto il diritto di nasconderli, se non li ho non serve che debba aprire l’armadio per mostrarlo al mondo. Lo dichiaro e se necessario, lo faccio scrivere nel contratto o nella liberatoria, soprattutto se l’intervista va in onda in tv. Magari aggiungo una penale qualora gli accordi non vengano rispettati.

L’alternativa è la pura reticenza.

Se il conduttore con fare predatorio, insiste su ciò che non rispetta la mia privacy, faccio scena muta o rispondo: “Altra domanda? Grazie”. Diversamente il politico ha il dovere di rispondere, in quanto esercita un potere che si riflette sulla vita comune della gente. L’artista non lo ha a meno che non si metta a fare il “capopopolo” incarnando i panni del paladino della giustizia e dell’uguaglianza come ha fatto per anni Bono degli U2, andando a chiedere a tutti i leader del mondo occidentale di cancellare il debito dell’Africa e parallelamente investendo i propri soldi in corporazioni finanziarie, principali responsabili del debito pubblico dell’Africa. In questo caso “predicare bene e razzolare male” essendo una menzogna palese, merita tutto lo sputtanamento possibile.

Nel mio recente programma radiofonico “Skanzonata” sulla radio svizzera italiana, chiesi al giornalista iscritto all’albo, Giampiero Mughini, se l’ordine dei giornalisti avesse ancora un senso, in quanto, nell’epoca moderna, la comunicazione è ormai alla portata di ognuno. Con mia grande sorpresa affermò che l’albo dei giornalisti dovrebbe essere abolito. Stessa cosa, mi ha confermato, il critico musicale Michele Monina, che è uno scrittore, autore di infiniti libri e articoli, non un giornalista in senso tradizionale. Ecco che qualcuno, pur scrivendo sui quotidiani o i settimanali, comincia a capire che il “giornalismo” attuale è diventato ostaggio di altro, diciamo pure del mercato del gossip. Non si spiega altrimenti la dipartita di Milena Gabanelli dalla Rai, una delle ultime giornaliste che non si è mai occupata di gossip e una delle ultime a considerare l’inchiesta e l’approfondimento come elementi fondanti dell’informazione. Sono casi che fanno pensare.

Giusto anche apprezzare il neologismo inventato da Enrico Mentana, “webete”, come classificazione dei numerosi “leoni da tastiera” che inquinano i social, con la loro ignoranza applicando l’infame esercizio della menzogna, altrimenti detta “bufala”. Ma un fatto certo è che oggi l’informazione è divenuta ostaggio del gossip, del clamore idiota e pruriginoso che in quanto tale, non ha alcun valore, ma che purtroppo ha reso complici gli artisti persino come utilizzatori.

Siamo sommersi da spazzatura non solo fisica ma soprattutto mentale. Ogni giorno, nell’informazione digitale, nei tweet, nei tg e soprattutto nei numerosi talk show praticamente identici tra loro. Cambia solo il conduttore e la scenografia, ma il concept è lo stesso. Svilire il contenuto puntando verso il basso, verso la facile rincorsa al colpevole, alla rissa, allo scontro, all’alzamento del tasso emotivo dei protagonisti o soggetti in causa. Tutto molto pretestuoso, in barba non solo alla legge sulla privacy ma persino alla cultura in senso esteso. E’ pura gogna mediatica.

Il caso Weinstein (leggi qui nostro articolo precedente) è esemplare. Si è talmente esteso a “macchia di leopardo” che si mette alla gogna anche il regista Brizzi, non ancora ufficialmente colpevole da un punto di vista giudiziario, ma comunque sputtanato da alcune dichiarazioni pubbliche al punto da essere sospeso dalla Warner. Indagato quindi, significa oggi, essere colpevole. “Sbatti il mostro in prima pagina” perché oggi questo rende, con la vendita delle copie, delle visualizzazioni, della pubblicità, degli abbonamenti on line. Che il crimine sia vero, accertato o meno, è ininfluente perché tanto tra qualche settimana non se ne interesserà nessuno. Ci saranno altri polli da spennare. Quello che però fa inorridire è l’ipocrisia e l’omertà regressa.

Guardiamo a Hollywood fin dalle sue origini. E’ sempre stato un posto onnivoro, dove tutto gli apparteneva, persino la vita privata degli attori e di ogni artista. “Più luci a Hollywood che in cielo” era il suo motto. Scandali, droghe, abusi sessuali, suicidi e omicidi sono decritti sapientemente nei volumi di “Hollywood Babilonia” di Kenneth Anger. Tutto era ed è universalmente noto. Ora se guardiamo al caso Kevin Spacey sembra che lui incarni una sorta di remake di Hollywood. E’ un film già visto. Ma questa volta l’ipocrisia trionfa sull’omertà. Così le sue scene di House of Cards verranno cancellate e rigirate con un’attore sicuramente meno bravo, ma moralmente “integerrimo”, i contratti con gli Studios e con Netflix buttati nel cesso e gli editori avranno nuove copertine da pubblicare con grandi tirature. Per una palpata di culo di quaranta anni fa un grande artista come Dustin Hofmann non riceverà più un copione in vita sua e via di questo passo. Gli americani sono strani. Distruggono i miti di Hollywood in ventiquattro ore ma anni dopo aver perdonato l’ex Presidente Bill Clinton che aveva trasformato la scrivania dello studio ovale in un privè porno. E perché un artista, un vip del cinema o della tv dovrebbe pagare più di un leader politico? Quale mandato ha tradito? Ha fans o elettori? Succede questo perché la morale comune è divenuta ipocrisia pura e fa guadagnare tanto, troppo.

Sogno un ritorno al mito, al personaggio in cui ci siamo identificati in un modo o nell’altro. Non mi interessa sapere se John Wayne andasse a letto con una battona del Texas sbavando whisky sul pigiama, o quante guardie del corpo si è fatta Bejoncè in ascensore. Mi interessa di più il trapper di Fort Alamo con il cappello di scoiattolo in testa e lei bionda nei panni di Etta James nel film Cadillac Records dove, quando canta, fa commuovere anche gli incappucciati del KKK.

Restituiteci i personaggi e lasciamo che delle persone e dei loro veri o eventuali misfatti se ne occupino avvocati e tribunali, non i gossipari a mezzo busto. La caccia alle streghe e agli stregoni appartiene alla santa Inquisizione. Qui, chi è senza peccato scagli la prima pietra e non rompa i coglioni al prossimo, anche perché se parliamo di artisti, alla gente interessa di più le pubbliche virtù che i vizi privati.
Si scelga: o l’arte o il gossip. O perlomeno si impari a distinguere. Suerte.

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