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Gianni De Berardinis e il senso della musica raccontato in “Priceless” – INTERVISTA

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de Berardinis
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di Athos Enrile

Difficilmente un articolo così lungo potrebbe trovare posto sulla carta stampata, se non su una rivista specializzata, ma ciò che ci racconta Gianni De Berardinis nell’intervista a seguire è piacevole, realistico, ed è il sunto di esperienze personali che partono da molto lontano. E poi, fatto non di poco conto, c’è un album di cui parlare.

De Berardinis è stato a lungo un – “bel” – volto televisivo, e oltre alle sue competenze personali colpiva per quella sua voce calda, avvolgente, rassicurante, e in qualche modo ho ritrovato tutto questo nel suo esordio discografico.

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I dubbi “esterni” di cui parla Gianni nel nostro scambio di idee sono comprensibili – ma non giustificabili -, perché se l’esordio discografico arriva a 60 anni, il folto pubblico superficiale – o prevenuto – potrebbe facilmente arrivare a conclusioni errate, senza dare alcuna chance al “novello musicista”.

Ma di novello c’è davvero poco… ciò che si trova nell’album è qualcosa che poteva emergere qualche lustro prima: semplicemente non era ancora il momento.

Priceless”, questo il titolo, è un lavoro pregevole, è bene sottolinearlo.

Il mood è quello tipico americano, quello della costa dell’ovest, del percorso che da Nashville porta a Memphis, dei fumosi – un tempo – pub newyorkesi, del Greenwich Village.

Gianni è chitarrista e vocalist di qualità, autore e compositore, interprete delle creazioni di terzi, ma anche in quel caso non esiste la ricerca della copia perfetta, perché l’obiettivo è la reinterpretazione secondo un modello personale, inserendo la propria storia in quella già scritta da altri, come lui stesso racconta.

Sono quattro i brani di sua proprietà, tutti legati a forti sentimenti e ideali, mentre gli otto restanti spaziano dall’introspezione di Steve Winwood alla “dolce ruvidità” di Lou Reed, dall’acidità di Grace Slick e soci all’espressione languida di Neil Young, dall’iconico Bowie ai più freschi Cure, passando per il nostrano Faber e il modus mediterraneo di Kaballà.

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Ma la rivisitazione non é solo relativa alla vocalità, ma tocca anche il versante degli arrangiamenti, che portano alla nascita di dettagli interessanti, che occorre saper cogliere, e quando il connubio tra una voce e una chitarra riesce a ricreare l’atmosfera psichedelica dei primi seventies (“Have You Seen the Stars”) non si può che rimanere di sasso.

 

Tutto questo è opera di due persone: oltre a Gianni troviamo infatti l’amico Andrea Rabuffetti, di cui si parla nell’intervista, persona senza la quale probabilmente il disco non sarebbe uscito, non solo per l’apporto tecnico e la passione comune, ma anche per l’opera di “spinta” verso l’esordio.

Immaginiamoci una stanza che possa contenere ogni tipo di strumento a corda, al centro trovano posizione due innamorati della musica e della vita che decidono di miscelare gli “argomenti”, rilasciando poi la loro miscela magica, fatta di suoni molto americani e di atmosfere sognanti… ecco, un bel viaggio tra le due coste, con la buick decappottabile, potrebbe avere “Priceless” come perfetta colonna sonora!

Consigliatissimo… da ascoltare e da acquistare su tutte le piattaforme digitali!

De Bernardis

L’INTERVISTA

Conosco il tuo amore per certa musica e quindi una premessa mi viene spontanea: come ricordi Tom Petty?

Tom Petty ci ha accompagnato tutta la vita con la stessa musica, con la stessa qualità e senza mai cambiare impronta, non si è mai tradito o venduto alla discografia, un musicista che si comprava gli strumenti da solo, andava nei negozi musicali ogni settimana per vedere cosa ci fosse di nuovo, uno che apparteneva alla categoria di quelle persone sane, che in maniera molto sincera e onesta erano legate al lavoro e al piacere che potevano dare agli altri suonando; una volta che ha scoperto il suo pubblico ha continuato a dargli le stesse cose, senza nessun compromesso, anzi, direi che è stato l’ultimo vero onesto dell’ultimo periodo. Qualche volta gli altri si sono venduti, lui mai, si è molto dato, si è regalato generosamente al pubblico.

Dal punto di vista musicale fa parte dei tuoi amori specifici?

Assolutamente sì, poi sai che io sono un appassionato di chitarre e lui è stato uno dei più grandi collezionisti di chitarre di tutti i tempi!

Qual è la chitarra a cui sei più affezionato?

E’ difficile dirlo, attualmente suono la Gibson J45 che contiene tutto quello che mi piace, però ne ho cambiate 205 di chitarre… cioè sono un pazzo! Anche perché ascoltando molta musica ti viene voglia di avere “quel suono”, che deve essere ottenuto con “quella chitarra”, e quindi dietro a tutto questo c’è un grande amore. Tom Petty andava tutte le settimane in un negozio di strumenti musicali che si chiama “Norman’S Rare Guitars”, si faceva staccare una chitarra dalla parete in cui era appesa e si metteva a suonare davanti alla gente, come un perfetto sconosciuto…. una persona di grande semplicità, nella sua musica c’era naturalezza.

Veniamo a te, ti avevo intervistato nel 2014, e ricordo di averti chiesto se avessi mai avuto qualche rammarico per qualche occasione non sfruttata in passato, e tu avevi risposto negativamente… e poi esci fuori con un disco dopo tanti anni di carriera! Come mai è arrivato così tardi questo album, perchè hai sentito di farlo solo adesso?

Guarda, sinceramente, io sono una persona molto riservata… c’era questo grande amore un po’ represso, come quei sentimenti che ti porti dentro da sempre e non riesci neanche a confessarli a te stesso, e tutto è successo quando un mio amico, Andrea Rabuffetti, con cui suonavo tutte le domeniche in campagna, mi disse: “caspita ma tu vuoi fare un disco?”, e mi ha fregato, perché aveva uno studio di registrazione a casa e con la scusa del divertimento mi ha spinto, abbiamo fatto un pezzo a settimana e così è nato il disco. Andrea non è un virtuoso, ma è un grande cultore della musica, e questo per me è ancora più importante… un disco lo avrei fatto solo con lui. A me interessa il lato autentico delle cose e Andrea è una persona autenticamente ispirata ed è riuscito a farmi vincere certe resistenze.

A cosa si riferisce il titolo dell’album, “Priceless”? Facile dare interpretazioni personali!

“Priceless” secondo me è il senso della musica. Ho scoperto che per me la musica, anche se è in crisi – i promoter non sono adeguati, si vedono sempre le stesse cose – è comunque un dono di Dio e bisogna ricordarselo, quindi è senza prezzo. Oggi più che mai tutti dovrebbero seguire questa idea della musica, perché tanto non ti darà mai più quello che ti ha dato in passato. Suonare e imbracciare una chitarra è senza prezzo, cantare una bella canzone è senza prezzo, ascoltare una bella trasmissione è senza prezzo… è un concetto che vale per tutto. Un disco, al di là del fatto che oggi si può scaricare o ascoltare gratis sulle piattaforme, è un’opera di ingegno, è un regalo, non è solo un’esibizione, è qualcosa che va pensato, ragionato, imbellito e consegnato con amore a gente che ama la musica; tutto questo è senza prezzo, fare un disco è stata un’esperienza senza prezzo, gestire tutti gli aspetti, fare la copertina secondo la mia visione delle cose è bellissimo, poi che venda o non venda non importa. Il piccolo miracolo è rimasto, è comunque qualcosa che regali al pubblico… non ci si campa più ma va bene lo stesso! Conosco gente che fa due lavori e che ogni anno fa due dischi, per esempio, o si mette da parte dei soldi per comprarsi una chitarra… ma tu pensa se tutto questo si fermasse perché c’è un momento di sfiducia nel sistema discografico e musicale nel mondo… non ha senso! La nostra generazione deve comunicare questo, la musica è un atto d’amore, è un matrimonio, e noi lo abbiamo fatto! E quindi la musica è senza prezzo! Anche se il valore economico è diminuito quello assoluto è aumentato, perché tutti possono entrare in questo giro. Il valore non lo fornisce l’industria, il valore lo dà chi agisce… dobbiamo imparare a dare noi il valore aggiunto alle cose. Io do valore a quello che faccio, e quindi è senza prezzo.

A proposito, come giudichi la riscoperta del vinile? Non ti pare, anche, una conseguenza della necessità di tornare ad una socializzazione che non esiste più?

Secondo me sì, ma colpisce una generazione. Non sono espertissimo di questo, ma per quello che sento sarà una tendenza che prenderà anche i nostri figli. Condividere un album era qualcosa di tipicamente “nostro”, anche perché magari non ci si poteva permettere un acquisto selvaggio, e quindi nasceva l’idea – e la necessità – di ascoltarlo insieme agli amici e poi parlarne. Noi eravamo quelli delle emozioni, e ora mi pare che questo non accada più e si vada alla ricerca di altri percorsi meno nobili. L’ascolto attuale è spesso “liquido”, e anche quando esiste un supporto fisico, dopo l’ascolto tutto finisce, e non importa se in mano hai la copertina di un Cd o di un vinile. Noi ci facevamo il film che volevano dentro al film di qualcun altro, ci si avventurava nelle fantasie, e mettevamo la nostra fantasia nelle fantasie degli altri, ed è questa la cosa interessante. Io per esempio, tornando a Petty, mi sono costruito delle storie con la sua musica… queste sono emozioni fortissime, simili all’innamoramento. “Priceless” è uscito con questo ordine di idee, ma mi rendo conto che nei negozi di dischi, o nelle piattaforme dove non si sa chi io sia, si rischia di essere confusi in mezzo a tante cose. Non mi sono fatto tante domande a dire la verità, mi sono messo davanti alle cose e me le sono suonate e cantate vincendo anche qualche resistenza.

In passato avevo scritto musica, prodotto dischi, avevo fatto “Kaballà”, disco di musica etnica siciliana, di cui ho messo anche un pezzo nel nuovo disco… che poi eravamo io, Massimo Bubbola e Pippo Rinaldi, ma in realtà volevamo fare una formazione segreta, con un nome fittizio e metterci dietro dei progetti, ognuno per conto suo; poi i giochi non hanno funzionato, Pippo Rinaldi è andato avanti da solo, si è preso il nome e si è costruito una buona strada, anche se noi facevamo musica etnica, dialettale, con la ricerca di strumenti musicali, musica ellenica, mentre lui alla fine ha fatto altre scelte.

Torniamo al disco, perché uno che lo ascolta casualmente, senza conoscerti, non ha in alcun modo l’idea della cosa nata casualmente… cioè, con quella voce lì e con quello stile tu potevi provarci anche 20 anni fa! Ritorno a quanto già chiesto: perché ci hai messo così tanto?

Perché sono molto timido! Io ho avuto un sacco di insicurezze che ho vinto facendo spettacolo. Io nasco con la radio, non ho scelto di fare la televisione… mi hanno scelto e io sono andato perché in quel momento mi andava bene esserci; poi sono tornato indietro, perché non mi piaceva più il modello televisivo… volevo raccontare la musica, non volevo fare il presentatore. Sono nato come chitarrista, cantavo da solo, ma per tirarmi fuori il canto mi devi torturare. Non l’ho fatto prima perché a 60 anni si capiscono più cose di quante se ne capiscano a 20, e non importa se qualcuno dice che è troppo tardi, l’importante è farlo.

All’interno dei 12 brani che hai realizzato ce ne sono alcuni che sono tuoi… li avevi nel cassetto da tanto tempo?

No, per esempio “She Falls Like Rain” è l’ultima arrivata, è un pezzo che ho messo nell’album all’ultimo momento quando era già chiuso, ma siccome è dedicata alla donna che amo ho voluto inserirla. È nuovissima, è nata in giugno. Con “Greta” invece mi rivolgo a mia figlia, che è americana e vive a San Francisco: la canzone parla proprio del fatto che avrei voluto vederla di più ed è ovviamente un po’ nostalgica; poi “Sutta lu mari”, che come anticipato viene da Kaballà, ed è cantata in dialetto siciliano: proviene da uno scritto di Tomasi di Lampedusa, “Lighea”, che descrive la storia di un uomo che si innamora di una sirena, un racconto bellissimo… il testo della canzone è di Pippo Rinaldi e la musica è di entrambi… lui l’ha cantata ma avrei voluto farlo io, perché avrei fornito sfumature diverse. Poi c’è “Open G”, che serve da start per il disco; il titolo presenta diverse chiavi di lettura: “open” perché apre l’album e poi “open g”, se parliamo di chitarra, significa accordatura “aperta in sol”; ma “Open G” vuol dire anche “apri Gianni”, quindi ci ho giocato un po’ su. Negli ultimi anni ho avuto poi una svola spirituale e quindi l’ultimo pezzo, indiano, “Satsong”, è un po’ un gioco di parole, perché “satsang” è utilizzato nella religione induista quando chiedi un consiglio al tuo guru con l’obiettivo di raggiungere la verità, ma io ho scritto “Satsong” per richiamarmi alla musica. Questa canzone ha un testo che racconta di come la musica non abbia prezzo: l’hanno imbrigliata e confezionata con la carta che va di moda oggi e la grafica ammaliante, ma spesso si compra il packaging e non la musica… ma io affermo che la musica è altra roba… il businnes ha fatto dei danni irreparabili.

Le scelte che hai fatto sui brani coverizzati (da Neil Young ai Jefferson Airplane sino ai Velvet Undeground…) sono scelte solo di cuore o anche di cervello?

Tutte e due le cose, perché quella generazione che tu conosci molto bene aveva sia cuore che cervello. Cuore perché io trovo che quella musica, per esempio quella dei primi Jefferson o di Neil Young, sia talmente sincera e cristallina che quasi commuove… è gente che si mette davanti ad una purezza infinita, come Neil Young, che con la chitarra fa “Don’t Let it Bring You Down”, o come i Velvet Underground…  quel periodo lì è carico di assoluta sincerità, e dischi come “Heros” o “Can’t Find My Way Home” dei Blind Faith, sono importanti, veri e ispiratissimi.

La scelta dei brani da inserire è venuta spontanea, sono i pezzi che suono quando mi ritrovo con gli amici e imbraccio la chitarra, sono quelli che mi appartengono e sono anche i primi che ho imparato a suonare da ragazzo. Anche attraverso la fantasia e la musica degli altri, come dicevo prima, si può dire qualcosa di noi stessi… ci attacchiamo a qualcosa che altri hanno creato e ci aggiungiamo qualcosa di noi.

Però in queste canzoni realizzate da altri non c’è solo la personalizzazione legata al tuo modello espressivo vocale, ma anche un tocco di novità relativo agli arrangiamenti: penso al banjo inserito su “Don’t Let it Bring You Down”, un modello che non avevo mai ascoltato…

Nel disco si trova tutto il lavoro importante fatto con Andrea Rabuffetti, che è un ragazzo molto più giovane di me, ma che ha la mia stessa cultura musicale, ed è anche molto avventuroso e ama spingersi al limite utilizzando la ricerca musicale; conosce molto quel periodo e si diverte a sperimentare: abbiamo fatto i cori alla Beach Boys sul pezzo di Neil Young, inserendo poi il banjo, come dicevi tu. Avevamo una scelta pazzesca di strumenti a corde, dalla chitarra, al banjo, alla mandola… avevamo tutto. Abbiamo realizzato delle piccole alchimie inventate al momento, e sembra abbiano funzionato bene; ho sentito il disco diverse volte e mi sembra abbia un suono quasi da vinile.

Hai avuto riscontri al di là degli amici, hai il polso della situazione rispetto al risultato, non solo dal tuo punto di vista?

Chi ascolta il disco lo apprezza. È stato spedito anche a tante radio, dove sono molto conosciuto all’interno anche dei tanti network, e nessuno dei miei colleghi si è preso la briga di scaricarlo per ascoltarlo. Non è una polemica, dico solo che “noi” siamo tutti legati ad un’idea di egocentrisimo, anche se ho cercato di liberarmi negli anni da questo sentimento, però direi che al di là di tutto dà quasi fastidio sapere che “uno di noi” ha fatto un disco cantato e suonato, e pure bene… penso che questo faccia girare un pò le scatole. Perché oltre alle tante difficoltà di format a cui le radio sono legate c’è anche questo problema, trovare un collega che rispetti il tuo lavoro ascoltandolo, magari criticandolo, ma secondo me, da un punto di vista etico e professionale, non si può non ascoltarlo, e nemmeno provare a scaricarlo. Mi hanno dato più soddisfazioni le radio locali che quelle più grandi, perché c’è più cultura, e perché ci sono operatori che conoscono la musica. Con questo non ti voglio dire di essere il più bravo, di essere il migliore… però, insomma, questo disco poteva avere sottolineatura nelle radio maggiori, e invece niente. Ho avuto più riscontro dalla stampa, tante piccole testate ne hanno parlato e mi hanno dato fiducia. Mediamente la gente che ha ascoltato questo disco vorrebbe la versione vinile; per il momento siamo avvicinati al mondo digitale che però digerisco poco perché non si ferma, non ti rimane niente in mano, e noi siamo quelli che in mano devono avere qualcosa. Io vorrei lasciare qualcosa di fisico e quindi ho pensato alla forma che più mi rappresenta, il vinile appunto, e quindi stiamo pensando a farne uscire una tiratura limitata, tanto per “darci delle arie”!

Hai fatto qualche presentazione più o meno ufficiale?

Ci stiamo muovendo, ho delle date da fare, andrò a Roma, a Pescara, in Sardegna. Mi muovo con Andrea e facciamo anche un set acustico, ma al di là di quello stiamo prendendo di mira i piccoli club o teatri che fanno proposte, contenute ma sentite. Da tempo ho in mente questo spettacolo, a cui ho dato il titolo di “Priceless”, in cui racconto la mia storia professionale, quindi un po’ parlo e un po’ suono il disco, ed è una bella sensazione per chi ama la musica, non tutti possono mettere sul tavolo incontri come i mie, ad esempio quelli con David Gilmour, David Bowie, Peter Gabriel o Freddy Mercury!

Un’ultima cosa: quale potrebbe essere il futuro? Come potrebbe nascere un secondo capitolo, ammesso che tu abbia già pensato a come realizzarlo?

Guarda, il futuro a cui penso si basa sul fatto che è talmente bello cantare e suonare – ed è talmente “priceless” – che mi voglio regalare una “vecchiaia” di dischi. Magari non renderanno niente o forse faranno felici delle persone, chi può dirlo, ma voglio fare anche album più difficili; ho scritto recentemente due cose molto più complesse, strumentali, quasi psichedeliche, senza freni, perché poi alla fine il vero piacere è quello: tu ti misuri con te stesso, sei il discografico di te stesso, con un mercato che conosce il tuo nome ma che ti devi costruire, quindi voglio giocarmi tutto sulla qualità e sulla libertà di espressione, perché venire a compromessi con il mercato non mi interessa per niente, non l’ho mai fatto e non lo farò nemmeno ora, è questa la vacanza più libera che mi posso concedere! Tanto il mercato non esiste, alcuni ragazzi fanno dei dischi meravigliosi che le radio non suonano, che non conosce nessuno, e siamo in un momento di ignoranza totale; tutto sommato certa musica di qualità non potrà più arrivare dalla radio, e quindi il passaggio sarà delegato al solo web e ovviamente ai concerti, che però sono sempre meno. Sono persino arrivato a dire: “Anche se mi pagate solo le spese vengo lo stesso”, perché mi fa piacere, e spero che faccia piacere agli altri.
Io ho una storia da raccontare, e se non hai i soldi… te la racconto lo stesso!

E noi, ammalati di musica, non possiamo che aspettare il seguito di questa bella storia…

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Tracklist:

1.Open G
2.Heroes (David Bowie)
3.Don’t Let it Bring You Down (Neil Young)
4.Lullaby (Cure)
5.Have You Seen the Stars (Jefferson Airplane)
6.Sunday Morning (Velvet Undergroung)
7.She Falls Like Rain
8.Greta
9.Can’t Find My Way Home (Blind Faith)
10.Sutta lu mari (Kaballà)
11-Andrea (Fabrizio De André)
12.Satsong

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Athos Enrile

Da sempre immerso nella musica, coltiva la passione per la scrittura, con un’attenzione particolare alla descrizione dei concerti e alle interviste.
Gestore di numerosi spazi in rete e collaboratore con diverse riviste specializzate, è coautore del libro “Cosa resterà di me” e dell’e-book “Le ali della musica”.
Appassionato di strumenti – che utilizza in modo mediocre – ha avuto la possibilità di condividere pillole di palco con leggende del rock e di partecipare ad un album (in un brano) in qualità di mandolinista… elettrico!
Presentatore in numerosi eventi, conduttore in molteplici presentazioni, condivide orgogliosamente con i compagni di viaggio di MusicArTeam (associazione di cui è presidente) il web magazine MAT2020.

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