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Mario Riso: ecco il disco “Passaporto”, racconto di una vita in musica – INTERVISTA

Mario Riso, tra i migliori batteristi rock italiani, uscirà il prossimo 20 ottobre con “Passaporto”, il suo primo disco solista.

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mario riso
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di Corrado Salemi

Mario Riso uscirà il prossimo 20 ottobre con “Passaporto”, il suo primo disco solista, distribuito dall’etichetta Self.

Tra i migliori batteristi rock in Italia, con oltre 30 anni di esperienza nella musica, Mario Riso è anche compositore, produttore oltre che autore e presentatore televisivo: suoi i canali Rock Tv (Sky 718) ed Hip Hop Tv (Sky 720), la trasmissione “Morning Glory” ed il format “Sala Prove” nel quale ha offerto a tanti nuovi talenti del rock italiano la possibilità di far ascoltare (e vedere) la propria musica.

Al grande pubblico è noto soprattutto per aver fondato nel 2006 il progetto REZOPHONIC con il quale ha riunito il meglio del rock italiano per sostenere AMREF, di cui Riso è ambasciatore e socio onorario, nella realizzazione di pozzi d’acqua potabile in Kenya. Dal progetto sono nati quattro dischi: “Rezophonic” (Sugarmusic, 2006), “Rezophonic 2 – Nell’acqua” (Zeta Factory, 2011) spinto dal brano “Nell’acqua” scritta insieme a Caparezza, “Rezophonic III” (Scarlet Records, 2014) e “Rezophonic IV” attualmente in lavorazione.

Passaporto“ è stato presentato in anteprima lo scorso 11 ottobre al Legend Club di Milano, data importante per Mario Riso che ha festeggiato in questa modoi suoi 50 anni di età. Tanti gli artisti che hanno collaborato a questo disco, tra i quali Danti, Rise, Cristina Scabbia, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, Movida e Rezophonic.

Abbiamo ascoltato questo disco in anteprima: è un disco poliedrico ed eterogeneo, ricco di anime differenti, interessantissimo e che con le sue 18 tracce spazia tra generi distantissimi tra loro (il rock, la musica latina, l’hip hop e tanto altro) mantenendo come elemento di coerenza la voglia di raccontarsi testimoniando il viaggio di una vita interamente dedicata alla musica. Bello il singolo “Un temporale”, scritto da Mario Riso insieme a Danti e che vede Mario cantare per la prima volta.

TRACK LIST:

  1. Un temporale
  2. Nell’acqua
  3. Ay que le pasa al mayoral
  4. Taratatatà
  5. Compleanno
  6. Hollywood 90
  7. Ti Cercherò
  8. Riso vs Rise
  9. Alti e Bassi
  10. Senza te
  11. Contro ogni tempo
  12. Epic Intro
  13. Maid runner
  14. Amore Instabil
  15. Alien
  16. Sono un acrobata
  17. 14th April 2010
  18. Suena Mario 

mario riso


INTERVIS
TA

Ciao Mario. Grazie per questa intervista. Ho ascoltato il tuo disco: è un album con moltissime anime differenti che fotografano in modo evidente ciò che sei stato in questi trent’anni. C’è davvero di tutto: brani metal, ritmi latini, incursioni hip hop. Un disco davvero molto bello per chi cerca qualità musicale ma che allo stesso tempo è difficile da etichettare. Mi chiedo: chi è il tuo ascoltatore ideale?

È una bellissima domanda. Io faccio musica perché la musica è il mio talento ed il mio modo di esprimermi. Ho necessità di fare arte e questi brani sono il frutto dei vari momenti che ho vissuto e di quanto oggi sto respirando. Così come il passaporto è un documento di identità nel quale sono contenuti i timbri delle località in cui siamo stati, questo disco contiene le varie annate nelle quali ho pensato, ideato e composto i miei brani. Ecco perché l’ho chiamato “Passaporto”: non sarebbe giustificabile diversamente accostare un pezzo metal, un pezzo latino, una canzone in cui canto, un brano strumentale più virtuoso. È un disco che ti mette nella condizione di fare un viaggio nel tempo piuttosto che in un luogo.

Quindi racconta davvero molto di te?

Si. Ho radunato diciotto canzoni: alcune già edite ma la maggior parte nuove grazie alle quali ho svelato aspetti di me mai emersi nei circa centocinquanta dischi in cui ho suonato. Ti faccio un esempio: c’è un brano al quale sono molto legato tratto della tradizione cubana. Sono di origini paterne argentine ed ho vissuto il mondo sud-americano come la normalità in casa mia. Sono cresciuto col mate, col dulce de leche, con le empanadas, ma anche con la pizza per cui un misto di culture che si alternavano al punto da non saper dire se mi sento più italiano o più argentino. La vita mi aveva portato a suonare con tantissimi artisti ma non mi aveva mai dato l’opportunità di fare emergere il mio rapporto con la musica latina: ecco che mi sono svelato facendo un brano come quello.

Qual è il brano?

Il brano è “Ay che le passa el mayoral”.

La terza traccia del tuo disco.

Si. È un brano chi ho suonato con musicisti madrelingua del genere. Sembra fatto negli anni cinquanta, ho voluto mantenere quel tipo di sonorità proprio perché volevo che si capisse che stavo facendo qualcosa che mi appartiene e non unatto dimostrativo di qualche capacità. Sono contento di aver messo insieme brani così differenti. Quando la casa discografica Self che mi distribuisce mi ha detto “Mario, ma a chi lo vendiamo questo disco?” io ho spiegato il senso di questo progetto e che non ero interessato a capire a chi venderlo. Dopo tanti dischi in cui mi sono messo a disposizione degli altri (a batteria è uno strumento complementare) avevo l’esigenza di fare qualcosa di “egoistico” trovando nel compimento dei miei 50 anni di età un buon motivo per un disco che mi appartenesse al 100%. Ho sempre dedicato tutto ai progetti, ai gruppi, agli artisti e agli altri, sia suonando con Rezophonic che è un progetto umanitario sia con Rock TV amplificando la voce di realtà che lo meritassero. Ma, ripeto, faccio musica perché è una mia esigenza e non perché voglio vendere qualcosa o ottenere consensi.

Di te mi ha sempre colpito la tua apertura verso collaborazioni vere, autentiche con altri artisti. In questo periodo vediamo spesso “featuring” dal sapore un po’ differente. In te, invece, trovo la voglia di affiancarsi davvero ad altri musicisti e talvolta anche di mettersi in gioco.

Oggi purtroppo l’apparenza è più importante della sostanza. Io invece sono cresciuto in una generazione in cui se volevi fare qualcosa dovevi volerlo, non solo desiderarlo. Per ottenere qualcosa occorreva una enorme fatica, spesso andando contro tutto e tutti. Questo fortificava la tua passione e il tuo amore nei confronti di quello che stavi facendo. Non penso che evolversi significhi per forza di cose migliorare, ma nemmeno ritengo la tecnologia e le facilitazioni che questa offre come qualcosa di negativo: è una la possibilità, quando opportuno, di non far fatica. Ma in molti casi oggi hanno deciso di non fare fatica, mai. Mi riferisco all’uso dell’autotune, di pro-tools e altri derivati tecnologici nel tentativo di trovare uno “sconto” alle proprie capacità laddove sconto non c’è. Io sono abituato a suonare una canzone dall’inizio alla fine, e a registrarla solo dopo averla imparata. Questa attitudine oggi è scomparsa e quiando vivi la musica con questo tipo di amore e passione quasi vieni visto come un alieno. Ma alla fine quando si sale sul palco se sei stonato lo sentono tutti. Io cerco di fare qualcosa qualitativamente di spessore consapevole che difficilmente arriverà alle grandi masse, ma allo stesso tempo sapendo che se ci riuscissi starei facendo anche cultura. Quando ad esempio ho scritto “L’uomo di plastica” insieme a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro il brano, apparentemente semplice e di effetto, è in realtà di una complessità incredibile perché è una forma di poliritmia con il basso è in 3/4, la batteria in 4 e la voce in 5. È un brano davvero difficile da approcciare: quando vedo che il pubblico la canta in concerto è per me una vittoria incredibile.

Significa che il pubblico è musicalmente meno ingenuo di quanto pensiamo.

Appunto, le persone sono ricettive e in grado di apprezzare qualcosa di complesso anche se non lo comprendono fino in fondo. Però vorrei riallacciarmi alla tua domanda originaria: cosa penso delle collaborazioni? Non ho mai fatto collaborazioni per sfruttare la carriera artistica di qualcuno, per fare l’arrampicatore sociale, ma ho sempre condiviso le mie possibilità e opportunità con il talento di altri artisti nel tentativo di fare qualcosa di speciale. Ecco il legame con l’essere e l’apparire: le persone con le quali ho collaborato in questi anni sono realmente degli amici. Sono persone per le quali sono disposto a fare quasi tutto. Sono persone che amo artisticamente a prescindere dal genere che rappresentano. Sono artisti che ascolto tutti i giorni e dei quali vivo ogni loro successo come un mio successo.

A maggior ragione nel progetto Rezophonic…

Nell’ambito di Rezophonic c’è stato un interscambio per portare dei benefici a persone meno fortunate. Sono molto orgoglioso perché non esiste al mondo un progetto umanitario che da 11 anni va avanti sposando e portando avanti una causa. Di solito ci sono progetti spot legati ad un evento particolare, poi ognuno torna alla vita di tutti i giorni. Io ho conosciuto davvero la sete, sono stato due giorni senza poter bere, e da allora è stato troppo importante continuare a parlare di acqua. Ho anche ricollocato tutte le mie problematiche. I diamanti sono bellissimi ma quando hai sete non te ne fai nulla. Per cui mi sono imposto di non lamentarmi più del perché non ho la casa più grande, la fidanzata più bella, la macchina più potente: ho realmente capito che cosa era importante per me. Soprattutto nell’arte: non suono per il consenso ma suono perché è la mia forma di espressione. Insisto su questo aspetto perché spero che qualcuno comprenderà il senso di ciò che io ho fatto.

Ho anche cantato per la prima volta…

Stavo proprio per chiedertelo. Sul tuo sito hai parlato del fatto che canti per la prima volta manifestando il tuo forte rispetto per il canto, per quello vero e serio. Quindi per te è una cosa importantissima…

In realtà la vivo con profondo rispetto per chi realmente ha il talento del canto. Cantando ho voluto rivendicare, per certi versi, il mio ruolo di autore di canzoni. Il batterista di solito non ha il diritto alla parola per cui è difficile che si possa sentire un batterista che parla. Ecco perché io ho voluto far sentire anche la mia voce. Io ci scherzo su anche perché, come spesso dico, ho un’estensione che va dal La al La minore, torna quindi indietro e non sale nemmeno di un semitono. Mi sono divertito anche se il risultato è buono, anche grazie a Danti che è un autore che vende milioni di copie e che ha avuto consensi pazzeschi: basti pensare a “Andiamo a comandare” con Rovazzi, piuttosto che ai Two Fingerz. Lui si è messo in gioco con me ed ha arricchito il brano con il suo intervento. Abbiamo fatto un video bellissimo che racconta il testo in modo più preciso. La canzone parla d’amore ma in modo particolare: mi son procurato una batteria del 12 ottobre ‘67, che ha quindi cinquant’anni come me. Nel video cammino per i boschi e ad un certo punto ritrovo questa batteria sotto un sacco di foglie e l’abbraccio. È il segno del mio amore, appunto, nei confronti del mio strumento e della musica.

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