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Caparezza, il ritratto di un genio contemporaneo – INTERVISTA

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di Mariafrancesca Mary Troisi

Caparezza torna a distanza di tre anni da “Museica” (certificato disco di platino), con Prisoner 709 , debuttando da subito con il primo posto nella classifica degli dischi più venduti, e già certificato Disco D’oro.

Di seguito la nostra recensione dell’album a cura di Giuseppe Santoro

Caparezza e la prigione dell’Io – Recensione “Prisoners 709”

L’album, che mantiene saldamente il podio, mostra un lato inedito di Michele Salvemini (nome all’anagrafe dell’artista), che qui si espone in prima persona, come non mai, sfidando a braccio di ferro le sue paure.

“Prisoner 709”, anticipato dal video del brano omonimo “Prisoner 709”, e uscito in contemporanea al singolo “Ti fa stare bene” (attualmente nella top20 della classifica radio EarOne), è un album impegnativo, sin dal titolo.

caparezza

Il cantautore e rapper di Molfetta ci “costringe” infatti ad assaporare attentamente ogni parola dei brani che compongono il suo lavoro, al fine di coglierne appieno ogni sfumatura.

L’album, registrato tra Molfetta e Los Angeles, con la collaborazione di Chris Lord-Alge (produttore di Bruce Springsteen, Joe Cocker, Green Day, che ha già lavorato con Caparezza per la realizzazione di “Museica”), contiene sedici tracce, composte interamente da Caparezza, con la partecipazione di John De Leo, Max Gazzè e DMC in quattro brani del disco.

A fare quasi da contraltare alle hit “usa&getta” che inondano le radio, Caparezza torna e ci ricorda che la musica può essere “assaporata” lentamente, costringendoci a riflettere, senza perdere quel sottofondo di leggerezza che da sempre l’accompagna.

Caparezza torna e ci ricorda che si può fare ancora, oggi, un disco stupendo.

Dove non esiste “riempitivo” alcuno, semmai solo “superlativo”.

Caparezza torna e ci consegna, senza ombra di dubbio, uno degli album più belli dell’anno.

caparezza

INTERVISTA

Ciao Michele, benvenuto su Faremusic, è un piacere poterti ospitare.
Mi faccio subito messaggera dei saluti di Mara e Alberto, che ti seguono sempre con affetto
(ringrazia e ricambia).

Sei tornato, a tre anni da “Museica”, con “Prisoner 709”, album accolto con grande affetto dal pubblico, già disco d’oro a una settimana dall’uscita.

Prisoner, lo dici da subito nel titolo, prigioniero.
La prigionia è infatti uno dei concetti su cui si basa il tuo album, che nasce da un periodo non facile…

Sì… la definirei una fase quasi “obbligatoria”, per ogni essere umano, passare per degli anni un po’ meno “simpatici”…

Tuttavia, la cosa bella e miracolosa del fare musica o del fare arte in generale, è che si possono trasformare questi momenti in qualcosa di positivo, quindi passando attraverso questa grande esperienza, maturazione, crescita, essendo io ormai un 43enne, e avendo poi avuto questo deficit uditivo (soffre di acufene) che condizionerà la mia vita da qui in avanti, ho attraversato un periodo giocoforza di riflessione, che si è trasformato in questo album.

Nell’album giochi molto anche con la numerologia, a partire dal titolo, “Prisoner 709” (si legge all’inglese, “seven o nine”, “7 o 9”), dove troviamo questa contrapposizione tra parole di 7 lettere Vs quelle di 9 lettere, liturgia che accompagna l’album in tutte le tracce.

La scelta del sette e del nove è stata piuttosto strana; ero partito ragionando sul fatto che questo fosse il mio settimo album, ma ne avevo altri due (antecedenti), fuori dalla Universal, fatti come demo.

Quindi parte da qui questa contrapposizione…

Esatto, ero partito proprio da questo, dal fatto che potesse essere il settimo album o il nono. Da lì poi mi sono accorto che le lettere di Michele e Caparezza erano di sette e di nove lettere e straordinariamente anche quelle di libertà e prigionia.

Quindi ho cominciato a pensare a questo numero come a un numero fortemente presente, condizionante, e ho trovato le varie “associazioni” per ogni pezzo, dove c’è sempre una parola di sette lettere contrapposta a una di nove. 

Tornando al concetto di prigionia, tu ti senti un artista “in prigione”?

No, assolutamente. Sono un uomo “in prigione”, come artista sono libero. 

Quindi è Michele il “prigioniero”?

Ma prigioniero non solo dei ruoli, di tutto. Anche, ad esempio, che la forza di gravità mi impedisca di andare dove voglia.

Credo che la terra sia un’immensa prigione nella quale vivono tante altre prigioni, come la casa, la macchina, il mestiere, il dover lavorare, il dover avere un ruolo come padre, amico, fratello, figlio…

Quindi parliamo di “prigioni” che possono appartenere a tutti noi…

Certo, certo, nessuno è libero.

Prima dell’album sono arrivati due singoli, con rispettivi video, agli antipodi tra di loro, “Prisoner 709”, lanciato sul web, (che dà il titolo all’album) e “Ti fa stare bene”, che definisci il primo singolo, quello consegnato alle radio.

C’è un motivo particolare per cui hai scelto proprio questi due pezzi, per presentare il tuo nuovo lavoro?

Sì, perché sono uno angosciante e molto rock, e l’altro scanzonato e molto disco, e rappresentano due facce della stessa medaglia, che sarei io.

Non era possibile che un solo singolo rappresentasse questo album, quindi ho deciso di tirarne fuori due, che sembrano scritti da due persone diverse.

Il tuo è un album complesso, di quelli che ci costringono a riflettere; ogni traccia va assaporata attentamente, per coglierne appieno tutte le sfumature.

Un album in cui affronti i tuoi fantasmi, ti esponi parlando di te stesso, più che in qualsiasi altro album.

Hai fatto un lungo percorso per arrivare a questo disco, con un pubblico che è cresciuto con te.

Pensi che il pubblico, il “tuo pubblico”, abbia ormai capito chi è Caparezza?

Mai come questa volta posso dire concretamente che sì, chi mi segue sa chi sono e cosa faccio. Questa generazione che ho incontrato durante gli instore, i firmacopie, nella maggior parte dei casi è composta da giovanissimi. Difficile infatti che a questo tipo di eventi vengano persone adulte, che si mettano in fila per una firma e una foto.

Io non ho mai dato niente per scontato, pensavo anzi che avrei perso un po’ di pubblico, fisiologicamente, invece con somma sorpresa sembrerebbe raddoppiato, e nella maggior parte dei casi questi ragazzi mi hanno detto: “sono cresciuto ascoltando te”. Quindi adesso mi rapporto con persone che magari erano piccole quando è uscito “Fuori dal tunnel”, hanno cominciato a seguirmi per tutti questi album, e hanno come colonna sonora della vita anche me: questa cosa mi lusinga.

Parlando sempre del tuo percorso artistico, ci sono delle canzoni del passato che senti non ti rappresentano più?

Bè è difficile che canzoni passate possano rappresentare quello che sono adesso, perché sono sempre diverso.

Quindi ti sei “pentito” di alcune canzoni o invece no, perché ti hanno portato a quello che sei adesso?

Fanno parte del mio percorso e non riesco a pentirmi di una cosa fatta anni fa.

Penso che ognuno di noi debba avere la mentalità del periodo temporale che sta vivendo. Nel senso, non riesco ad avere gli stessi gusti musicali che avevo a vent’anni, così come non riesco ad avere lo stesso cervello.

Ci sono delle canzoni che oggi non mi rappresentano più, questo sì.

Non sono però pentito di averle scritte, perché all’epoca le ho scritte con cognizione di causa, ma adesso, alcune delle canzoni del primo album, ad esempio, le ritengo estremamente acerbe.

Sono servite per “costruirti”, per costruire quello che sei adesso…

Certo, certo. Come succede nella vita, i passi falsi e le cose poco piacevoli sono servite al mio percorso.

Prisoner viene da qualcosa in particolare? Come hai avuto l’idea di chiamare l’album proprio così?

Sì, viene dall’esperimento di Philip Zimbardo, uno psicologo americano, che aveva attribuito il ruolo di carcerati e guardie ai suoi studenti. Non sono più riusciti a venir fuori da questo ruolo e ha dovuto interrompere l’esperimento (“Esperimento della prigione di Stanford”). Uno di questi “sabotatori”, che era riuscito insomma a far bloccare l’ingranaggio, era il “prigioniero 819”, che aveva attuato uno sciopero della fame, e chiedeva di vedere Zimbardo affinché ponesse fine a questo esperimento.

Quindi ho deciso di chiamare l’album “Prisoner”, con l’aggiunta di un numero. 709 ho spiegato prima perché.

Sei sempre stato molto geloso della tua privacy, ti esponi poco, anche sui social. Non sei prigioniero di questa paura di essere dimenticato, che appartiene ormai a tanti di noi, come se non “postare” sui social corrispondesse a non fare.

Paradossalmente poi il tuo lungo silenzio social si è rivelato una presenza “più presente” di qualsiasi altra presenza.

Non sono prigioniero della paura di essere dimenticato perché conosco il fallimento, l’ho già provato. Come delle punture delle vespe, ne hai più paura prima che ti pungano. Quando capisci il grado di dolore che ti creano, poi ne hai meno paura, e siccome nella vita ho già riscontrato questa possibilità, non me ne faccio carico oggi. L’importante per me è fare quello che voglio fare, sempre, dopo quello che succede succede. Se le cose dovessero andare male ne prederò atto, ma non riesco io a prendere la mia vita e buttarla in un social continuamente, perché non è nel mio carattere, e poi veramente mi sembrerebbe di essere nel Grande Fratello.

E’ una cosa che non ti rappresenta proprio, come persona, non solo come artista.

Non mi rappresenta e non la capisco neanche, essendo io totalmente disinteressato a quello che fanno persone che io non conosco nella vita reale.

Posso essere interessato a quello che fanno gli amici, però già sbuffo quando mi fanno vedere le foto delle loro vacanze (ride), figuriamoci le vacanze di chi non conosco. Penso che i social, come li intendo io, vanno benissimo per la professione, per la divulgazione di qualcosa, vanno benissimo, per condividere una passione, musicale o meno, vanno benissimo, ma non mi interessa assolutamente sapere che oggi “tizio o caio” ha comprato un paio di scarpe nuove o ha mangiato un dolce buonissimo.

Quindi, appoggiando questa idea, pensi ovviamente che anche agli altri non interessi sapere se oggi hai mangiato, ad esempio, pasta con il pesto o pasta al sugo. Usi i social esclusivamente per comunicare qualcosa riguardante il tuo lavoro.

Oggettivamente non è interessante sapere cosa ho mangiato, quindi torno ad usare i social quando esce l’album, e poi scompaio.

Parte il tuo tour da Ancona, il 17 novembre, che è un venerdì. Quindi venerdì 17. Io sono campana fino al midollo, il mio cognome, Troisi, mi inchioda alle mie origini napoletane, e i napoletani scaramantici lo sono parecchio.

Tu non sei scaramantico per niente, insomma.

Eh no, anche perché venerdì 17 è di novembre. (ridiamo)

Giustamente, è anche novembre. Cosa dobbiamo aspettarci di vedere nei live?

Uno spettacolo sulla scia di quello che ho fatto finora, però amplificato.

Hai già in mente quello che succederà?

Sì, ho già in mente delle cose, ma purtroppo non posso rivelarle, perché mi piace l’idea della sorpresa, almeno alla prima data. Poi ovviamente dopo la prima data cominceranno a circolare in rete scaletta e quant’altro.

Ovviamente si saprà già tutto un attimo dopo.

Siamo in un mondo social. (ridiamo)

Noi ci vedremo sicuramente nella tappa di Napoli, verrò ad ascoltarti e vederti con grande e affettuosa curiosità.

Mi permetto di dirti, ora che siamo al termine dell’intervista, che non ci hai regalato un semplice album, ma il ritratto di un genio contemporaneo.

Grazie.

Grazie a te, davvero, alla prossima.

caparezza

PRISONER 709 – Tracklist

  1. Prosopagnosia (capitolo: il reato) feat. John De Leo
  2. Prisoner 709 (capitolo: la pena)
  3. La caduta di Atlante (capitolo: il peso)
  4. Forever Jung (capitolo: lo psicologo) feat. DMC
  5. Confusianesimo (capitolo: il conforto)
  6. Il testo che avrei voluto scrivere (capitolo: la lettera)
  7. Una chiave (capitolo: il colloquio)
  8. Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria)
  9. Migliora la tua memoria con un click (capitolo: il flashback) feat. Max Gazzé
  10. Larsen (capitolo: la tortura)
  11. Sogno di potere (capitolo: la rivolta)
  12. L’uomo che premette (capitolo: la guardia)
  13. Minimoog (capitolo: l’infermeria) feat. John De Leo
  14. L’infinto (capitolo: la finestra)
  15. Autoipnotica (capitolo: l’evasione)
  16. Prosopagno sia! (capitolo: la latitanza)

 

caparezza

Caparezza sarà in tour nei palazzetti a partire dal prossimo novembre, con dieci date confermate nel 2017:

17.11 ANCONA – PalaPrometeo Estra,
18.11 BARI – PalaFlorio,
24.11 FIRENZE – Mandela Forum,
25.11 BOLOGNA -Unipol Arena,
28.11 NAPOLI – Palapartenope,
29.11 ROMA – Palalottomatica,
01.12 MONTICHIARI (BS) – PalaGeorge,
02.12 PADOVA – Kioene Arena,
06.12 MILANO – Mediolanum Forum,
07.12 TORINO – Pala Alpitour

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Mariafrancesca Mary Troisi

Da sempre appassionata alla letteratura italiana, ho iniziato a scrivere da ragazzina.
Passione, insieme a quella per la musica, ereditata da mio padre, scomparso quando ero ancora piccola.
In breve tempo la penna e il foglio (o lo schermo di un pc) sono diventati il “mio amico fedele”, capace di comprendere perfettamente ogni mio stato d’animo.
Dall’età di 6 anni, per circa 8 anni, ho preso lezioni di pianoforte classico, e per due anni consecutivi, ho fatto parte di un coro, partecipando a svariati concorsi, portando il folclore della mia terra (la Campania) in giro per l’Italia.
Esperienza, insieme a quella del pianoforte, volutamente accantonata, ma non conclusa, perché il “mondo della musica” ha continuato ad affascinarmi, anche se in altre “vesti”.
Ho iniziato, infatti, a scrivere testi di canzoni, sviscerandomi e “confidandomi” in ogni mio testo, scoprendo così, lati di me, sconosciuti anche a me stessa.
Per circa un anno ho collaborato con una rivista, scrivendo racconti.
Ho partecipato a diversi concorsi di poesia; le poesie sono sempre state scelte per la pubblicazione.
Ho avuto il piacere e onore di essere inserita lo scorso anno nell’Enciclopedia dei Poeti Contemporanei, intitolata a Mario Luzi, patrocinata dal Senato della Repubblica, con 3 poesie.
Dall’inizio dell’anno ho una sorta di blog su fb, una pagina sui cui appunto considerazioni, riflessioni, e su cui pubblico periodicamente racconti e poesie.
Ho provato di recente anche l’esperienza della radio, facendo uno stage /laboratorio full immersion, con alcuni degli speaker più “quotati” attualmente.
Esperienza, quella della radio, che riprenderò a breve, senza abbandonare quello che è il mio sogno più grande, ossia continuare a scrivere.
Perché paradossalmente sono i sogni l’unica certezza che abbiamo.

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