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La spina nel fianco, con Eugenio Bennato

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Eugenio Bennato
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di Michele Caccamo

Ci sono le anime chiassose, e un tamburo che indurisce l’aria. Torna adesso fuori, in questa parte disperata del Sud, la ruggine e il meglio possibile di un’idea.

Il vento meridionale viene ai cuori, così vicino che è possibile anche toccargli le ali. Sotto al palco fioriscono gli orti non più freddi, e le mani primaverili.

Comincia una festa mistica, d’accusa ai carnefici che ci hanno fatto cadere come mosche. E ci vediamo tutti ammaccati e anneriti, consapevoli che la storia ha una sua ragione, indipendente dalla giustizia. E abbiamo i piedi affaccendati a saltare, come fossimo un esercito allegro e sovversivo; fossimo quella spina nel fianco che prima o poi pianteremo.

Noi sappiamo di essere l’orsa maggiore, l’oro che brucia davanti alla realtà. E stasera possiamo anche lanciare nell’aria i sassi contro l’ignoranza, contro quelle bestie che ci hanno saccheggiato e pestato i polmoni.

E balliamo per ricordare che con la scusa dei briganti hanno creato i nostri monumenti di cenere a Fenestrelle, e che ci hanno appesi come i merli a testa in giù nelle piazze. Balliamo per scassare le scatole di vetro con dentro le nostre teste cieche. Balliamo per far rimbalzare le stelle morte dalla nostra terra pensando che mai e mai più daremo scorno al Sud.

Eugenio stasera ha la bocca piena di amore e di angoscia: quando racconta di Michelina, nuda come un neonato e senza neanche una ferita chiusa; quando ci ricorda che a Mongiana c’erano le officine dei geni. Lui sa che il cielo qualche volta si scopre e apre la sua pancia, e la svuota di quell’eternità fissa e bugiarda; e riversa l’acqua scura di tutte quelle guerre santificate al potere sabaudo.

Le sue mani hanno le vene dell’infanzia, e lui sembra voglia vivere qui adesso felice. E sul palco nascono i giochi delle farfalle, come se l’asfalto accanto fosse erba e così il mondo. E lui è un uccello calmo: come venisse da una fiera antichissima ci canta il passato l’esilio e l’eccidio. Perché la memoria ha una sua ventilazione e quando lo scandalo è eccessivo prodigiosamente ritorna.

Eugenio è una lama sveglia sulla menzogna storica, una rabbia sonora sulla questione meridionale, una falce sui mille garofani. E con il suo canto sembra possibile ritorni la luce sulla verità. Perché siamo anche stanchi di essere giudicati rozzi e deformi, come allattassimo dalle capre.

E allora balliamo con le rose della taranta, con i nostri piedi benedetti per scacciare le parole dell’asservimento, per dimenticare i nostri corpi come crivelli.

Balliamo e teniamoci come un grappolo, un solo coro.

Balliamo, come facessimo un ricamo alla lingua parlata della libertà.

Balliamo, e al diavolo gli strazi gli stracci la miseria.

Balliamo, fin dentro al buco del dolore.

Balliamo, fin quando non si stapperà il cuore in ognuno di noi.

Balliamo, prima che il canto di Eugenio finisca.

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