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Dario Baldan Bembo e il Canto Universale per una donna sola

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di Luisella Pescatori 

L’aria è viva e la musica vuole attirare il vento per il passo alato della dea: Sabrina Carnevale, rispettosa, sa che il suo ruolo è quello di fata evocatrice.

Dario Baldan Bembo ce lo ha detto, lo aveva intuito tra le mille chiamate di una festa di piazza: il graffio canoro della giovane cantante lucana era davvero il nuovo e più intonato strumento necessario al suo lavoro: Io e Mimì. I tessuti melodici, i dodici tappeti musicali, che hanno segnato la sua carriera, come quella di Mia Martini, dovevano essere riproposti anche nella mancanza terrena. Alle alte vele della sua anima era necessario il soffio che aveva reso irripetibili quei monologhi lirici.

1 Piccolo uomo
2 Donna sola
3 La nave
4 Mondo nuovo
5 Inno
6 Bolero
7 Agapimu
8 Luna bianca
9 Un’età
10 Che vuoi che sia
11 Canto universale
12 Minuetto

E Sabrina Carnevale, con misura discreta, entra nelle velature che Mimì ha saputo rendere eterne.

È bravo Gianfranco D’Amato, regista e presentatore dell’evento a interagire in levità con i due artisti: sul palco, chiacchiera con Dario Baldan Bembo che è generoso di aneddoti sulla sua carriera e ne parla con la spontaneità di chi ha creato l’eterno musicale e non riesce a comprendere la fragilità del mondo di oggi.

«Eccezionale, Dario, eccezionale», così nel cuore della notte Renato Zero gli comunica con una telefonata il suo entusiasmo per «Più su» e poi ancora le  sue collaborazioni e la sua esperienza umana con Battisti, Mina, i Dik Dik, Lucio Dalla, Equipe 84, Anna Oxa e tanti altri.

E ci racconta che una volta la musica, a Milano, si incideva nelle sale parrocchiali, o nella sala in Via dei Cinquecento, andata poi distrutta, dove Giacomino il sacrestano era il custode della sala e delle loro nottate. Lo studio di Mina invece era una Basilica sconsacrata, dalle parti di Corso Italia.

E di nuovo ad affascinare con i suoi racconti su Mia Martini. La canzone del suo debutto: «Minuetto», la preferita: «Inno».

Le sue mani si fondono con i colori della sua tastiera, ha le note nelle dita, e il grande cuore del revival. Il pubblico è felice, lui sa farlo cantare, battere le mani in un tempo mai davvero perduto. Entusiasmarsi, emozionare. Una parola su tutte è infine il suo motto: «Amico» e lui ne ha ancora tanti e crede nel valore dell’amicizia, ogni anno attribuisce il titolo di amico nuovo, Gianfranco D’Amato è l’Amico 2017 e in modo amicale e sincero Dario Baldan Bembo invita e accoglie tutti sul palco, quando su Milano inizia a gocciolare, ma non chiamatela pioggia, quel dolce fiume che cantava.

Milano, 19 Agosto 2017 – Estate Sforzesca: Io e Mimì, concerto doppio di Dario Baldan Bembo con Sabrina Carnevale.

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Luisella Pescatori

Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva “Erba di casa mia”, l’unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza.
Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione.
Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo.

I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c’erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato “parole difficili”.
La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: “Signorina lei è una capra”, mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov’ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso.
Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro.
Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la “Creatura del Bene”. Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l’Arte scrittoria.
Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile.
Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all’Arte recitativa.
E venne il Teatro.
E poi la scrittura.

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