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Le vite nuziali di Enrico Ruggeri

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di Michele Caccamo

Il mare vuoto sa essere un’ansia senza limite, ha le stesse bruciature della notte.

A pensarci anche questa libertà mi è nemica: buona per il sacco in mano ai ladri, e non so dove cercare un rifugio. Qui intorno il nulla si allarga, e tocca l’orlo di ogni terra.

Se solo sapessi da quale patria veniamo saprei ancorarmi. Saprei resuscitare dalla mia solitudine.

Noi siamo piccoli ritagli, impianti semplicissimi negli altari dell’universo. Siamo messi in lontananza, sospesi nell’aria che è difficile pensarci per nascite: e può darsi non sia neanche utile a Dio.

È stata rapida e chiara la consumazione del sole, che sembrava parlasse soltanto di lacrime e pene. Il mare d’inverno, è la mia soffocazione

Oh sì, adesso, stanotte, c’è la luna; ma c’è un freddo che potrebbe farmi uscire dal senno. E in questa forca ci rimetto la mia quiete. E così chissà dove andrò a cadere, doloroso come le mie piaghe: io sento di vivere in un mondo intossicante, e che mi hanno preparato un buco pieno di bombe. E che nessuna legge d’Amore è salda.

Mi sistemo le cuffie perché, per guerra e guerra, voglio ascoltare la litania dei soldati. E i loro cuori motori di vita. E avere nelle orecchie i lugubri fragori dei tacchetti, tapum, tapum pum pum, mentre si avviavano come fioriture verso i nespoli sopra al monte, verso i giardini del sole, o verso il loro disfacimento.

Enrico lo sa che il nostro è un affare privato. E che nel fusto del miracolo ci sono cento e mille glorie, e in un qualche particolare la nostra salvezza.

Per questo lui mi fascia le spalle, con particolare tenerezza: perché sa che il filo del passato potrebbe impiccarmi. E rimette negli argini la ragione con una premura sapiente, contadina. Con  quella sua voce dotata di sensi, profonda quanto l’anima.

Enrico viene da un mondo gigantesco e, al diavolo, non gli importa delle nostre corruzioni. E dei pentimenti che non abbiamo. Lui è diverso dagli altri che siamo. È un teppista con gli occhi da bambino. E ha la fede dell’innocente, e quel balsamo gentile che risveglia tutti i sogni.

E pensa a chi è prossimo al temporale, a chi la vita ha rovinato l’adolescenza. E che gli anni rimasti sono cibo vivo e che non basteranno baci e bocche per farci rimanere. E che non ci sarà cura sufficiente per mettere paura alla morte. E che “ti amo” sarà la sola fronte per l’eterno.

Enrico apre alle vite nuziali, alla luce sovrana del nostro destino. Quale che poi sarà la sorte.

E mette alle corde i rapporti tra gli esseri viventi, e smaschera il canto senza tempo dell’onda da seguire: familiare da quando l’uomo è stato fatto uomo.

Con le sue canzoni vorrebbe creare un paese normale, appena nato: per farmi tirare il fiato, davanti a questo mare che si allunga e che stanotte è un giovane sangue.

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