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Il primo maggio, come un banco al mercato

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primo maggio
Crediti Foto: Domenico Mirigliano
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di Michele Caccamo

Vi ho trovato, sotto al palco, migliaia di nani persi a saltellare: come volessero infilare ognuno una cruna d’ago.

Eppure io lo speravo che da quel mezzo, o da dietro a quella scena, saltasse fuori un nostalgico: con una molla nel petto e le tende del buio nella mani, messo al centro di quei giovani, nella speranza di poterli avere a corona.

Ma sotto al palco vi è soltanto un’incosciente festosità.

Ed è diventato nulla il piombo, che ha piegato le fronti, per quella chitarra che non sapeva di essere vestita a lutto e ondulava con il chiasso della folla la tarantella.

E io avrei voluto avere una torcia, un’immagine di fisica vera buttata come una luce nutrita dalla memoria, per svegliarli.

Il primo maggio dovrebbe essere una straziante veglia: per la sovrabbondanza del sangue perduto o per i corpi macilenti rimasti. Dovrebbe essere riservato agli umani che hanno deciso di rimanere vergini.

Nel palcoscenico vi è ricchezza, e nessun comunismo.

Neanche un brano di lotta contro i comandanti pubblici e privati, nessuno che sappia chiarire la lotta tra il dominio e la preda: le imitazioni di Rino Gaetano, di Pino Daniele o di Napoli Centrale non bastano. Davvero no.

Il primo maggio non è più un avvertimento, ma un  balletto del sistema: la conversione della ribellione in letame.

Eppure basterebbe che in tutti i giovani della piazza diventasse incontenibile la giustizia, l’uguaglianza. Basterebbe il loro urlo prezioso per far collassare l’organismo della belva.

Io avrei voluto essere il tremito, la bellezza nostalgica; stasera avrei voluto liberare la mia aspirazione come una corda di salvataggio attraverso i tetti di San Giovanni.

Ma ho assimilato anche io il niente: da tutte le tube sparate sulla piazza mi è rimasta la droga, il difetto delle voci cantanti.

Il primo maggio è rimasto una premura del consumo, un vessillo che pochi ricordano inzuppato di morte.

Io avrei voluto rompere il filo, fare di quella piazza una nuova terra sorta.

Mi è rimasto il seggio scarno della delusione, il caos di una folla giocosa che non sa di essere stata ancora una volta sul banco di un mercato.

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