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Spotify – Universal, un matrimonio nella Borsa

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di Stefano De Maco

Spotify sposa Universal: cosa ne guadagna la Musica? Spotify è diventata un’icona dello streaming, cioè rappresenta di per sè un riferimento universale per ciò che offre. Universal Music Group invece è una delle 3 grandi Major Discografiche, vale a dire una di quelle matrioske che contengono Etichette e altre discografiche. Sono loro che decidono, stampano e publicano la musica che poi andiamo a cercare su Spotify. Era solo questione di tempo per vedere questa unione finanziaria, che non sarà certo l’ultima e unica. Spotify è il contenitore dell’offerta, Universal (e simili) producono il contenuto.

Il vero obiettivo? La quotazione in Borsa?

Nelle parole del Daniel Ek, CEO Spotify (Amministratore Delegato, colui cioè che gestisce il tutto) questo accordo è  frutto dell’amore per la musica. Certamente. Ma non va trascurato il risvolto e forse vero obiettivo, cioè la prevista e auspicata quotazione in Borsa dell’azienda svedese nel corso del 2018. In tempi finanziari, vale a dire molto presto. Universal, per bocca del suo CEO Sir Lucian Grainge si dice molto soddisfatto, e poi gli inevitabili blahblah di cerimonia. Pare che facciano tutto per l’Utente. Questa Figura così spesso nominata da credere veramente che sia in cima ai loro obietivi, quasi che la sua soddisfazione fosse il paradigma sul cui delineare le strategie. Mentre invece è il cosiddetto revenue (ossia il ricavo economico). Nulla di male, ma occhio… In realtà la questione è molto più articolata.

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Tutto iniziò…

All’alba dell’era digitale, la visione delle Discografiche era decisamente ostile verso la distribuzione online. Fu Steve Jobs, visionario fondatore di Apple, a creare #iTunes, una scommessa al buio. Che diventò invece un BigBang nel panorama della musica di consumo. Prima il Downloading, ora lo Streaming, hanno cambiato radicalmente le modalità di acquisto e sopratutto di fruizione della #Musica.
Negozi reali chiudono per lasciare spazio a piattaforme digitali sempre più evolute, dove gli algoritmi di preferenze e ricerca determinano successo e flop delle proposte musicali. Ora si ragiona in termini di click e #playlist. Il concetto di #album sta diventando obsoleto, (ahimè!). Le canzoni si sono accorciate. Come le stagioni. Ma ne parleremo più avanti e meglio.

La caccia è aperta

Il dato rilevante di questo accordo è che la sinergia che si viene a creare è il sintomo di questo cambiamento. La caccia ai sottoscrittori #Premium è aperta, perchè significa incassare in anticipo superando tutte le perplessità degli ananlisti di marketing discografico. Offerte più o meno appetibili, come le Anteprime Esclusive offerte a chi paga l’abbonamento per farci sentire Quasi-Very-Important-People. Che poi, se siamo tutti Quasi-Vip, che senso ha esserlo? Forse non consideriamo abbastanza che ogni nostro piccolo gesto, ogni singolo click e persino la durata del nostro ascolto crea dei dati inequivocabili che vengono analizzati da tecnici. Non da appassionati.

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La Musica è il Mercato?

E’ qui che mi sale un brivido di perplessità: c’è ancora spazio per il rischio? Perché la Musica a volte deve esserlo, perché la Musica è anche visione, non solo mercato. I Beatles furono cacciati dalla Decca, perché ritenuti improbabili e destinati al fallimento (errore storico rimasto proverbiale) per approdare poi presso una più lungimirante Emi (oramai defunta).  E sappiamo poi come è andata a finire. La musica non rischia forse di diventare sempre più consumo e sempre meno cultura? O arriviamo al paradosso della Cultura del Consumo?

La differenza tra sentire e ascoltare

Sentiamo musica in playlist andando in università o al lavoro, facendo la spesa, nelle sale di attesa del dentista. Cioè la musica riempie spazi e tempi vuoti. E invece non dedichiamo più il tempo e la giusta attenzione invece ad ascoltare la Musica. Nulla in contrario ai vari servizi e offerte di #Spotify, #AppleMusic, #Deezer, #Tidal, etc, Ci mancherebbe. Non sono per nulla nostalgico né oscurantista. Solo mi piace ancora pensare, e non agire come una cavia pavloviana. Quindi navigo sul fiume, ma remo ancora la mia piccola barchetta.

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I principali servizi di Streaming Musicali, Spotify in testa ©softonic.com

Di certo seguiranno altri accordi tra la Spotify e le altre discografiche, c’è un senso logico darwiniano che non si può arrestare. Solo i dinosauri andrebbero al contrario, con la fine che sappiamo. Il futuro sta sempre davanti e non bisogna temerlo per ciò che può portare. Ma noi Utenti non dovremmo dimenticare di essere persone, e non semplici dati da analizzare. E basta veramente poco, basta che ogni tanto, tra una fermata e l’altra del tram, o di ritorno a casa dalla spesa, ci prendessimo uno spazio per noi, e ci mettiamo ad ascoltare, così come si può leggere un libro di Wilbur Smith oppure uno di Hemingway. Non sono le barriere a difenderci dall’omologazione, sono le nostre libere scelte. Per cui adesso andrò ad sentire un po’ novità su Spotify, e poi invece mi metterò ad ascoltare Donald Fagen. In CD, perché il vinile è consumato dai troppi ascolti.

E voi, dopo aver letto tutto fino a qui, che farete? Buona Musica a tutti

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