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Valeria Bruni Tedeschi, pazza di gioia – Premio Migliore Attrice Protagonista ai David di Donatello

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di Paola Pellai

Dalla “La Pazza Gioia” a pazza di gioia. Valeria Bruni Tedeschi vince il David di Donatello come migliore attrice per la sua interpretazione nel film di Paolo Virzì (film, tra le altre, che si aggiudica la statuetta come Miglior Film) e ci insegna l’emozione della vita. Piange, sorride, condivide. E soprattutto regala a dismisura una parola sempre più dimenticata: “Grazie”.

Una carrellata incredibile, scritta alla rinfusa su fogli che scappano via come le lacrime di felicità e che racchiudono un’esistenza dove non sempre tutto è andato dritto, ma anche lo storto ora è sereno su quel palco.

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Una premiazione così s’infila nel cuore di ognuno di noi
perché è la semplicità dell’inaspettato che trionfa. Sì, trionfa e ha il gusto terreno di un pezzo di focaccia (non ostriche, sia chiaro) il primo giorno dell’asilo, la faccia popolana di Anna Magnani, la lotta coraggiosa di Franco Basaglia (“che cambiò radicalmente l’approccio della malattia mentale nel nostro Paese”), la buona letteratura italiana (Leopardi, Ungaretti, Pavese) “ma soprattutto Natalia Ginzburg i cui libri m’illuminano e mi consolano”.

Valeria è quella che non ti aspetti, quella che sale sul palco a ritirare un premio che per molti vale una carriera e chiama subito accanto a sé una collega perché insieme è meglio.

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E allora tu che per quella Bruni Tedeschi non ha mai speso parole entusiaste, lo fai ora per un cuore che ha lo stesso spessore di una recitazione da applausi in “Pazza gioia”.

Lei scardina i protocolli spesso troppo patinati di retorica per esprimere a modo “nostro” la gratitudine per chi le permette di “fare quella vita parallela che è il cinema”. La chiama proprio vita parallela perché quella reale è scandita dai due figli, dalla zia, dalla mamma, dalla sorella, dalla psicanalista e “dagli amici e amiche senza i quali non potrei vivere”. Saper esternare gratitudine per tutti quegli “sconosciuti che mi hanno fatto un sorriso e un gesto nei momenti più bui” e persino agli “uomini che mi hanno abbandonata perché mi sento fatta di tutti loro ed è a loro che mi racconto”.

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E’ commossa come una ragazzina agli esordi ma nelle sue parole entrano 53 anni di esperienza, discese e risalite, pellegrinaggi tra Francia e Italia…

E in quel discorso che già di per sé vale un David c’è l’orgoglio spontaneamente semplice di aver centrato un obiettivo speciale senza trascurare una quotidianità radicata nei valori autentici. Quelli che non dimenticano e profumano ancora di una focaccia che magicamente non l’ha fatta più sentire sola.

Ognuno di noi dovrebbe essere un po’ Valeria e un po’ Barbara che quella focaccia gliela passò. Esattamente come la borraccia tra Coppi e Bartali. Il rispetto per l’altro, soprattutto quando è in difficoltà. Doveva esserci un David a ricordarcelo.

 

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