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Porta a Porta: il senso del nonsense

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di Alberto Salerno

L’altra sera guardavo Porta a Porta, la trasmissione di Bruno Vespa, che credo ormai abbia più di vent’anni o quasi, e mi dicevo che forse era arrivato il momento di mandarlo in pensione insieme ai suoi autori.

A mio avviso la trasmissione ha perso da tempo lo smalto; è ripetitiva e stancante molto più di tanti altri talk show, nonostante i nostri eroi cerchino di aggiungervi, quando possono, qualche ingrediente in più affinché possa essere allettato il pubblico.

L’altra sera, per esempio, hanno invitato in studio un nutrito gruppo di cantanti dell’ultimo Sanremo per far loro cantare le cover presentate sul palco dell’Ariston. Così, improvvisamente, Porta a Porta si è trasformata ne I migliori anni, altra pizza sfornata da Carlo Conti, diventato orma deus ex machina della televisione di Stato.

Ma attenzione, tutto questo è avvenuto dopo un’ora e passa di un noioso dibattito politico con Giacchetti e un rappresentante della Lega. Non paghi, il buon Bruno ci ha poi proposto un gran finale con servizi e chiacchierate sulle vere o presunte sette sataniche che violentano giovani donne.

Ora, la mia domanda è: va bene che tutto fa spettacolo, ma come si fa a mescolare, in un unico contenitore la politica, canzoni e cronaca nera? Come si fa a passare tranquillamente dall’uno all’altro argomento, con relativi ospiti a seguito, con tanta nonchalance?

Mi direte, ma tu perché lo hai visto? Avete ragione, non avrei dovuto… ma poi, se non lo avessi fatto, come avrei potuto scriverne?

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