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Elio Cipri: “I grandi se ne vanno e non c’è ricambio, il 3zo millenio consuma velocemente artisti e musica” – INTERVISTA

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di Athos Enrile

Elio Cipri, come lui dice, è forse l’uomo più conosciuto nel mondo musicale di casa nostra, avendo potuto incidere personalmente attraverso cinquant’anni di attività professionistica, con ruoli differenti ma sempre di primo piano. La cosa che non riuscirò a rendere evidente nelle prossime righe è, probabilmente, l’entusiasmo e la piena soddisfazione che emergono dietro ad ogni frase, ogni commento, ogni considerazione di Elio, perché il suo modello comunicativo – quello che pare sia stato un cavallo di battaglia -, fatto di tante sottolineature di tono, impossibili da trascrivere, fornisce il disegno di un uomo che si è pienamente realizzato, partendo da una buona base – quella dell’interprete – e sviluppando successivamente tutti i suoi talenti, quelle competenze che gli hanno permesso di raggiungere traguardi impossibili, e di essere ancora oggi a cavallo della tigre, per passione, per amore, perché solo così si può raggiungere la meta vivendo sereni.

E’ davvero un peccato che vite come quella di Elio Cipri non siano oggetto di racconto approfondito, cosa impossibile da realizzare in spazi ridotti, perché le avventure e gli aneddoti aiuterebbero a costruire la storia che non è conosciuta ai più, ma spero che le righe a seguire possano essere una sorta di antipasto che possa alimentare un appetito maggiore: il materiale per il racconto di certo non mancherebbe.

L’INTERVISTA

Parlando di te con chi ti conosce bene ho raccolto questo commento di sintesi: “Ha avuto una vita straordinaria”… proviamo a raccontarla a grandi linee?

Difficile condensare 50 anni di vita sul campo, ma ci provo. La mia passione – questo lavoro – incomincia con un ruolo ben preciso, quello del cantante all’interno della Fonit Cetra, casa discografica storica, prima torinese e poi milanese: era il 1963, e nel 1964 incisi una canzone dal titolo “Spara Morales” e mi piazzai secondo classificato al primo “Un disco per l’estate”. Questa soddisfazione non mi diede però una grande spinta a continuare; tieni conto che a quei tempi se tu riuscivi ad avere una seconda canzone di successo ti facevano proseguire, ma se non arrivava la conferma commerciale ti abbandonavano subito, come d’altronde fanno anche oggi. Con la Fonit Cetra ho fatto altri due dischi, che però non ebbero un grosso riscontro, e allora pensai subito di smettere: era il 1967, e tutto terminò con un concerto di capodanno a cui partecipai con un gruppo che avevo all’epoca; ripresi così gli studi interrotti. In quel periodo, attraverso un amico di quella che sarebbe diventata poi mia moglie, ebbi l’occasione di incontrare il direttore generale della Fonit Cetra – parliamo del 1969 – al quale io andai a parlare, e invece di chiedergli di rifare un disco domandai un posto di lavoro all’interno della casa discografica, senza sapere cosa sarei andato a fare. Mi assunse come impiegato di quarto livello e mi mise a fare il promoter, che a quei tempi non aveva il significato attuale: uscivano i dischi  di Milva, di Claudio Villa, di Santino Rocchetti, e io andavo alla Radio della Rai – non ce n’erano altre – e portavo le canzoni ai programmatori che dovevano inserirle nei palinsesti radiofonici. Quindi piano piano sono entrato in questo contesto, ho conosciuto altre persone che facevano la stessa cosa per altre label, siamo cresciuti, sono cresciute la radio e la televisione, e siamo andati avanti con questo metodo per un sacco di tempo, inventandoci questo lavoro che oggi tutti chiamano “comunicazione”: andavamo a consegnare i dischi ai programmatori, che successivamente sono diventati i DJ. Pensa che ci svegliavamo alle cinque del mattino per portare le canzoni a chi stava andando in diretta, trasmissioni come “Il Mattiniere”, che iniziava alle sei dei mattino e proponeva dischi di musica leggera. Andavamo in via Asiago a portare direttamente questi brani e si andava avanti così fino al pomeriggio, seguendo il susseguirsi delle trasmissioni. I programmai dell’epoca si chiamavano “Cara Rai”, “Il Mattiniere”, “Voi ed Io”, “Alto Gradimento”.

Questa tua evoluzione personale all’interno della tua casa discografica ti ha dato delle belle soddisfazioni immagino! 

Eccome no! Io ho promosso artisti di tutti i tipi, ho incominciato con il Quartetto Cetra e ho finito con Nek. Quando ho iniziato a lavorare alla Fonit Cetra erano gli ultimi periodi di Alberto Rabagliati, Claudio Villa, il Quartetto Cetra, Carla Boni, Gino Latilla, Renata Tebaldi… quelli erano i grandi artisti della Fonit, che era un’etichetta importante per quell’epoca. Poi da quando sono entrato io hanno incominciato un po’ a svecchiare: il mio primo Sanremo l’ho fatto nel ‘67 e quest’anno ho partecipato per la cinquantesima volta, e negli ultimi quattro anni l’ho fatto come direttore delle pubbliche relazioni di Casa Sanremo.

Ma se tu fossi nato in un altro posto, lontano dall’epicentro del potere musicale, avresti avuto le stesse opportunità?

Certo che no! Io avevo il diploma di ragioniere in quel periodo, e un posto di lavoro garantito, per tradizione familiare, al Banco di Napoli (a quei tempi era ancora possibile…). Io non ho accettato di andare a fare l’impiegato perché avevo conosciuto e assaporato il mondo dello spettacolo, quindi vedevo delle differenze “lavorative” tra un ragioniere che passava tutto il giorno impegnato in banca e uno libero di muoversi in un ambiente più stimolate e meno rigido. Poi io sono uno che la vita se l’è goduta tanto, divertendosi, perché questo lavoro l’ho fatto con grande amore; io credo di essere la persona in assoluto più conosciuta del mondo della musica, perché ho lavorato con tutti, e ancora oggi gli artisti mi chiamano per collaborare con loro, dai Mattia Bazar alla Rettore passando per Casadei sino ai Vianella, che ho rimesso insieme io, e tutto questo è molto gratificante perché significa avere lavorato bene lasciando un segno indelebile…

Torniamo per un attimo alle tue origini di cantante: a distanza di tempo, con l’obiettività e il distacco consentito dalla tua esperienza, che giudizio ti senti di dare dell’Elio Cipri interprete?

Devo essere sincero, avevo una bella voce – ancora oggi ce l’ho – ma evidentemente quando ho incominciato a cantare sono stato sfortunato perché le persone incaricate di seguirmi mi hanno dato delle “canzoncine” da poco, e quindi non ho avuto grandi possibilità di sfondare.

Ma il talento c’era?

Sì, il talento c’era, ma non solo; c’era la faccia, l’aspetto il fisico, cosa che c’è ancora oggi… mi piace presentarmi bene, è una mia priorità, ed oggi sono un signore di 70 anni a cui se ne danno… 55! Ho sempre avuto una grande passione per l’eleganza… eleganza e musica, un buon abbinamento. Nella vita ho anche trattato sponsor di abbigliamento, perché ho veramente organizzato di tutto, producendo spettacoli di ogni genere, lavorando con artisti come Baglioni, Cocciante, Renato Zero, Claudio Villa, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Ricchi e Poveri…

Allora non avrai difficoltà a raccontarmi un aneddoto particolare…

Ma… non saprei scegliere, ce ne sono tanti…  potrei dirti di quando Claudio Villa litigò con Gianni Ravera per averlo messo in gara con i giovani, a Sanremo, invece che con i  big, e venne cacciato, e quando accadde si mise a urlare dietro le quinte e voleva ammazzare Ravera: c’è un filmato della RAI di questa cosa, dove ci sono io che lo tengo e lui che gli urla contro bestemmiando. Ma raccontati così questi episodi non rendono l’idea…

Tutto questo talento musicale alla fine lo hai trasferito a tua figlia Syria…

Certo, non solo a mia figlia, ma anche a mio figlio che fa il mio stesso lavoro per l’Universal, ma le loro sono state scelte autonome, anche se li ho sempre portati con me in giro nelle manifestazioni, e quindi hanno conosciuto tutti, subendo una naturale influenza. Giorgio ha 45 anni e sono 25 anni che esercita questo mestiere, e anche lui lavora con tantissimi artisti.

Viene naturale chiederti come il tuo mestiere sia cambiato nel tempo, visto che dall’esterno può essere difficile da comprendere…

Devo dire che io preferisco il lavoro fatto con il cartaceo, con l’ufficio stampa di un tempo, con la radiofonia e la televisione di una volta; ora non mi ritrovo con la comunicazione via internet, il web, e non riesco a fare un paragone, anche perché oggi non si vendono neanche i dischi. Io preferisco quel tempo, e se si potesse tornare indietro rifarei la stessa cosa; io conoscevo tutti i direttori di tutti i giornali, tutti i giornalisti, passavo la giornata al telefono, alzavo la cornetta e facevo qualunque cosa, realizzando cose inenarrabili… sono riuscito a portare gli artisti a fare le presentazioni sulle navi, ho spinto la promozione dei dischi sino sulla Nimitz, la portaerei americana, e c’erano 50 giornalisti!

Quindi la tecnologia che stiamo utilizzando è per te è quasi una barriera?

Diciamo che non mi ci ritrovo, faccio fatica. C’è la mia socia che si diverte, lei è più “computerizzata” di me, io non sono capace. Ma va bene così, mi sono adattato. Tanto ho ancora 4-5 anni  di autonomia e poi me ne vado, ho 70 anni quanti anni devo lavorare ancora!?

Questa vita intensa e avventurosa ti ha tolto qualcosa dal punto di vista familiare?

Beh sì, il tempo per la famiglia è stato sacrificato. Adesso sì che dedico molto tempo a mia moglie! I figli li ho visti crescere, ma ho perso la quotidianità e me li sono trovati grandi in un lampo. Però ho formato un nucleo unito e io ne sono il patriarca, ho quattro nipoti, ed è tutto molto bello. Ho costruito qualcosa di unito e importante. 

Come si potrebbe spiegare ad un giovane il lavoro che hai svolto nella tua vita? Non mi pare ci siano scuole adatte ad insegnarlo!

No, non ci sono scuole. Io ho un’accademia che si chiama Accademia Spettacolo Italia, locata su un barcone sul fiume Tevere, dove abbiamo un’ottantina di ragazzi ogni anno e a loro raccontiamo in toto come si sta in questo mondo della musica, mettendoli di fronte a tutti gli aspetti; non cantano soltanto, ma li facciamo incontrare con direttori d’orchestra, promoter, tecnici del suono, giornalisti, quello che scrive le musiche, quello che scrive gli archi, il cantautore, l’autore dei testi, tutti quelli che… girano intorno. Ci sono ragazzi che chiedono spesso come si fa il promoter, come si incomincia, ed è sempre difficoltoso dare spiegazioni, perché per farlo devi esserci portato, devi essere simpatico, aitante, avere la battuta pronta, devi saper parlare e comunicare, devi aver studiato un po’, ma non è essenziale conoscere proprio tutto, l’importante è essere informato, e poi devi avere la passione… e devi essere sempre sorridente.

Ma sei solo in questa avventura dell’ Accademia Spettacolo Italia? 

No, ho dei soci: uno è Gianni Marsili – è stato manager di Cocciante e Zero -, poi c’è Massimo Calabrese che assieme al fratello Piero (purtroppo mancato lo scorso anno) ha scoperto Giorgia e Mengoni, e poi c’è Fulvio Tomaino che è un famoso vocal coach. Loro nella scuola si occupano di didattica. La scuola esiste da tre anni e la sessione in corso è la più bella perché è la più completa e offre ampie possibilità. L’impegno è di tre giorni al mese e i corsi terminano a maggio.

La fine intervista richiede il commento di un esperto in materia: secondo te, dove sta andando la musica… come finiremo?

E’ chiaro che tutto è rapportato ai tempi, tutto cambia, la musica è cambiata e con lei gli artisti. Ma c’è una cosa che devo dire con grande rammarico: i grandi cantanti se ne stanno andando tutti, uno per uno, ma non vedo grandi nomi di ricambio all’altezza dei precedenti. Temo che i “nuovi” non saranno mai Claudio Baglioni o Renato Zero… non dureranno nei secoli. Ho paura insomma che questa musica del terzo millenio, che si consuma così velocemente, consumerà gli artisti stessi. Mancano i grandi talenti, e le case discografiche di oggi hanno difficoltà a investire e promuovere. Come facevamo un tempo? Noi gli artisti li cercavamo nei locali, poi ascoltavamo le centinaia di cassette che arrivavano; oggi quando questi giovani mandano un CD per far ascoltare un provino non ricevono neanche risposta! Non c’è più attenzione verso questi aspetti, tranne che nei talent sponsorizzati. E ancora… non si va più nei locali a sentire i live. All’Accademia abbiamo dei veri fenomeni, ma abbiamo difficoltà a piazzarli… ma ci proveremo. Io non voglio insultare la discografia attuale perché ovviamente non lo merita, ma vorrei dire ai direttori artistici di oggi di essere più attenti, di cercare, di andare in giro ad ascoltare i live, perché se non vai a fare una verifica da palco non capirai mai niente… è sul palco che gli artisti dimostrano il reale valore.

Grande rispetto per le multinazionali, e soprattutto per i “piccoli” discografici. Mi sembra però che a Sanremo i successi siano ad appannaggio delle piccole etichette, più coraggiose.

E’ facile portare il grande nome a Sanremo – la Mannoia o Mengoni -, ma prova a portare uno sconosciuto, uno che hai prodotto, che hai tirato su piano piano, e stagli dietro; Toppa a Sanremo? Ci credi lo stesso? Vai avanti! Invece le major, se portano uno sconosciuto a Sanremo e quello sbaglia lo… cancellano!

E poi ci sono pochi spazi promozionali e le radio mettono solo poche canzoni e… ben selezionate e sponsorizzate, e non è il caso che vada oltre, i motivi sono conosciuti… ma scrivilo a caratteri cubitali… LE RADIO NON AIUTANO NESSUNO… o quasi!

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